Università-Azienda
Il capitalismo contro la conoscenza
Ho sottoscritto un documento proposto dai colleghi dell’Università di Torino e che pone in evidenza una pratica della quale poco si parla ma che è assai significativa del piano inclinato che conduce all’autodistruzione dell’Università come luogo di libera ricerca e insegnamento, al quale vengono imposte invece pratiche del tutto aziendalistiche.
Un percorso in atto da molto tempo, come conferma un mio intervento di dieci anni fa nel quale stigmatizzavo la burocratizzazione del lavoro docente e la sottomissione al liberismo dell’Unione Europea, del quale si era fatta esponente e paladina una funzionaria di Unict (ma non fosse stata lei sarebbe arrivata un’altra; sono intercambiabili): Orizzonte?
Uno degli effetti di tale degenerazione è stato il ritorno all’Università ottocentesca, all’Università alla quale si accede perché si ha un reddito adeguato, all’Università per censo..
Tutti e sei i punti enunciati dal documento che qui presento sono realistici. Corrispondono cioè a quanto avviene nella nostra professione. Vorrei riprendere uno soltanto di tali punti, il numero 4:
«La ragione principale per la quale docenti, ricercatrici e ricercatori partecipano ai bandi competitivi (e ciò è massimamente – ma non esclusivamente – vero nel caso dei progetti nazionali come i PRIN) è quella di avere a disposizione fondi per finanziare la ricerca di giovani postdoc non ancora strutturati. Ciò accade, naturalmente, perché non ci sono o sono troppo carenti altri tipi di finanziamento per supportare direttamente il lavoro dei precari della ricerca». È esattamente così. E questo perché il denaro delle tasse universitarie, il denaro del lavoro degli italiani, va in fumo nei modi più diversi (come ad esempio il finanziamento della guerra della NATO a sostegno del regime autoritario e filonazista dell’Ucraina) ma non viene utilizzato per la sanità, per la scuola, per l’università. È assai triste ma è così. Si tratta di una responsabilità politica enorme.
Invito i docenti e i ricercatori che condividono i contenuti del documento di Torino a sottoscriverlo. Questo è il link: Contro il timesheet e lo snaturamento della ricerca: lettera aperta
========================
La vita accademica è ormai costellata da richieste di natura burocratica sempre crescenti e spesso non ben motivate. Un possibile punto da cui partire per intraprendere una riflessione critica su questa tendenza generale riguarda il caso specifico della compilazione dei timesheet da parte del personale docente e ricercatore. Ai fini della rendicontazione, al personale impegnato in progetti di ricerca finanziati non solo dall’Unione Europea o da fondazioni bancarie, ma anche dallo Stato italiano attraverso il Ministero dell’Università e la Ricerca (come è accaduto, ad esempio, nel caso dei progetti PRIN 2022), viene richiesto di compilare e firmare ogni mese quello che nel linguaggio del management si chiama un timesheet integrato, vale a dire un registro che certifichi, all’interno del suo monte ore di lavoro complessivo, il numero di ore che, giornalmente, ciascun partecipante ha effettivamente prestato nell’ambito del progetto che è stato finanziato, distinguendole, mediante dichiarazione esplicita, dalle ore che quella persona ha dedicato alle attività istituzionali, didattiche, di ricerca entro progetti differenti o, genericamente, da quelle che vengono denominate “altre attività”. Secondo noi l’obbligo di compilare il timesheet non è affatto innocente o neutrale, ma presenta un certo numero di aspetti a dir poco controversi e critici, sui quali vorremmo invitare tutti a riflettere.
1 La questione di principio. La compilazione del timesheet modifica la natura profonda della professione di docenti, ricercatrici e ricercatori, assimilandola a un lavoro in azienda. Disporre del proprio tempo liberamente, senza vincolare l’attività di ricerca a un orario di lavoro prestabilito (fatti salvi gli obblighi legati all’insegnamento), rappresenta un elemento essenziale di questa professione, e metterlo in discussione – come si fa, ad esempio, mediante l’obbligo di compilazione dei timesheet – costituisce la violazione di un patto implicito, di carattere anzitutto morale, prima che giuridico, che lo Stato stipula con coloro che decidono di intraprendere la carriera universitaria. Non certo perché il personale docente e ricercatore rivendichi qualche forma di superiorità rispetto ad altre professioni, bensì perché la scansione oraria di tipo aziendale è incompatibile con la natura di questa professione, oltre che con la libertà della docenza e della ricerca sancita dalla Costituzione italiana. Il calcolo e la compilazione – accurata e veritiera – delle ore dedicate, ogni giorno, ad attività specifiche, ben distinte e classificabili mediante etichette precise è semplicemente impossibile, e infatti rappresenta, sul piano pratico, il risultato di una finzione.
2 Il problema della finzione. I contenuti di un timesheet compilato dal personale docente e ricercatore sono quasi completamente fittizi, e per questo non possono far altro che generare dichiarazioni false da parte di chi compila. Per fare qualche esempio: è una finzione il monte ore complessivo di 1500 ore annue per ciascun docente; è una finzione che chi fa didattica e ricerca non lavori più di 8 ore al giorno (questo è il limite massimo stabilito, ad esempio, dall’Università di Torino, ma qualunque altro numero avrebbe lo stesso effetto); è una finzione che chi fa didattica e ricerca non lavori di sabato e di domenica.
3 A che cosa serve? Impossibile da soddisfare, se non in modo fittizio, l’obbligo di compilare i timesheet non ha nessuna motivazione ragionevole e di buon senso. Non può servire, anzitutto, a valutare il personale docente e ricercatore, il quale si ritiene sia già valutato sulla base dei risultati che ottiene. Ma allora è naturale domandarsi: posto che non abbia questo scopo, l’obbligo di compilazione dei timesheet serve forse a qualcos’altro? A questo proposito, si possono avanzare svariate congetture, più o meno inquietanti e più o meno plausibili: che serva a regimentare e controllare la vita accademica, a dominare simbolicamente docenti, ricercatrici e ricercatori, a creare in loro ansia da prestazione e incentivare comportamenti conformistici, a scoraggiare la partecipazione ai bandi (per poi tagliare ulteriormente i fondi) e a dichiarare il falso (ponendoli in una condizione oggettiva di ricattabilità), e così via, e così via.
4 “Basta non partecipare ai bandi!” Qualcuno potrebbe pensare che chi non intende compilare i timesheet debba semplicemente evitare di partecipare ai bandi competitivi, senza fare polemica. Non è così semplice. La ragione principale per la quale docenti, ricercatrici e ricercatori partecipano ai bandi competitivi (e ciò è massimamente – ma non esclusivamente – vero nel caso dei progetti nazionali come i PRIN) è quella di avere a disposizione fondi per finanziare la ricerca di giovani postdoc non ancora strutturati. Ciò accade, naturalmente, perché non ci sono o sono troppo carenti altri tipi di finanziamento per supportare direttamente il lavoro dei precari della ricerca.
5 Timori per il futuro. Il timore che la compilazione dei timesheet possa essere estesa, nei prossimi anni, all’intero personale docente e ricercatore, indipendentemente dalla partecipazione a progetti di ricerca finanziati, non è ingiustificato: se la richiesta di questo tipo di rendicontazione è motivata dal fatto che si è ricevuto denaro per realizzare progetti di ricerca, quanto tempo passerà prima che si affermi l’idea che una rendicontazione analoga debba essere richiesta per il fatto che docenti, ricercatrici e ricercatori ricevono ogni mese una retribuzione?
6 Le piattaforme d’Ateneo. La compilazione dei timesheet sottrae tempo, come ogni adempimento burocratico, alle attività reali – di didattica e di ricerca – alle quali il personale docente e ricercatore si dedica. Al contempo, aumenta il carico di lavoro anche per il personale tecnico-amministrativo. Il tentativo di alcuni atenei, come ad esempio l’Università di Torino, di supportare il personale docente e amministrativo nella compilazione dei timesheet mediante l’introduzione di una piattaforma integrata online rischia di essere più dannoso che utile, poiché costringe chi è coinvolto a compilare e firmare digitalmente ogni mese il proprio registro, senza avere la possibilità di commettere errori e di correggersi in un secondo momento.
La compilazione obbligatoria dei timesheet, insomma, ci sembra la concretizzazione di un mutamento di più lunga durata del nostro lavoro. Al tempo stesso, costituisce un cospicuo scatto in avanti in una direzione che stravolge profondamente il senso e le modalità della ricerca. Alla comunità universitaria rivolgiamo l’appello a intraprendere una riflessione critica su questo tema. Agli interlocutori istituzionali – i singoli Atenei, il Ministero dell’Università e della Ricerca, la Commissione Europea (ultima responsabile dell’introduzione di queste disposizioni) – chiediamo di ripensare le strategie di governo della ricerca nel nostro Paese, eliminando l’obbligo di compilazione dei timesheet per il personale docente e ricercatore.
Guido Bonino, Antonella Del Prete, Paola Rumore, Paolo Tripodi
- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -