Una storia che nessuno potrà cancellare

La camera del Lavoro di Lentini nacque nel 1943. Una casa ancora in piedi che negli anni ha superato tutte le laceranti divisioni del mondo sindacale e della stessa sinistra.
di Luigi Boggio - martedì 28 febbraio 2017 - 841 letture

Settembre 1943. Due mesi dopo dello sbarco degli Alleati nell’isola nasceva “la camera del lavoro”, con la presa degli attuali locali di Via conte Alaimo, sede del dopo-lavoro fascista, per volontà di un gruppo di lavoratori di sinistra prevalentemente socialisti e comunisti. Già presenti negli anni bui del regime fascista chi in clandestinità e chi cacciati al confino. Una presenza che andrebbe rivisitata per meglio capire il loro impegno anche nelle vicende della città e dopo con l’evento delle libertà democratiche. Nella libertà buttarono le basi per la costruzione della casa comune dei lavoratori. Una casa ancora in piedi che negli anni ha superato tutte le laceranti divisioni del mondo sindacale e della stessa sinistra.

La camera del lavoro nella sua lunga storia non è stata solo il luogo d’incontro, di decisioni e di mobilitazioni in difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, ma è stato anche il luogo dei mille bisogni della gente. Bisogni che tante volte si tramutavano in aiuti, in assistenza, in solidarietà per l’incidenza che avevano nella vita delle persone. Dentro la cornice del grande sogno del periodo il lavoro e la terra. Che era il sogno del dopo guerra lottare per un pezzo di terra e un lavoro con un giusto salario per uscire dall’indigenza e migliorare le condizioni della propria famiglia.

Un periodo drammatico e da indescrivibili sofferenze che portavano a tumulti di piazza e azioni estreme, che spesse volte sfociavano in veri e propri assalti ai magazzini di molti ricchi proprietari. Come è avvenuto nel luglio del ‘46 con degli assalti che si conclusero con più di 160 arresti e con condanne pesanti, non scontate, per il sopraggiungere dell’amnistia. Una data che segna l’inizio dei primi arresti di massa, che si ripeteranno nel corso dell’ occupazione delle terre del barone Beneventano della Vaddara. Un movimento questo dell’occupazione delle terre che ritroviamo in tutto il Mezzogiorno con la parola d’ordine “la terra a chi la lavora”. Un movimento per l’estensione e la partecipazione fortemente consapevole e per nulla intimorito dell’azione repressiva dello Stato, in un clima politico mutato per la fine del governo di unità nazionale nel quale vedeva la partecipazione dei socialisti e dei comunisti. Con il passare degli anni alle lotte per il lavoro e il salario seguirono quelle per il diritto alla salute e alla riforma del sistema pensionistico per arrivare alla conquista della riforma della scuola media e dell’apertura degli accessi all’Università. Una svolta per scuola democratica aperta a tutti, volta alla promozione della persona.

Gli anni 68/69 sono stati anni di profondi cambiamenti nel modo di pensare, agire e comunicare con movimenti e organizzazioni di diverse estrazione. Un cambiamento che si colloca lungo la scia del luglio ‘60 contro il governo Tambroni per la democrazia e un nuovo corso politico. Un luglio ‘60 che vide protagonisti insieme alla classe operaia la generazione con le magliette a strisce e i jeans. Una generazione gioiosa, non ideologica ma piena di ideali , che amava i Beatles e Rolling Stone. Lungo questo cammino e nel nuovo clima del ‘68, una sera di febbraio i giovani universitari della Fuci s’incontrarono con un gruppo di braccianti nel salone della camera del lavoro per un confronto sui temi della condizione bracciantile e il futuro dell’agrumeto. Fu un confronto serrato, rispettoso, appassionato e pieno di tante domande e curiosità. Due mondi a confronto, legati alla stessa realtà, con ruoli sociali diversi interessati a conoscersi. Una conoscenza durata nel tempo per proseguire con alcuni verso un cammino comune. I fatti di Avola del dicembre ‘68 con i tre braccianti uccisi dalla polizia hanno caratterizzato il movimento bracciantile siciliano per la gestione del collocamento e un maggiore potere contrattuale nelle aziende.

Sull’onda del movimento a Lentini si attuava la prima gestione democratica del collocamento. L’avviamento al lavoro avveniva attraverso la richiesta numerica delle aziende, grazie alla circolare dell’allora ministro del lavoro socialista Brodolini. Fu un fatto enorme e dirompente contro il mercato delle braccia, le discriminazioni padronali e i piccoli favoritismi familistici. Successivamente con la manifestazione-occupazione dell’azienda Cassis di Rizzolo dell’11 luglio ‘69 si aprì un nuovo terreno di lotta sugli organici aziendali, il diritto d’assemblea e il riconoscimento dei delegati aziendali. L’iniziativa portò all’assunzione di circa 100 braccianti di Buccheri e l’elezione del primo delegato aziendale nella persona del bracciante agricolo Giuseppe Caleffi di Buccheri. Questo primo risultato innescò un processo a catena investendo anche le aziende commerciali sul versato occupazionale e salariale poiché permanevano delle odiose discriminazioni tra uomini e donne che svolgevano le stesse mansioni. E’ stato un primo passo significativo verso la parità con non pochi mugugni della Lega autonoma degli agrumai interni,quasi sempre in contrasto con il sindacato per motivi organizzativi e contrattuali. Nei momenti cruciali delle vertenze però riconoscevano il ruolo delle operaie per l’azione di collocante che esercitavano fuori e dentro i magazzini. Un mondo questo delle lavoratrici dei magazzini, composto da mamme e figlie, dediti al lavoro ,talvolta indifese,ma con una coscienza di gran lunga più alta degli stessi compagni di lavoro. Un mondo che andrebbe riscoperto e valorizzato in quanto parte integrante della storia del movimento democratico e sindacale lentinese. Le donne aiutate da Graziella Vistrè, non solo sul piano contrattuale ma anche sul diritto alla casa, hanno dato molto, ma sono state le prime ad essere espulse dal lavoro per l’introduzione delle macchine nei processi di lavorazione della arance e per la chiusura di quelle aziende che non riuscivano a stare più sul mercato. Con la conquista delle terre degli anni ‘50 molti braccianti si avviarono verso un nuovo status sociale, un fenomeno non molto esteso ma significativo, proseguito negli anni con la legge sulla formazione della piccola proprietà coltivatrice.

Decine e decine di braccianti da semplici salariati a giornata si trasformarono in piccoli proprietari che con sacrifici e sudore contribuirono a cambiare il paesaggio agricolo in una foresta di alberi d’arancio dal profumo di zagara. Alcuni di loro rimanevano coltivatori diretti mentre altri assumevano lo status di coltivatori-salariati,cioè lavoravano in proprio e per terzi. L’emergere di queste nuove figure miste,che ritroviamo non solo nel campo agricolo ma anche in altri settori creavano non poche difficoltà al sindacato nella gestione del mercato del lavoro e dei contratti, in particolare nei mesi estivi a causa della contrazione dell’occupazione e la pratica dello scambio tra salario e giornate non dichiarate. Un fenomeno dilagante di lavoro irregolare e mal pagato,coperto però ai fini previdenziali dal blocco degli elenchi anagrafici, che trova la sua maggiore espansione negli anni ‘70 con l’esplosione dell’abusivismo edilizio sia nella costa che in città. Una città con una economia prevalentemente agricola con un indotto fiorente, ma anche di sevizi essenziali per tutta l’area. Elemento questo non sempre compreso sul piano dell’apporto economico e sociale come quello che arrivava pure dagli oltre tre mila operai che lavoravano nella zona industriale di Priolo. Una ricchezza complessiva e diffusa proveniente da diversi settori che faceva di Lentini una delle città con il più alto reddito pro capite del Mezzogiorno. Dopo l’occupazione delle terre il punto più alto del movimento bracciantile fu toccato con le lotte per il salario.

Erano giornate di tensioni, in un crescendo di partecipazione, giorno dopo giorno, ad oltranza. Giornate che pesavano sia ai protagonisti dello sciopero che alla città per la paralisi che si veniva a creare. Ancora ad oggi sono rimasti nella memoria collettiva della città gli scontri alla Stazione del gennaio ‘66, quando la polizia sparò sui manifestanti in lotta per il rinnovo del contratto. Questo modo di condurre le lotte creò nel tempo non poche difficoltà alla costruzione di tante altre iniziative definite in giorni e ore ben limitate. Una concezione questa che veniva da lontano, presente anche nella sinistra, che in alcune occasioni sfociava in proteste fine a se stesse e in mugugni di piazza talvolta tanto distruttivi quanto ingenerosi. Una concezione che in alcuni momenti rispuntava con le motivazioni più disparate, tendenti molte volte alla difesa del proprio particolare a scapito degli interessi dei meno protetti della stessa categoria. Una categoria che iniziava ad avvertire il suo lento declino, come classe sociale protagonista, verso la metà degli anni ‘70, di pari passo alle continue crisi dell’intero comparto e per l’affermarsi del piano Mansholt nella politica agricola comunitaria a scapito delle produzioni mediterranee. Questa politica mise in luce anche l’arretratezza del comparto e l’inadeguatezza della risposta a causa della polverizzazione aziendale, della scarsa volontà a mettersi insieme ad altri per un salto nella gestione dell’intera filiera produttiva e commerciale. Anche il sindacato aveva delle difficoltà nel comprendere quello che stava avvenendo in tutto il comparto e le risposte da dare non solo in termini di rivendicazione salariale, ma anche di politiche agricole e previdenziali.

Tutte problematiche che sono ritornate in quest’ultimi tempi, le quali stanno avendo delle significative risposte sul versante legislativo nazionale e comunitario, ma che a tutt’oggi non riescono a frenare l’abbandono degli agrumeti e la fuga dei lavoratori dalle campagne. Dalle cinque mila unità lavorative dell’intero comparto, senza contare gli esterni in nero degli anni ‘70, si è assistito ad un calo drastico della manodopera e ad una diminuzione vertiginosa delle giornate per il restringimento del ciclo produttivo e di lavorazione. Prima a Lentini si veniva a lavorare da fuori,oggi sono i lavoratori lentinesi ad abbandonare la loro città. Questa è la storia di tutte le crisi delle economie monocolturali sia agricole e sia industriale. Una storia in cui la città è stata ed è ancora dentro. Una storia di cui bisogna fare i conti, ancora oggi, per innovare l’esistente, per diversificare le produzioni e per cercare di muoversi in altre direzioni di attività sino ad oggi inesplorati. Necessitano però delle politiche di sostegno reali e celeri al fine di incrociare e favorire una nuova generazione di imprenditori agricoli che è una delle cause del declino. Un problema che si sarebbe presentato in quanto era nell’aspirazione degli stessi padri vedere i propri figli impegnate in altre attività meno dure e faticose. Il sogno della generazione del miracolo lentinese dopo la terra e il lavoro era mandare i figli agli studi. Un sogno realizzato da molti anche da tanti braccianti e operai di altri settori che vivevano a giornata.

La ricostruzione fin qui condotta,anche se parziale, non poteva concludersi con la riflessione sul rapporto tra partito e sindacato con aspetti riguardanti il governo della città nei periodi delle amministrazioni di sinistra. Queste diverse entità per la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica venivano viste, percepite e identificate come un’unica entità: il partito. Il partito la mente,la camera del lavoro il braccio operativo,l’amministrazione il punto di mediazione dei bisogni e delle vertenze delicate in particolare quando le cose non si mettevano per il giusto verso. Il rapporto tra partito e sindacato incominciò ad allentarsi per l’avvicinamento delle tre confederazioni sindacali negli anni 68/70 sul terreno unitario delle vertenze. L’unità ritrovata del mondo del lavoro aprì una stagione di lotte e conquiste sino allora insperate. Anche a Lentini il dialogo s’infittì e sfociò nella festa unitaria del primo maggio ‘69. Fu un momento alto accompagnato da qualche mugugno per l’avvicinamento. Da questo momento iniziò un lento e graduale distacco per assumere ognuno la propria autonomia.

Nel frattempo il partito comunista con segretario Luigi Longo sotto l’incalzare degli avvenimenti apriva un dialogo con gli studenti e ridefiniva il ruolo del partito come “parte” della società superando una certa concezione totalizzante per avviare una nuova e diversa dialettica tra partito e sindacato,tra partito e movimenti. Un cambiamento dirompente imposto dalla crescita della società italiana in senso democratico e partecipativo. Anche a Lentini cambiavano molte cose sul modo di vivere e di operare del sindacato. Gli incontri nel partito erano approntati nel rispetto delle posizioni e della massima dialettica. Gli anni a seguire per arrivare ai nostri giorni sono sotto gli occhi di tutti per la portata sconvolgente dei processi di globalizzazione e le conseguenze sulle persone.



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