Una storia ai tempi della spagnola

Quello che sto per raccontarvi è la storia di una famiglia spezzata dal virus della spagnola. Siamo a Nicosia, nel 1918, quando in un pomeriggio di sole senza nessun preavviso il virus...
di Luigi Boggio - mercoledì 6 maggio 2020 - 933 letture

Quello che sto per raccontarvi è la storia di una famiglia spezzata dal virus della spagnola. Siamo nel 1918 quando in un pomeriggio di sole senza nessun preavviso il virus portò via mio nonno Luigi di anni 58 e uno dei miei cugini Salvatore di 4 anni, figlio di zia Maria sposata in Pontorno.

È stata una tragedia non solo umana e psicologica ma anche economica per la chiusura del grande emporio di tessuti ubicato negli attuali locali della Società Progresso con le porte rivolte verso la piazza principale e i portici della Cattedrale di Nicosia: il salotto della città, dello struscio, delle discussioni, del pettegolezzo e delle maldicenze in coda. Teatro anche di epici scontri politici e di comizi di fuoco.

Quando nonno morì papà aveva 13 anni, era il più piccolo della famiglia e il più coccolato. La famiglia era composta da tre maschi, due femmine e nonna Rosa. Una perla di bontà che visse sempre accanto a zia Maria, che era la matriarca della famiglia. Era una famiglia agiata, non ricca, felice e disponibile verso gli ultimi in quanto il nonno per l’attività che svolgeva aveva il polso dell’economica della città. Una economia prevalentemente agricola, con un diffuso artigianato, un vasto ceto medio professionale e una serie di servizi utili alla popolazione e a quelle del circondario.

Anche l’attività culturale dava segni di vivacità e di presenza attraverso la stampa in particolare “ L’Eco dei Monti” fondato nel 1905 dall’onorevole Mariano La Via. Amico del nonno, il quale lo coinvolse insieme ad altri nell’azione politica-amministrativa con l’elezione in consiglio comunale. Per quello che ho potuto leggere e dai racconti il decennio che va dal 1905-1920 è stato un periodo che guardava allo sviluppo dell’intera zona con l’iniziativa per la realizzazione della ferrovia e la prospettiva di far crescere il ruolo della cittadina, già sede di Vescovado e di Sottoprefettura. Sogni nel tempo svaniti come tanti altri.

Un periodo segnato anche da una forte emigrazione verso le Americhe, da lutti a causa dell’assurda guerra, dalle mancate promesse verso i reduci, infine dall’epidemia della spagnola.

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Un quadro drammatico. Una sola volta papà mi parlò di quel periodo al ritorno a piedi dal cimitero. Papà era una persona mite, di grande umanità e di poche parole rispetto alla mamma dal forte e vivace temperamento. Dopo la morte del nonno e la chiusura dell’emporio, mi disse: "Non era stato più come prima. La nostra vita cambiò e ognuno dei figli intraprese la propria strada. Avevo 13 anni, ricordo la quarantena e i lutti provocati da quel virus invisibile. Le zie e gli zii dopo alcuni anni dalla tragedia si trasferirono a Catania per motivi di lavoro e per fare studiare i figli, mentre io - prosegue papà mentre camminavamo- dopo il militare all’Aviazione a Torino rientrai a Nicosia e in quel clima d’entusiasmo per l’imminente rivoluzione sociale aderii al fascismo. Una giovinezza sofferta per la mancanza di mio padre e di lavoro precario nella pubblica amministrazione per poi lavorare all’ente comunale di assistenza alla fine della seconda guerra mondiale. Che schivai dopo essere stato chiamato come riservista a Palermo e rimandato a casa insieme a tutti gli altri prima “il rompete le righe” dopo l’8 settembre con l’arrivo a casa dopo un lungo viaggio con mezzi di fortuna e a piedi".

La gioia della mamma e la nuova vita verso la speranza non illusoria e triste degli anni neri. All’ente comunale di assistenza i bisogni della gente erano visibili ma c’era pure tanta povertà nascosta di molte famiglie, che bisognava assistere con riservatezza a casa loro. Persone che la guerra aveva buttato sul lastrico. Papà quel lavoro lo svolgeva con impegno e discrezione prima d’essere messo da parte dell’arrivo dei nuovi barbari della Dc finiti per corruzione ai Cappuccini e un suicidio.

Invece quello che mi parlava di mio nonno quando mi vedeva era don Raffaele il napoletano. L’uomo di fiducia del nonno che lo seguì da Napoli fino a Nicosia per dare vita all’attività commerciale. Mi parlava come se lui fosse davanti a noi, con il sorriso sulle labbra e la disponibilità al dialogo. Una persona colta e intelligente amante della lettura, della buona musica e di sani principi liberali di destra come direbbero i miei amici Nino e Pasquale, i quali mi hanno fornito alcuni documenti sulla sua vita politica. Don Raffaè finiva sempre con le solite parole: "Non dimenticarti mai che tuo nonno era una brava persona".

Ho scritto questa breve nota pensando a tutte quelle persone alle quali il virus sta cambiando la vita per la chiusura delle attività o la perdita del posto di lavoro. Per alcuni andrà meglio, ma non per tutti.



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