Uno Maggio Taranto: La Musica come Arma contro il Ricatto tra Salute e Lavoro
Ogni anno, il Parco Archeologico delle Mura Greche di Taranto si trasforma nell’epicentro di una rivoluzione culturale e sociale. L’ “Uno Maggio Libero e Pensante” non è un semplice concerto, ma un grido collettivo di resistenza.

- uno maggio libero e pensante Taranto 2026
L’edizione del 2026 ha confermato la potenza di questa piazza, capace di unire decine di migliaia di persone (tanto da far traboccare la folla nelle vie limitrofe) in una giornata interamente autofinanziata e slegata dalle logiche delle multinazionali.
Ma cosa è successo esattamente su quel palco quest’anno, e perché Taranto sente il bisogno di celebrare un "suo" Primo Maggio?
Perché si fa: Le Origini dell’Uno Maggio Libero e Pensante
Per comprendere l’Uno Maggio di Taranto bisogna fare un passo indietro fino all’estate del 2012. In quell’anno, la magistratura pose sotto sequestro gli impianti dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico ILVA, dichiarandoli incompatibili con la vita umana a causa delle gravissime emissioni inquinanti.
In quel drammatico frangente, si consumò una profonda frattura: da una parte i sindacati confederali (CGIL, CISL, UIL), che premevano per la continuità produttiva a tutela dei posti di lavoro; dall’altra un gruppo di operai e cittadini che si rifiutò di accettare il crudele ricatto tra diritto al lavoro e diritto alla salute.
Il 2 agosto 2012, occupando Piazza della Vittoria a Taranto, nacque il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. L’anno successivo, nel 2013, il Comitato decise di riappropriarsi della Festa dei Lavoratori, creando un evento alternativo a quello istituzionale di Roma. L’obiettivo era chiaro: gridare al mondo che un lavoro che uccide o ammala non garantisce alcuna dignità. Da allora, con la direzione artistica di figure come Michele Riondino, Roy Paci e Antonio Diodato, l’evento è diventato un megafono per le lotte ambientali, sociali e civili di tutta Italia e non solo.

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L’Edizione 2026: Cosa è successo quest’anno
L’edizione 2026 è stata caratterizzata da un’enorme partecipazione popolare e da una conduzione corale (che ha visto alternarsi sul palco, tra gli altri, Valentina Petrini, Martina Martorano, Andrea Rivera, Diodato e Riondino). La giornata ha intrecciato performance musicali di altissimo livello con testimonianze dirette, cruda attualità e geopolitica.
Le Testimonianze e le Lotte
Il palco ha dato voce a chi, troppo spesso, viene silenziato o ignorato dal dibattito pubblico: Le Vittime dell’ILVA: In un momento di profondo silenzio e commozione, sono stati letti i nomi degli operai morti all’interno dello stabilimento dal 2012 a oggi.
Particolarmente toccante è stato l’intervento di Maria Teresa D’Aprile, vedova di Claudio Salamida (morto nel gennaio 2026 precipitando da un camminatoio dell’acciaieria), che ha ribadito come la sicurezza sul lavoro sia un obbligo inderogabile e non una concessione aziendale.
Il Coraggio dei Più Giovani: Carlotta, una ragazza di 15 anni in cura nel reparto di oncologia pediatrica "Nadia Toffa" di Taranto, ha elogiato le eccellenze mediche locali, ricordando alla piazza che i bambini di Taranto non sono e non devono essere "effetti collaterali" dell’inquinamento industriale.
Solidarietà Internazionale: L’evento ha valicato i confini pugliesi abbracciando il mondo. Ci sono stati forti messaggi di supporto alla Palestina, con gli interventi del co-fondatore del movimento BDS Omar Barghouti e della relatrice ONU Francesca Albanese, che ha definito Taranto e Gaza "zone di sacrificio" unite dallo stesso turbocapitalismo estrattivista.
Spazio anche alle lotte delle donne in Iran e alla repressione del dissenso in Italia (con la testimonianza di "Lince", attivista ferita durante una carica della polizia).
Antifascismo e Cultura: Lo storico dell’arte Tomaso Montanari ha tenuto un’applaudita lezione sul rapporto tra le immagini del potere, il fascismo e la repressione dei corpi, richiamando l’importanza della Costituzione Antifascista.
La Musica al Servizio del Pensiero
A supportare questo enorme contenitore di attivismo ci hanno pensato gli artisti, molti dei quali accompagnati dalla magistrale Uno Maggio Orchestra. Tra i momenti musicali più esaltanti:
- La classe cantautorale e l’ironia amara di Brunori Sas e Giorgio Poi.
L’energia dirompente di Margherita Vicario, che ha regalato anche un duetto inedito.
La scena urban e rock rappresentata da Marco Castello e dalla chiusura esplosiva dei Subsonica, che hanno fatto saltare la piazza al ritmo di grandi classici (con un’apparizione anche di Willie Peyote).
Le radici tarantine con i set di artisti locali storici come Fido Guido, Mama Marjas e Don Ciccio, e le sonorità elettroniche internazionali portate da Catudiosis (dal collettivo africano Nyege Nyege).
Taranto non è solo un palco, è una trincea.
L’edizione dell’Uno Maggio Libero e Pensante si conferma ancora una volta il cuore pulsante delle lotte sociali, ambientali e civili in Italia. In una piazza gremita, la musica ha fatto da amplificatore a un grido di dolore e di speranza che unisce idealmente la terra dei fuochi pugliese con i territori più martoriati del mondo.
Il ricatto tra salute e lavoro, l’ombra mortifera dell’ex ILVA, l’avanzata delle destre e il genocidio in Palestina non sono stati trattati come temi separati, ma come fili della stessa oppressione. A dare voce a questa lucida analisi, in due dei momenti più alti e toccanti della giornata, sono stati lo storico dell’arte Tomaso Montanari e la relatrice speciale ONU per i territori palestinesi Francesca Albanese.
Ecco un sunto dei loro potentissimi interventi dal palco di Taranto.

- Tomaso Montanari al Primo Maggio Taranto 2026
Il volto del potere e i corpi degli oppressi: “l’intervento di Tomaso Montanari inizia al minuto [05:01:00]. del video”
Attraverso la lettura di opere d’arte e immagini di leader politici, Tomaso Montanari ha svelato i meccanismi di controllo e la violenza che si celano dietro le rassicuranti maschere del potere, rivendicando la centralità della Costituzione antifascista:
Il volto del potere e il fascismo
«Il volto del potere, eccolo qua. Il volto del potere com’è bello, sereno, rassicurante. La storia ci insegna che quando il potere rappresenta se stesso mente sempre. "La verità e il potere sono nemici intimi", diceva Hannah Arendt. Allora questo ritratto dobbiamo contestarlo, smontarlo, ne dobbiamo svelare la vera natura. Dobbiamo dire la verità su questo potere che si presenta bello, forte, cristiano, materno, italiano. Le immagini ci parlano, il loro codice ci parla, come sono costruite queste immagini... eccole. Dimmi chi sono i tuoi modelli e ti dirò chi sei. Dimmi quali sono le tue fonti di ispirazione e capirò qual è la tua visione del mondo, quali sono i tuoi miti. Dimmi chi stai seguendo e ti dirò come andrà a finire. Da Benito a Giorgia c’è un lungo filo diretto, un lungo filo nero, nerissimo... si chiama fascismo.
Anche il volto di Mussolini va smontato, scavato, fino a far emergere la verità. Nel 1928 lo fece uno dei più grandi allievi di George Grosz, questo meraviglioso pittore espressionista. Lui si chiama Herzfelde, ma fuggì dalla Germania e si chiamò John Heartfield. Mussolini disse che avrebbe cambiato il volto dell’Italia fino a renderlo irriconoscibile, e allora Heartfield con questo meraviglioso fotocollage tra il volto del Duce e un teschio in decomposizione, svelò qual era il vero volto del fascismo. Dodici anni prima che l’Italia entrasse in guerra, disse la verità: perché tutti i fascismi, quelli di ieri e quelli di oggi, sono solo questo: guerra e morte.»

- uno maggio libero e pensante Taranto 2026 - Salvini
Il ritratto di Matteo Salvini
«E lui lo riconoscete? Questo ritratto di Matteo Salvini lo hanno fatto degli studenti di un liceo artistico di Pisa. Il volto pubblico del capo della Lega è una costruzione attenta e studiata, fatta di selfie con sorrisi a 32 denti alternati a esibizioni di rosari, bagni nella Nutella, bacioni mescolati a minacce e felpe che si trasformano in divise.
Ma se lo guardiamo da vicino, questo ritratto svela la verità. I ragazzi di Pisa hanno incollato 400 fotografie che ritraggono altri corpi, quelli dei migranti in mare, respinti, morenti, uccisi.
Il corpo del capo è il corpo di un consenso costruito attraverso l’odio e la paura, attraverso la sofferenza inflitta a corpi fragili, sorvegliati e puniti. Ecco, il volto del capo arriva mediaticamente attraverso i corpi di quelli che sono condannati a non arrivare, letteralmente a non giungere.
Arriva, e così ora sappiamo una cosa: il ritratto del potere, quello vero, quello che non vorrebbero farci vedere, è il ritratto del suo rapporto con i corpi dei poveri, dei sottomessi, dei dissenzienti, dei discriminati, dei diversi.»
Il ritratto di Donald Trump
«E questo che cos’è? Questo è il ritratto di Donald Trump. E non è il lusso osceno di Mar-a-Lago, non è nella propaganda dell’intelligenza artificiale che ce lo fa vedere come Gesù... no, è questo. Sono le fotografie che ci mostrano chi a Minneapolis sta per uccidere [...].
Quando il tribunale condanna il criminale nazista Eichmann, dice la sentenza che più la catena del potere saliva rispetto alla mano che usava l’arma, o la doccia a gas, o il forno, più la responsabilità aumentava, diventava grande. È per questo che in questa immagine c’è tutto Trump, è il suo più fedele ritratto.»
Il ritratto di Benjamin Netanyahu
«Questo invece è il ritratto di Benjamin Netanyahu, il boia di Gaza.
Questa foto ci mostra dei soldati israeliani che freddano un palestinese in Cisgiordania, un palestinese che si era arreso. Eccolo il vero ritratto del capo di Israele, il capo del genocidio, il capo dell’apartheid, il capo di questo nuovo nazismo che sta trascinando in guerra il mondo intero.»
La lezione di Caravaggio e il legame con Taranto
«Un grande artista 400 anni fa ce l’aveva detto, ce l’aveva fatto vedere. Nel silenzio sospeso di questa immensa prigione, il martirio di San Giovanni Battista è un’esecuzione, esattamente come a Minneapolis, esattamente come in Cisgiordania: terrore, controllo, morte.
Ed è questo il vero ritratto del potere, il ritratto di un re che si chiamava Erode. Erode il grande, un grande assassino. È il re che fa uccidere Giovanni Battista, che era un pericoloso oppositore, ed è il re che ordinerà la strage degli innocenti, bambini massacrati in Palestina. Allora, oggi la stessa cosa.
Per tutta la vita Caravaggio fa una cosa sola: rappresenta quello che il potere fa ai corpi di quelli che stanno sotto il potere. Che fanno a chi parla contro il potere? Alle voci libere, a chi dissente? Lo fa a chi è senza difese, senza soldi, senza protettori.
E Caravaggio ci insegna una cosa: dobbiamo diffidare sempre di chi ci chiede più potere. Quando studiamo la storia, quando studiamo la storia dell’arte, studiamo la storia del potere, ed è così che impariamo a difenderci.
Caravaggio sapeva, e voi a Taranto sapete molto bene e lo sapete sulla vostra pelle, letteralmente... che anche quando non si usano le spade, le pistole, i mitra o le bombe, anche quando i corpi non si vedono (anzi, si nascondono), il potere i nostri corpi li usa, li avvelena, li ricatta, li sfrutta fino in fondo e poi li getta via. Ma noi, noi questa storia l’abbiamo spezzata.
La Costituzione nata dalla Resistenza, la Costituzione Antifascista ha detto no a questa storia. Ha detto che la persona umana conta più di ogni profitto, di ogni potere, di ogni industria e di ogni capo.
E noi siamo qua per dirlo in questo Primo Maggio: la dignità dei corpi, di tutti i corpi, da Taranto a Gaza, è il nostro progetto politico, e non ci fermeremo finché quella dignità non sarà vera. Viva la Costituzione antifascista, viva Taranto libera.»

- Francesca Albanese al Primo Maggio Taranto 2026
Zone di sacrificio: l’intervento di Francesca Albanese. “L’intervento inizia al minuto [05:39:32]”.
L’emblema di Taranto e della Palestina
«Libera Palestina, libera. Libera Palestina, libera Italia, libera Europa, libera.
Che ci faccio, che ci faccio io qui, relatrice speciale delle Nazioni Unite per il territorio palestinese occupato, sul palco dell’1 Maggio libero e pensante?
Sono qua perché Taranto per molti versi, come la Palestina, è un duplice emblema. È l’emblema di una sconfitta collettiva, ma anche della nostra possibilità di salvezza. Come la Palestina, Taranto è una ferita, una ferita aperta, visibile eppure normalizzata, scomoda, ignorata.
Taranto, come la Palestina, è una zona di sacrificio, una zona d’eccezione al diritto e alla giustizia. Un luogo in cui le regole vengono sospese, violate, reinterpretate per volontà di pochi a discapito di molti.
Mentre pochi continuano ad arricchirsi, tanti continuano a morire e ad ammalarsi a Taranto, dentro e fuori la fabbrica; in Palestina, sotto le bombe a Gaza, nei pogrom dei coloni israeliani in Cisgiordania o delle torture nelle carceri israeliane, ovunque. Nel frattempo, soprattutto in Occidente, si arrestano, si picchiano, si sanzionano quelli che il genocidio lo denunciano, mentre chi lo ordina e chi lo commette viene ricevuto dalle istituzioni o protetto dalle forze dell’ordine in luoghi di villeggiatura.»
La logica dello sfruttamento e il potere
«Quindi io sono onorata di essere qui oggi, nel giorno dei lavoratori, perché il giorno dei lavoratori in questo paese va commemorato e non festeggiato come si fa a 500 km da qui, mentre si festeggia con un grande concerto sponsorizzato, tra le varie, dall’ENI, un’azienda che è emblema (certo non il peggiore, ma emblema) dello sfruttamento dell’ambiente e delle persone che lo abitano, anche se camuffato a dovere.
Oggi per me stare in questo luogo è l’occasione per ricordare che la consapevolezza è la chiave per attivare un processo dialettico di liberazione. A Taranto come a Gaza, in Palestina come in Italia e in Europa. Non serve andare in Palestina per comprenderlo, basta guardarsi, basta guardarci, riconoscere il legame profondo che intercorre tra chi la Terra la conosce, la ama e la difende, e chi la usurpa in nome del potere spacciandolo per progresso. Che considera la Terra non come qualcosa di sacro da preservare, ma una delle tante risorse da sfruttare.
L’innesto tra la logica dello sfruttamento e il potere politico ed economico qui a Taranto come in Palestina è evidente. Se la morte di un lavoratore o la malattia delle sue famiglie diventa più accettabile della manutenzione di un impianto, se le spese militari diventano più sostenibili della sicurezza sul lavoro, nonostante la Costituzione, nonostante il diritto internazionale, la politica ha scelto. Ha scelto di condonare, ha scelto di non vedere, ha scelto di non intervenire. I bambini di Taranto sono sacrificabili come i bambini di Gaza.»
L’israelizzazione delle società e le disuguaglianze
«E se Taranto è un emblema, non è l’eccezione, è una delle tante. Perché tutto ciò che è industria estrattiva, tutto ciò che sottrae alla Terra per concentrare ricchezze nelle mani di pochi riproduce lo stesso schema. Uno schema che crea nemici per legittimare le guerre, guerre fatte per usare le armi che produce. Armi prodotte intossicando la vita di cittadini che diventano schiavi: due volte schiavi, come lavoratori e schiavi come consumatori.
E mentre tutto questo accade, il nemico è sempre l’altro: il palestinese là, il migrante qua, chiunque possa essere separato, isolato, disumanizzato.
È questo, è anche questo che dico quando parlo di israelizzazione delle nostre società e palestinizzazione delle nostre vite: l’altro è da bombardare, da affamare, da ghettizzare, mentre chi detiene il potere accumula sempre di più.
Ascoltatemi bene: oggi circa 60.000 persone al mondo detengono una ricchezza che supera tre volte quella del 40% più povero del mondo, e il divario continua a crescere. Mentre cresce il potere delle armi, cresce il potere delle banche, cresce il potere degli algoritmi, e noi sotto, divisi a combatterci tra noi.»
Un tributo alle vittime e la forza del BDS
«Per me questo evento e la presenza di tutti voi non è un gesto simbolico, è un tributo. È un tributo ai caduti dell’Ilva come ai caduti in Palestina, alle loro famiglie, alla comunità che tiene in vita questo momento di resistenza collettiva, a Massimo Battista e agli altri 10, 100, 1000 nomi che non devono essere dimenticati.
E allora permettetemi di dirlo con la stessa chiarezza con cui lo dico quando parlo della Palestina: che questo sia l’ultimo crimine, che il genocidio sia l’ultimo crimine che Israele commette contro i palestinesi, e che l’Ilva sia l’ultimo crimine che il turbocapitalismo commette contro i bambini di Taranto, della Puglia, del nostro Sud e dell’Italia, fanalino d’Europa.
Ecco perché la Palestina è così importante, non solo per ciò che subisce, ma per ciò che ci insegna.
Perché la Palestina ci mostra da anni che un’alternativa esiste, che l’interconnessione delle lotte è fondamentale, perché serve a connettere la gente: unità dei popoli e unità delle lotte. E sono molte le forme in cui la Palestina resiste all’oppressione.
Ed è anche per questo che sono veramente felice che questo palco quest’anno abbia ospitato il BDS, Omar Barghouti, perché lui è l’emblema di un movimento non violento, internazionalizzato, ideato e guidato dal popolo oppresso che si rifiuta di essere ridotto a vittima, che guida la propria liberazione. Che lo fa rifiutando ogni forma di razzismo, ogni forma di violenza e ogni forma di discriminazione.»
L’importanza del boicottaggio e dell’unione
«È questo che dobbiamo fare tutti e tutte noi. Un movimento globale che propone una strategia concreta: tagliare la complicità dal basso attraverso ciò che compriamo, attraverso gli investimenti che facciamo. Questa è una forma di lotta intelligente perché attiva il potere che abbiamo non solo come elettori, ma come consumatori.
È un potere reale: il potere di non partecipare, di interrompere le catene della complicità di cui siamo tutti più o meno responsabili, in cui siamo tutti più o meno incastrati, vivendo nella società del consumismo globale in cui non siamo tutti cittadini aventi diritti, ma siamo tutti consumatori con dei doveri.
E perché questo sistema si regge anche su di noi, sulle nostre scelte quotidiane, è proprio per questo che abbiamo tanto da fare: consumi etici, finanza etica, giornalismo etico e politica etica...che lo so, sembrano degli ossimori ma sono possibili...e difendere chi difende. Oggi tutto questo significa non fare affari con Israele, e domani con chi si comporta come Israele. Questa è una pratica.
Oggi la Palestina ci insegna che non da soli, ma insieme possiamo combattere chi cerca di strapparci i nostri diritti. Mentre avere un sogno è fondamentale, è necessario oggi più che mai avere un piano, organizzarsi. Come diceva Martin Luther King: se chi odia la guerra fosse tanto ben organizzato come quelli che amano la guerra, non avremmo più guerre.
Quindi usiamo il nostro talento per costruire un mondo nuovo e concludo con questa metafora: se noi fossimo una foresta e fossimo circondati da plastica, non moriremmo, perché gli alberi sono capaci di passarsi l’ossigeno attraverso le radici. Cerchiamo di fare come gli alberi: uniamoci. Questa è la solidarietà che dobbiamo praticare. Grazie. Palestina libera, Europa libera!»
L’Uno Maggio di Taranto si chiude così, non solo con la musica, ma con un mandato preciso per chiunque abbia partecipato o ascoltato: riconoscere che il filo che lega le ingiustizie globali a quelle locali può essere spezzato solo attraverso la lotta collettiva e la solidarietà radicale. Dalla fabbrica al Medio Oriente, passando per la Costituzione.
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