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Università: un bilancio del "3+2"

Aumentano gli immatricolati, diminuiscono i ritiri ma la riforma è, in genere, mal applicata e non ha avvicinato l’Università al mondo del lavoro

di gianni monaco - mercoledì 2 marzo 2005 - 10045 letture

La cosiddetta "riforma del 3+2" è stata applicata dagli atenei italiani, in via sperimentale, a partire dal 2000. L’anno dopo già la maggior parte delle università l’aveva introdotta.

Obbiettivo della riforma, approvata dal precedente governo di centro-sinistra, era quello di rendere più standardizzati, brevi e flessibili i percorsi didattici dei vari di corsi; finalità direttamente collegate all’esigenza di avere un maggior numero di iscritti all’università, dunque più laureati e con maggiori possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro rispetto a quelle prospettate dall’istruzione superiore in passato. A cinque anni dall’introduzione del "3+2", qual è il bilancio della riforma?

L’introduzione del "3+2" ha fatto registrare un sensibile aumento delle immatricolazioni mentre il numero di coloro che interrompono gli studi è altrettanto sensibilmente calato da quell’altissimo 60% di pochi anni addietro.

Altri numeri, stavolta meno positivi. Da quando la riforma dell’istruzione superiore è entrata in vigore, i corsi di laurea di primo livello sono diventati più di 3.000 (!), con taluni nomi dei corsi stessi che fanno davvero rabbrividire e la cui utilità è più che discutibile.

Oltre ai corsi, in alcune facoltà, è aumentato, paradossalmente, anche il numero degli esami da sostenere. Faccio subito un esempio concreto. Prima della riforma del "3+2", alla facoltà di Lettere e Filosofia di Catania il numero di discipline previste dal piano di studi del corso di laurea in Lettere moderne, di durata quadriennale, era 19. Dal 2001, coi corsi diventati triennali, il numero delle discipline è cresciuto a 28 mentre i programmi sono pressoché rimasti invariati. Si vuole accorciare la carriera universitaria e si aumentano le materie: come definire questo sistema se non un evidente paradosso.

Per completezza bisogna comunque dire che lo stesso fenomeno (meno anni, più materie) si è verificato in altre facoltà sia di Catania che dell’Italia intera. Il che è tutt’altro che consolante…

Venendo alla questione del legame tra Università e mondo del lavoro, c’è da dire che la distanza si è alleviata in maniera quasi impalpabile. Università e lavoro continuano ad essere due mondi quasi separati, che poco comunicano tra di loro. Troppo poche le ore dedicate a stages e tirocini, troppo poche le discipline in grado di fornire competenza tecniche agli studenti, poco flessibili rispetto alle esigenze del mondo del lavoro i docenti.

Incredibile ma vero poi, avere una laurea "in tasca" non è sinonimo di avere maggiori possibilità di lavorare rispetto a chi possiede un titolo di studio più basso. Basta guardare le statistiche di Almalaurea, le quali dicono che a 5 anni dal conseguimento della laurea (qui la colpa non è ancora del "3+2" anche se tutto lascia intendere che la situazione non dovrebbe mutare viste le premesse), soltanto l’87% degli intervistati ha trovato un posto di lavoro e non necessariamente nel proprio campo. Per capire la negatività di questo dato basta aggiungere che in Italia, coloro in cerca di occupazione, prescindendo dal titolo di studio, sono circa l’ 8% della popolazione: il 5% in meno dunque rispetto ai laureati senza lavoro.

A voler fare del sarcasmo verrebbe da dire che, in Italia, studiare (a meno che non si frequentino certe facoltà ancora a numero chiuso…) non conviene. A volere esser seri e propositivi diciamo che, come emerge da queste poche righe, una "controriforma" dell’Università appare doverosa e non rinviabile. Pura utopia, la nostra, di fronte alle esigenze e le priorità del governo, che sono ben altre…


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Università: un bilancio del "3+2"
4 dicembre 2006

ciao sono una laurenda in scienze dell’educazione nuovo ordinamento ovviamente, e posso dirvi che questa riforma è a dir poco vergognosa ed è solo una presa in giro x noi studenti. io mi ritrovo a sostenere 39 esami, i programmi invariati rispetto al vecchio ordinamento, e alla fine di tutti questi sacrifici la figura dell’educatore almeno qui da noi al sud,nn è riconosciuta. ci hanno solo illusi, di lavoro nn c’è nè e a loro conviene tenerci + tempo all’università
    Università: un bilancio del "3+2"
    25 aprile 2007, di : wizard

    Mi sono imbattuto casualmente in questo articolo è lo trovo impeccabile: io sono uno studente romano di una facoltà scientifica e vi posso confermare che per conseguire una laurea triennale devo sostenere circa 28-29 esami di cui la maggior parte con programmi ben poco ridotti rispetto agli equivalenti del vecchio quinquennio. Come se non bastasse, molti richiedono un progetto oltre alla prova d’appello, il che allunga ulteriormente i tempi. Aggiungo che suddividere i programmi tra più esami è già di per sé un’idea penalizzante perché si MOLTIPLICANO LE PROVE DA SOSTENERE, le quali sono sempre fonte di stress e di possibili bocciature. Nel mio corso di laurea uno studente si può già definire buono se impiega 5 anni invece di 3. L’unico modo per accorciare i tempi è IMPARARE MALE le cose sperando di superare gli esami con un 18-20 ma vi assicuro che se si volesse conseguire una conoscenza valida di una materia, prescindendo dalla difficoltà o meno dell’esame, lo studio dovrebbe richiedere non meno di 3 mesi. Lo dico perché molti studenti, per cercare di sbrigarsi, si studiano di corsa le dispense o le slides senza aprire libro e questo non è formativo (ma li capisco). Una cosa è SICURA: conseguire il 3+2 avendo alla fine una preparazione paragonabile a quella dei vecchi 5 anni fa impiegare molto più tempo! Oggi come oggi, nelle facoltà scientifiche almeno, non esistono quasi più laureati in corso nei 3 anni, figuriamoci nel 3+2. Concludo dicendo che la lontananza dell’università dal mondo del lavoro è PESANTISSIMA. Nel mio campo avere la laurea è pressoché inutile visto che il 95% del lavoro è di basso profilo e se ne sbatte alla grande delle conoscenze universitarie acquisite. Oltretutto, gli stage proposti dalla facoltà sono quasi sempre infognati o estranei al percorso di studio svolto.
Università: un bilancio del "3+2"
25 settembre 2007, di : sara

ho studiato psicologia a Padova, nel vecchio ordinamento, ma ho potuto toccare con mano i primi anni della riforma, che partiva mentre concludevo. non conosco bene altre realtà, ma posso dire che, seppur aumentato il numero degli esami da sostenere, gli studenti del mio indirizzo (o quello che è diventato) hanno visto adeguare i programmi alla riforma. per darvi un’idea: nel vecchio ordinamento l’esame di psicologia clinica constava di 6 libri, nel nuovo ordinamento se ne studiano lo stesso numero, ma distribuiti in due esami uno nella laurea triennale e uno nella specialistica. credo che gli studenti dovrebbero protestare se la mole di studio è rimasta la stessa del vecchio ordinamento!!! secondo me stesso lavoro in meno tempo è sicura garanzia di scarsa qualità. infatti mi dicono che in generale gli esami si superano con maggior facilità, i professori hanno abbassato gli standard d’esame.

per quanto tiguarda, invece il numero dei corsi ... quì la mia facoltà è stata colpita in pieno da una crescita abnorme (nel numero e nei contenuti) di corsi ... ne hanno letteralmente "inventati di tutti i colori" ... cose da far accapponare la pelle ... la crisi dei laureati in psicologia è enorme, non ci sono posti di lavoro: è una vergogna che abbiano creato corsi nuovi quando i vecchi non riescono a darti un lavoro!!!