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Valutare e dominare

Il totalitarismo della valutazione impoverisce il sistema, perché brucia le passioni e i talenti che seminano l’emancipazione e il pensiero divergente.

di Salvatore A. Bravo - giovedì 2 luglio 2026 - 336 letture

Il capitalismo è violenza. Dove l’essere umano sfrutta un altro essere umano, è un intero sistema sociale segnato dalla violenza. Ci sono violenze naturalizzate e, dunque rese invisibili, e violenze, ormai disorganiche al sistema che il sistema condanna in modo ideologico per celare le violenze reali.

Si denuncia il patriarcato ormai estinto, per nascondere la precarietà e la miseria che avanza e i tagli ai diritti sociali. Le violenze in questo modo possono proliferare, perché non pensate. La valutazione dei lavoratori, degli studenti e dei “cittadini” è diventata uno strumento di misura, controllo e di giustificazione della verticalità di classe. Coloro che sono valutati negativamente con “gli oggettivi parametri del sistema” sono colpevolizzati per il loro insuccesso e per la loro miseria.

Si innesca, così, un clima di sfiducia e di competizione senza sfreni nel quale l’altro è “il nemico”. L’oppressione e l’ossessione valutativa spingono i sussunti ad una lotta senza quartiere, in quanto i dipendenti che registrano i risultati migliori ricevono i premi aziendali. Dalla valutazione dipende il presente e il futuro materiale del lavoratore che in tale corsa verso la produttività deve superare i pari. In tale cornice di lotta e sgambetti l’ansia è la compagna quotidiana pronta a trasformarsi in panico. La vita fa paura, se il tuo prossimo è solo un competitore che potrebbe soverchiarti e sottrarti il “premio”.

Si divide, si opprime e si umilia con l’ossessione della valutazione. Il soggetto è perennemente sotto la lente di ingrandimento dei numeri, non è più in essere umano ma un corpo esteso da quantificare. L’inclusione ha un prezzo e per essere inclusi bisogna accettare la logica della valutazione, ma tale logica prevede l’espulsione degli sconfitti e di coloro che non riescono ad affinare le armi delle “competenze”, e pertanto sono spinti verso la marginalità.

L’inclusione è curvata unicamente su parametri economici e produttivi. Conta solo il risultato, il resto è solo un limite al successo economico. La valutazione gradualmente diviene un pernicioso automatismo che prende la forma dell’autovalutazione infiltrante. Ci si confronta con paradigmi irraggiungibili, pertanto si vive in una condizione di rabbia invidiosa. Ci si valuta e ci si confronta con i “migliori” omaggiati dal sistema e si pone in essere un circolo di cattive relazioni nelle quali anche i “vincenti” sono “perdenti”, perché perdono la loro umanità tra numeri e calcoli.

La reificazione è, dunque, la condizione che pervade tutto il sistema. Si infiltra nella psiche e nei gesti dei dominati fino a determinare “la povertà relazionale” e “l’infelicità generale”:

“Di qui la perversione di quelle valutazioni che, piuttosto che accompagnare l’uomo al lavoro in questa territorializzazione, Io «flessibilizzano», destabilizzandolo tanto sul piano psicologico quanto su quello fisico. Questa «perversione» si propaga, fino a dare l’impressione di «riconoscere», oltre ai risultati, anche le pratiche del lavoro (compresi i saperi impliciti, corporei), l’investimento nel lavoro (il famoso «saper-essere»), nonché la dimensione «esistenziale» del dipendente, ma al solo scopo di «ottimizzare» le «risorse umane». Ci si può facilmente immaginare quale possa essere il fine, per esempio, delle congratulazioni fatte a un dipendente davanti ai suoi pari: una semplice strategia di sviluppo delle risorse umane! O ancora il calcolo del «carico (o difficoltà) di lavoro/risultati» nella valutazione dei risultati. Il problema sta nel riportare tutto alla misura, ovvero alla prospettiva economicista. Congratularsi con qualcuno perché si è soddisfatti del suo lavoro è ben diverso dal congratularsi con lui perché lo si vuole incitare alla performance, così come riconoscere spontaneamente un carico di lavoro è diverso dal calcolare il margine di tolleranza, cruciale nella valutazione delle prestazioni!” [1].

L’oppressione per mezzo della valutazione, vera arma di guerra, è funzionale alla meritocrazia. Il liberismo dinanzi all’iniqua distribuzione delle ricchezze e all’imperativo dell’accumulo senza limiti ha utilizzato e usa la “valutazione continua” del lavoratore quale espediente razionale per fargli accettare le differenze sociali e salariali.

La valutazione-merito reca con sé la competizione e la conflittualità istituzionalizzata. La valutazione è deterritorializzata, è realtà non resa concetto, pertanto il lavoratore la subisce e ne accetta la perversa logica. Essa ha il potere di escludere e di espellere dal lavoro coloro che non si attengono ai parametri di produzione stabiliti dalla scienza al servizio dei padroni. La valutazione è processo di omologazione e normalizzazione, poiché è il metodo con cui il sistema capitalistico pianifica la “rieducazione della natura umana”, le imprime il suo marchio orientandola alla competizione e a pensare solo per numeri a prescindere dal contesto materiale in cui il soggetto è situato.

La valutazione isola le individualità e fonda l’atomistica della conflittualità. Si guarda e si apprezza il risultato, per cui l’altro non ha un volto è solo un numero con cui confrontarsi per vincerlo. La politica e la comunità si sfaldano e sorge il Leviatano dell’economicismo senza freni:

“L’ideologia del merito ha portato alla distruzione del «luogo naturale» del lavoratore, aprendo il vaso di Pandora e lasciando sfuggire la concorrenza e la competizione: come dimostra la storia del capitalismo, è solo attraverso la riabilitazione delle «corporazioni» che la meritocrazia ha potuto funzionare…” [2].

La valutazione è resa astratta con la mistificazione dell’oggettività. Nel tempo della religione della quantità, le scienze dure sono ormai “la nuova religione” a cui i sudditi credono ciecamente.

La scienza è vissuta come neutra e avulsa dagli interessi di classe, pertanto si obbedisce al “dio malvagio della valutazione”, anzi si fa il possibile per essere rispondenti ai parametri quantitativi. La quantità giudica la vita e la morte. Il pensiero astratto ha il suo malinconico e distruttivo trionfo sul pensiero concreto. Non la qualità determina il valore, ma il successo si misura con la forza dei numeri, questi ultimi sono l’arma sottile e neutra ammantata di oggettività con cui il “male” diviene ordinaria presenza. La valutazione per numeri consente di espellere dalla pubblica visibilità e conoscenza opere preziose per la consapevolezza collettiva, perché non vendono e dunque sono “niente”.

Il più grande capolavoro è nulla se non riceve la benedizione della “quantità”. I servizi sono tagliati per ordinare i bilanci, restano sullo sfondo le vittime di tale pratiche senza voce e senza volto:

“La tirannia delle nuove forme di valutazione si basa anche sulla loro presunta oggettività. Benché tendano a imporsi sulla totalità della vita individuale e sociale, danno di sé un’immagine ben diversa da quella di un potere: si presentano cioè come una semplice «informazione», se non come un discorso di... verità. E con l’avanzare delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, il giudizio di valore presente in ogni valutazione tende a svanire dietro l’imposizione automatica di una misura... autoreferenziale: se un blog o un sito web riceve molti «mi piace», vuol dire che è di buona qualità e di essere frequentato; se lo spettacolo attrae pochi spettatori o non partecipa attivamente alla «creazione dì legame sociale» (premio di consolazione), non vale niente; se per un progetto sono stati spesi un sacco di soldi, bisogna valutare il rapporto costi/benefici (anche se è un progetto incentrato sulla salute dei beneficiari); e così via. Valutare vuol dire sempre più misurare tutto con lo stesso metro: il denaro, il capitale” [3].

L’oppressione verso i sussunti ha dunque il volto anonimo e oggettivo della valutazione che l’oppresso ha interiorizza fino ad aderire alla grammatica del padrone, poichè la vive come “giusta e oggettiva”, per cui il conflitto di classe è sostituito dal pensiero unico della valutazione. La valutazione con il suo mito dell’oggettività è oggetto di venerazione dogmatica, pertanto non è pensata, ma è accettata fatalmente. La valutazione opera in ogni dimensione dell’esistenza.

Nel privato la valutazione continua ad operare: si gareggia e si misurano i tempi; si va in palestra e si conteggiano gli esercizi; la mattina ci si pesa. Tutto è quantificato e valutato, pertanto il dominato “crede nella bontà della valutazione”, è gratificato dai risultati, ma gradualmente la gratificazione si trasforma nel tiranno che chiede e impone obiettivi sempre più ardui, di conseguenza, si arriva a dipendere dai numeri, essi incombono e stabiliscono se si è tra i vincenti o tra i perdenti:

“La valutazione diventa un elemento chiave di questa competitività. Si svincola dai quadri «tradizionali» che la definivano, spostandosi dalla formazione e/o dall’assunzione alla situazione lavorativa. Diventa continua, individuale e incentrata sulla performance dell’impiegato o dell’operaio, ora sottoposti a una pressione permanente. Il salario viene negoziato in base a questa valutazione diffusa, e per l’impresa diviene a sua volta cruciale la formazione intesa come «sviluppo delle risorse umane»” [4].

L’economia cognitiva, ovvero la valutazione del capitale umano destabilizza i lavoratori, poiché li rende “soggetti senza identità e coscienza di classe al traino della categoria della quantità. Il dipendente oggetto di una perenne valutazione durante la sua vita lavorativa è continuamente oggetto di ricatto. Se non soddisfa gli obiettivi può essere defenestrato. Le sue relazioni sono rese tossiche dal timore di essere soverchiato da un suo pari. Il timore della prestazione entra nella vita privata. Si è sotto assedio, il paradigma della valutazione si fa gradualmente più stringente ed entra nella psiche. Fino a plasmarla secondo la logica dei numeri. E’ il pungolo nella carne che rende le relazioni lavorative e private “asfissianti esperienze di competizione”:

“L’ideologia di fondo - ci ritorneremo - è quella di una «economia cognitiva» in cui quanto più l’impresa investe sul «capitale umano», tanto più gli Stati possono sviluppare la ricchezza nazionale grazie all’«innovazione» e l’individuo può ampliare il suo «patrimonio di competenze» (skill set) per diventare più «competitivo» sul mercato del lavoro. La perdita dei confini «tradizionali» che regolavano il mercato del lavoro fa sì che questo periodo somigli molto al capitalismo industriale delle origini. Tuttavia, dal punto di vista della valutazione, avviene piuttosto il contrario: da una svalutazione della forza lavoro, si è passati all’onnipresenza della valutazione, che così diventa lo «strumento» della deregolamentazione. Si valuta principalmente nel contesto lavorativo perché adesso valutare non significa più garantire la stabilità socio-professionale dell’individuo: non si tratta più di stabilizzare, ma di destabilizzare; non più di proteggere, ma di sottomettere. Come scrive il giurista Alain Supiot, «questi sviluppi sono gravidi di nuove forme di alienazione». In nome della riaffermata libertà del lavoro, l’alienazione assume altre forme: «Il lavoratore moderno poteva accontentarsi di obbedire agli ordini e poi fare i comodi suoi. Era trattato come una macchina, ma non come un computer programmabile, da cui ci si aspetta che reagisca istantaneamente a una pioggia di segnali per raggiungere obiettivi spesso non realizzabili e sconnessi dalle realtà del suo lavoro. È questo che d’ora in poi gli viene richiesto, al costo di un’espropriazione di sé che non ha precedenti nel modello industriale e che minaccia la sua sanità mentale, spiegando il nuovo fenomeno delle epidemie di suicidi sul posto di lavoro»” [5].

A scuola come sul lavoro è la logica delle competenze a guidare la vita degli oppressi. A scuola i docenti incitano alle competenze imprenditoriali. Il valore dell’alunno non è dato dai contenuti né dalle qualità etiche (empatia, solidarietà, passione disinteressata per le discipline), ma dalla capacità di diventare “imprenditore di sé” e di “saper vendere le competenze acquisite”.

Si allevano barracuda e galli da combattimento che saranno ottimizzati sul lavoro dai manager delle risorse umane. Gli studenti sono incoraggiati a intraprendere le carriere più lucrose, per cui in massa si orientano verso le facoltà da cui si attende “denaro e vittoria”. L’indole personale è rimossa e combattuta, mentre si sceglie la sicurezza della quantità si aprono conflitti interiori che aprono a depressioni. Il clima di tensione produce violenze che il capitalismo con i suoi media imputa al soggetto, in tal modo si protegge il sistema che macina le individualità con l’arma della valutazione. Si pensa in modo gerarchico, poiché la valutazione per numeri è un’immensa gerarchia instabile.

Si lotta per salire e mentre si scalano posizioni si è sempre più soli ed anonimi:

“In primo luogo a scuola» dove in tutto il mondo gli insegnanti vengono incoraggiati a passare da una logica di «trasmissione dei saperi» a una di «formazione delle competenze», aderendo all’idea che formare significa «valorizzare il capitale umano» conformandolo alle esigenze occupazionali e che valutare significa valutare le competenze sempre dal punto di vista occupazionale. Il valore (ciò che viene valutato) tende allora a essere definito dal mercato del lavoro. In secondo luogo nell’impresa, dove formare non significa altro che «ottimizzare» le «risorse umane». Per chi si occupa di «management delle risorse umane», la competitività delle imprese dipende dalla «somma delle competenze» dei dipendenti, e in particolare dal loro «saper-essere» (distinto dal saper-fare): sviluppare queste competenze e monitorarne lo sviluppo mediante la valutazione diventa così una questione strategica” [6].

La formazione non è più finalizzata a formare il cittadino solidale, ma è centrata sull’individuo astratto che deve corazzarsi contro i pari. Con la valutazione e con la valorizzazione del capitale umano la normalità della guerra entra nella vita psichica e nella vita istituzionale. A scuola, sul lavoro e in famiglia si è in guerra, dietro il paravento dell’inclusione vi è lo sbattere di sciabole ammantato dalle parole della propaganda:

“Il modo stesso di concepire la formazione è cambiato profondamente: invece di pensarla come un atto collettivo (la collettività trasmette conoscenze, educa e forma al mestiere), la si concepisce ora come un atto individualistico di «investimento su di sé», ovvero sulle proprie «competenze», che sono gli elementi costitutivi del «capitale umano». Elaborata dagli economisti del dopoguerra (in particolare da Gary Becker), la nozione di capitale «umano», «cognitivo» o «immateriale», a seconda delle denominazioni, fa della conoscenza, della ricerca e della trasmissione del sapere, nonché delle qualità morali (!), una fonte preziosa dì investimento e quindi di profitto sia per gli individui che per le imprese e gli Stati” [7].

La rete della valutazione e della quantificazione ha i suoi comitati di esperti. La tecnocrazia produce “griglie” con cui osservare, sorvegliare e quantificare i gesti, le azioni, i tempi di produzione e i risultati dei sorvegliati. La società per competenze misura continuamente i suoi sudditi. La quantificazione misura, ma non comprende la condizione materiale in cui si dibatte il sorvegliato. La quantificazione è sempre astratta, pertanto il soggetto quantificato è svuotato della sua umanità materiale e relazione per essere solo un esecutore si prestazioni. L’imperativo della valutazione giudica in astratto prescindendo dalle condizioni materiali in cui opera il valutato, il quale non è più persona con la sua storia e con le sue qualità, ma è solo “un fascio di competenze”:

“Di qui le griglie di valutazione prestabilite. Di qui la moltiplicazione degli esperti di valutazione e delle società di consulenza che si offrono di assistere i vari attori sociali nelle loro valutazioni. Di qui l’imperativo stesso di valutare, basato sull’idea che gli interessi siano in concorrenza tra loro, e che in questo gioco competitivo la valutazione sia determinante. Le valutazioni delle prestazioni scolastiche, delle istituzioni sanitarie, delle competenze sul mercato del lavoro, ecc. mirano tutte all’instaurazione di una concorrenza generalizzata. Una concorrenza che però è lasciata al «libero gioco» dei concorrenti solo nella misura in cui la partecipazione di ciascuno implica una valutazione della propria competitività nella società concepita come (e che effettivamente diventa) un unico grande mercato" [8].

La mistica della valutazione è il paravento ideologico con cui i lavoratori, gli studenti e i cittadini imparano la servitù silenziosa e fatale, in tal modo la “coscienza di classe” è seppellita nel rumore dei numeri e nella lotta orizzontale tra gli sconfitti del sistema. Non è contemplata l’alternativa, non è sognata e non è auspicata, di conseguenza l’orizzonte del futuro si chiude sull’eterno presente:

“Per quanto possa sembrare paradossale, l’oggettività intesa come soppressione di ogni punto di vista è un’illusione. Peraltro, le scienze sociali lo hanno riconosciuto fin dalla loro nascita, e non hanno mai preteso di conformarsi alla stessa razionalità delle scienze della natura. Alla fine del XIX secolo, il filosofo tedesco Wilhelm Dilthey (1833-1911) ha formalizzato la differenza dicendo che mentre la razionalità delle scienze della natura è dimostrativa quella delle scienze sociali è interpretativa. La dimostrazione, concatenando logicamente principi e conseguenze, fonda una verità unica e incontestabile: se è contestata, viene meno come verità. L’interpretazione non fonda una verità simile, perché dello stesso fenomeno, dello stesso discorso e perfino di una stessa misura possono essere date molte interpretazioni: il «rigore» di un’interpretazione attiene al fatto che questa non pretende di essere del tutto oggettiva, ma lascia spazio ad altre interpretazioni. In compenso, è portatrice dì senso, è qualitativa” [9].

La sorveglianza e la mutazione in numero delle vite hanno avuto inizio nell’Ottocento. Le indagini sulla popolazione e sulle malattie con la Prima Rivoluzione industriale erano finalizzate alla produttività”. Il dispositivo di sorveglianza e controllo con lo sviluppo delle tecnologie è divenuto capillare e infiltrante. Il totalitarismo della quantificazione con il dominio tecnocratico si è installato nella psiche dei dominati e questi ultimi il veicolo di diffusione dell’infezione della “meritocrazia”:

“All’inizio dell’Ottocento vengono messe in atto delle politiche di prevenzione e controllo delle epidemie. Al fine di agire con «efficacia» (prevenzione, misure di igiene, ecc.), la professione medica converge gradualmente su una visione della malattia come un tutto di natura sociale, la cui diffusione trova spiegazione in un insieme di «leggi». Allontanandosi dal proprio modello originale, inizia a partecipare a indagini sui gruppi sociali più esposti a malattie, povertà, alcolismo, prostituzione, delinquenza ecc. Queste indagini sostengono di essere motivate da un obiettivo «naturale» di miglioramento delle condizioni di vita e di igiene di quei gruppi: in realtà sono espressione di un potere (emergente) di normalizzazione cui la medicina concorre attraverso la diagnosi delle popolazioni «anormali», permettendo così di giustificare le ingerenze su condizioni e modalità di vita” [10].

La valutazione per competenze è utilizzata nelle scuole ed addestra al semplicismo cognitivo. Ancora una volta la cultura dell’astratto è in azione. Si valutano le competenze secondo griglie e parametri definiti rigidamente “a priori”. Il docente è solo il somministratore di valutazioni che devono ignorare il filtro della ragione che ha il compito di riportare la parte al tutto, in tal modo sugli alunni sono presenze mute e sono spogliate delle loro qualità, in tam modo cade la mannaia astratta delle griglie di valutazione sui dominati:

“Mi si permetta di fare un esempio riferito alla valutazione scolastica, ambito che conosco per esperienza diretta. Contro la valutazione basata sui voti, la cosiddetta «valutazione basata sulle competenze» sostiene di aver arricchito e affinato il sistema valutativo grazie alla sua capacità di tener conto della molteplicità di dimensioni presenti nell’apprendimento (includendo dunque tutte le situazioni possibili). Ma in realtà fa esattamente l’opposto, perché non consente - a differenza del voto, più riduttivo, certo, ma più «flessibile» - un’interpretazione e un distanziamento a seconda della situazione, cioè una «doppia lettura». Se per esempio non sapete suscitare entusiasmo (competenza «attesa» in un insegnante, che magari si cercherà di valutare proprio in base a questo criterio), la lettura è semplice: non vi meritate di insegnare. Ora, a che serve questa valutazione in astratto? E poi, non si può in certi casi (non tutti) imparare anche quando ci si annoia? Inoltre, esiste davvero in astratto qualcosa come una «capacità-di-suscitare-entusiasmo?», o non è piuttosto qualcosa che dipende dalla situazione, dall’uditorio, da ciò che viene trasmesso? Per non parlare di quegli insegnanti che sono così innamorati della propria materia che è il loro stesso desiderio a trasmettere il desiderio negli altri: il tipo di valutazione in esame non tiene affatto conto della singolarità di questi insegnanti-passatori. E così via” [11].

Lavoratori e studenti sono lasciati soli dinanzi all’oppressione della valutazione. Il male di vivere, le depressioni fino ai suicidi di lavoratori e studenti nascondono spesso solitudine e senso di inadeguatezza dinanzi alla competizione e alla valutazione continua delle prestazioni.

Per poter valutare “secondo criteri” sempre più oggettivi e credibili il potere economico con i suoi comitati di esperti ha intrapreso una autentica guerra alle individualità disorganiche al sistema. Molti dei programmi speciali che si applicano nelle scuole sono “misurazioni” dell’alunno, e già preparano, malgrado l’ideologia dell’inclusione, la loro marginalità lavorativa.

Disposizioni e capacità non quantificabili e difformi rispetto “agli obiettivi produttivi” sono rimosse, combattute e vinte. Alunni con una accesa sensibilità e dotati di intelligenza speculativa subiscono la pressione sociale che li dissuade da se stessi. Un ragazzo con disabilità è incluso se riproduce atteggiamenti e comportamenti dei “normali”. Si esaltano solo le soggettività predisposte al fare, fin quando sono utili. Il disgusto per la vita che gradualmente penetra nel quotidiano di tanti si converte in sofferenza e in patologia psichiatrica fino al gesto estremo.

La solitudine è la tragica normalità del totalitarismo della valutazione. Si produce una popolazione di disabili, poiché nessuno resta, sempre, perfettamente all’altezza delle richieste sempre più irraggiungibili del sistema. La solitudine è acuita dal silenzio complice della politica e delle Accademie che accettano tale logica selettiva ed esclusiva. Rompere il muro del silenzio è il primo passo per uscire da tale soffocante logica che come un cappio al collo stringe il condannato fino ad ucciderne le energie creative.

Il totalitarismo della valutazione impoverisce il sistema, perché brucia le passioni e i talenti che seminano l’emancipazione e il pensiero divergente. Alla fine la comunità è desertificata, ed è sempre più simile ad un deserto senza oasi e senza futuro.

[1] Angélique del Rey, La tirannia della valutazione, elèuthera 2018, paragrafo: Sentirsi «a casa» nel mondo.

[2] Ibidem, paragrafo: La fine del paradigma.

[3] Ibidem, introduzione: Comprendere la «follia valutativa».

[4] Ibidem, La valutazione manageriale, o come destabilizzare il lavoratore.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem, Una caricatura di meritocrazia.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem, Verso la valutazione manageriale.

[9] Ibidem, Dietro l’«oggettività» delle statistiche: un’interpretazione.

[10] Ibidem, Il modello dell’uomo normale.

[11] Ibidem, Una doppia valutazione.


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