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Università: chi fa la selezione?

Qualche rapida considerazione su un apparente colpevole (l’aumento delle tasse universitarie) e su un sostanziale colpevole (la società)

di Emanuele G. - mercoledì 26 maggio 2010 - 2464 letture

La disastrosa situazione in cui versano le università italiane sta determinando un aumento generalizzato delle tasse di immatricolazione e di iscrizione. Molti stanno ipotizzando che l’avvenire del nostro sistema universitario sarà basato sulla riproposizione di un modello elitario. Ossia mi iscrivo all’università solo se ho i soldi.

Siamo sicuri che l’aumento delle tasse universitarie sia il vero colpevole di questo processo di "selezione"? Oppure c’è dell’altro? Si tratta, cioé, di dinamiche già presenti nella nostra società?

A mio parere è già in atto un processo in seno alla società italiana che tende a riproporre una società basata sulle c.d. "elite". Spesso le dinamiche sociali si sviluppano per proprio conto senza bisogno di interventi statali o della politica.

Apro una breve parentesi. In questo risiede il peccato di superbia della sinistra italiana che non ha saputo prevedere tutta una serie di cambiamenti "in fieri" e carsici nel cuore della società italiana. Le ragioni? Credersi più intelligenti degli altri. Per difendere quote diffuse di potere. E uno dei luoghi in cui la sinistra ha esercitato il potere è il sistema educativo e formativo (scuola e università).

Ritornando alla questione delle "elite" vorrei far riflettere i nostri lettori su alcuni dati.

E’ vero che l’Italia ha un numero di laureati inferiore rispetto ad altri paesi, ma è anche vero che il mondo del lavoro in Italia non è così aperto al laureato. Da un anno a questa parte la richiesta di laureati è crollata del 37/38%. I laureati che trovano lavoro sono quelli in possesso di alta specializzazione. Gli altri laureati sono costretti ad entrare nel tunnel infernale del precariato a vita. Come definire questo processo se non selezione e creazione di laureati di serie A e di serie B?

Da qualche tempo le immatricolazioni all’Università calano di un 5% all’anno a causa della crisi, dei costi enormi per sostenere un figlio all’università e le sempre più scarse chance di avere un lavoro vero dopo l’ottenimento della Laurea. Anche qui si ripropone un processo di ricostituzione di "elite". Mi laureo perché posso e perché grazie alle relazioni sociali della mia famiglia poi troverò lavoro. Gli altri si arrangino.

Buona parte dei corsi universitari attivi in Italia sono frutto di logiche clientelari. In Italia abbiamo circa 12.000 corsi operativi. Francia e Germania 5.000/6.000. Difatti, i laureati di questi due paesi hanno più chance di trovare lavoro proprio perché l’Università gli offre corsi utili alla formazione. Qui, invece, un corso è creato perché partiti, associazioni e sindacati utilizzano l’Università come parco buoi elettorale. Questo comporta l’assunzione di personale docente poco preparato, la creazione di corsi non rispondenti alle necessità del territorio e il livellamento verso il basso dell’offerta formativa. La selezione la fa poi il mondo del lavoro che giudica il curriculum studiorum dei laureati inutili visto che hanno frequentato corsi campati per lo meno in aria. Se la selezione non la fa l’Università ci pensa poi con la sua logica "capitalistica" il mondo del lavoro a far capire a molti laureati che la Laurea acquisita non serve a granché.

Un altro punto di riflessione. In Italia il 50% degli avvocati, ingegneri, dottori, farmacisti e commercialisti è figlio di avvocato, ingegnere, dottore, farmacista e commercialista. Il tipico familismo italiano compie la selezione delle "elite" già in ambito domestico. Tu non sei figlio di x, y, z? Rassegnati a lavoretti, ma non a lavorare. Allora come mai ben 300.000 liberi professionisti in un anno hanno deciso di chiudere la propria partita iva? Questo non solo per la crisi, ma perché gli anziani della professione in combutta con gli ordini professionali bloccano l’accesso alla professione delle nuove leve. Questi 300.000 liberi professionisti nascosti faranno lavoretti di poco conto contribuendo ad aumentare la piaga del lavoro nero che in Italia assume connotazioni assolutamente allarmanti. Per inciso io sono a favore dell’eliminazione degli ordini professionali che servono a tutelare i "baroni" delle professioni e il sistema clientelare che gira attorno a loro. A tal proposito leggasi un illuminante articolo apparso sul Corriere di due settimane fa a firma del figlio di Giorgio Ambrosoli che invita gli ordini professionali a coprire meno le clientele e a favorire un ricambio generazionale. Anche in questo caso si verificano fenomeni che possiamo tranquillamente definire come elitari.

Quindi, converrete con me che la ricostituzione delle "elite" ottocentesche è già in atto. Il desiderio di libero accesso all’istruzione, alla formazione e al lavor non deve essere solo declamato stancamente, ma deve trovare giusti contenuti normativi e programmatori proprio per opporci alla deriva "elitarista" della società italiana.

Due brevissime considerazioni finali.

Bisogna eliminare tutti questi organismi di pseudo partecipazione degli studenti universitari alla vita dell’Università. Questi organismi altri non sono che la mano lunga del potere clientelare dei partiti in seno all’Università. Mano lunga che ha distrutto l’Università italiana in quanto questi giovani studenti universitari eletti nei succitati organismi piuttosto che difendere sul serio il diritto allo studio scimiottano i loro "padrini politici".

Tutti parlano di un quarto polo universitario in Sicilia. Io vedrei meglio un solo polo universitario siciliano che finalmente renda l’Università siciliana in grado di competere con le Università straniere. Questo permetterebbe di sviluppare una didattica realmente utile agli studenti e al territorio, di razionalizzare le spese, di rendere presente a livello internazionale il sistema universitario della nostra terra e di spendere pubbliche risorse in base a un "business plan" coerente ed effettivo. Oramai il modello universitario che si sta imponendo a livello europeo è quello del centro universitario regionale e non della presenza di infiniti centri universitari che fanno di tutto, ma non formazione e collegamento al mondo del lavoro.

In sintesi, l’Università, come l’intero sistema formativo italiano, sta vivendo una crisi "strutturale" assolutamente drammatica. E’ necessario, pertanto, riflettere, in modo pacato e sereno, sul suo ruolo in una società che non sente più la formazione come momento fondante della sua identità culturale e sociale. Possibile che non si possa trovare una terza via fra una "Università di massa" e una elitaria? Se l’Università non è più in grado di fornire certi input alla società, allora la situazione è davvero grave. La prossima stagione del "Federalismo" potrebbe fornirci alcune risposte tese al rilancio dell’Università.


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