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Una sapiens femminista, a partire da Hannelore Cayre

Ho avuto la fortuna di intervistare Simonetta Badioli, la traduttrice di Le dita mozzate: un thrilling paleontologico, un romanzo di formazione al femminile, una prova tangibile dell’importanza della Storia...

di Alessandra Calanchi - mercoledì 19 novembre 2025 - 415 letture

Ho avuto la fortuna di intervistare Simonetta Badioli, la traduttrice di Le dita mozzate: un thrilling paleontologico, un romanzo di formazione al femminile, una prova tangibile dell’importanza della Storia (quella con la S maiuscola) e delle molte sorprese che ancora ci riserva. Badioli ha tradotto e/o curato diverse opere letterarie, fra cui Paralleli pericolosi, romance americano dell’800 scritto da due donne e interamente ambientato su Marte (Le Lettere), Oltre la maschera di Susan Glaspell (Galaad), La miniera maledetta e L’implacabile (Edizioni Le Assassine).

Quest’ultimo romanzo mi ha talmente colpita che ho deciso di parlarne con la traduttrice ora che il libro è stato pubblicato. Quella che segue è una piacevolissima conversazione che spero convincerà tutti i lettori e le lettrici non solo a procurarsi al più presto questo libro, ma anche ad apprezzare il grande lavoro storico, linguistico, culturale, sociologico che fanno i nostri traduttori e le nostre traduttrici.

Simonetta, come sei diventata traduttrice?

Ho studiato Lingue e Traduzione all’università, sono stata un anno negli Stati Uniti, ho letto tantissimi romanzi… poi ci sono stati i master e le summer school… ora sto studiando Psicologia… insomma, non si finisce mai di imparare… a me poi piace soprattutto tradurre le donne e l’editrice con cui sto collaborando mi permette di interfacciarmi con storie davvero intriganti e incontrare protagoniste formidabili…

Vuoi raccontarci di cosa parla Le dita mozzate?

Il romanzo intreccia due tempi e due mondi: quello moderno della paleontologa Adrienne Célarier, donna in carriera che ben conosce (e sfrutta a proprio favore) le dinamiche del potere, che non risparmiano nemmeno l’ambiente culturale; e quello di Oli, la giovane Sapiens che ci condurrà nel suo mondo di 35.000 anni fa alla scoperta della vita quotidiana, del sistema di pensiero, dei miti e dei tabù, delle violenze, delle discriminazioni e dello sfruttamento del genere femminile ai tempi preistorici, che non furono per le donne un’età dell’oro.

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Copertina di Le dita mozzate, di Hannelore Cayre

Quali difficoltà hai incontrato?

Ne ho incontrate soprattutto a livello del linguaggio, che non è omogeneo: si va dai capitoli dedicati alla presentazione della grotta scoperta in Dordogna durante gli scavi per una piscina, in cui l’esposizione è precisa, tecnica, tipica del settore scientifico (antropologia, paleontologia, mineralogia), a quelli che narrano la vita di Oli e del suo clan, in cui dialoghi, riflessioni e vicende hanno un tono familiare e spesso ironico, ciononostante idoneo a esprimere profonde riflessioni e brillanti e sorprendenti deduzioni. L’autrice ci tiene a sottolineare quanto il linguaggio dei primitivi non fosse, come molti potrebbero immaginare, limitato e incapace di comunicare altro dai significati concreti e pratici. Numerosi sono i dialoghi imperniati sulle questioni relative all’essenza della vita, all’origine dei pensieri, a ciò che succede dopo la morte.

Di quale genere letterario stiamo parlando? Storico, avventura, o che altro?

In realtà è una storia che si può leggere come un giallo, infatti uno dei due scheletri rinvenuti apparteneva a un essere umano deceduto non per morte naturale. Certo, è un giallo in cui l’investigazione è sostituita dalla conferenza della paleontologa che ipotizza ciò che può essere avvenuto in passato, in un intreccio che affianca gli eventi di 35.000 anni fa agli spezzoni della presentazione della grotta al pubblico. Gli amanti della preistoria e della paleontologia apprezzeranno la descrizione approfondita e basata sulle ultime ricerche della vita quotidiana dei Sapiens: la caccia, la preparazione del cibo, la produzione di utensili, la vita sessuale, le nascite e le morti, gli spostamenti e gli incontri con altre tribù e addirittura con gli ultimi Neanderthal.

Mi pare di capire che le donne occupino un ruolo centrale…

Assolutamente sì. Anzi, lo definirei un romanzo femminista dall’originalità indiscussa, dove l’ambientazione storica viene utilizzata per immaginare la scoperta dell’origine della vita, il ruolo del maschio (fino ad allora ritenuto escluso dalla riproduzione) e le conseguenze sulle donne. Queste, secondo l’autrice, che si ispira alle ricerche dell’antropologa femminista Paola Tabet, sono sempre state sottomesse agli uomini: se in un primo tempo il motivo era causato dal divieto di cacciare, che costringeva le donne ai compiti routinari più noiosi e faticosi e a barattare sesso contro cibo, in un secondo momento la loro sottomissione deriva dal fatto di essere portatrici della discendenza maschile. Gli uomini apprendono infatti che il prodotto del piacere sessuale è il seme della vita, la loro discendenza, la sconfitta della morte: il controllo sulle donne diviene allora ancora più imperioso, scontrandosi con la ricerca della libertà di queste ultime che, finalmente consapevoli delle conseguenze dei rapporti sessuali, vorrebbero sottrarsene o, perlomeno, scegliere il partner e decidere in autonomia se e quando procreare, onde evitare la schiavitù delle numerose gravidanze e gli enormi rischi del parto.

Stiamo parlando quindi di periodi della Storia (anzi della Preistoria) in cui non si è ancora diffuso il mito di Artemide cacciatrice, o delle Amazzoni…

Sì, infatti, la vicenda si svolge moltissimo tempo prima! Eppure, il romanzo è apertamente femminista, pur senza forzature anacronistiche. E l’autrice non perde mai di obiettività nel descrivere fatti e personaggi: la protagonista Oli si distingue per la sua intelligenza, le abilità fisiche e la mente brillante, ma non tutte le donne sono rappresentate in maniera altrettanto positiva. Nei diversi clan, come all’interno di quello di Oli, ci sono donne libere, alla ricerca di un’esistenza diversa, che potrebbero ben rappresentare le giovani donne di oggi, che non stanno seguendo le orme di chi le ha precedute; ma ci sono anche donne che non rinunciano ai privilegi che comporta essere sottomesse agli uomini: cibo, carne, protezione, in cambio di disponibilità sessuale. Dunque, un ritratto del femminile a tutto tondo che mette in luce le sfaccettature dei rapporti tra i generi che, a quanto pare, non sono cambiati molto nel corso dei secoli e dei millenni.

E come fa il suo ingresso, in questa società, l’atroce “punizione” che troviamo nel titolo?

La linea è l’uomo. La donna è il cerchio. Quando si scopre la verità sulla riproduzione, il caos tanto temuto si scatena: gli uomini - ideatori del mito secondo cui alle donne era vietato cacciare, pena lo stravolgimento dell’ordine naturale e sociale - in effetti ci avevano visto giusto: le donne che cacciano grandi prede e che scacciano i maschi dai loro giacigli, che non fanno più figli se non quando lo decidono loro, mettono in moto la ruota del caos, portando scompiglio nella realtà costituita, nell’ordine dato. La punizione del taglio delle dita in caso di trasgressione non riesce tuttavia a fermare la lotta per la libertà e per la conoscenza. La grotta delle antenate, con le sue pareti ricoperte di impronte di mani femminili mutilate, da luogo sacro testimone della memoria delle violenze subite diventa per Oli luogo di presa di coscienza: la voce delle antenate la spinge a fuggire dal clan per non continuare a essere vittima. La grotta diventa luogo di denuncia ma anche di vendetta: è lì che avviene uno degli omicidi di cui si parla all’inizio del romanzo.

La mutilazione subìta dalle donne rimane dunque come testimonianza di un sistema repressivo che non vuole perdere il suo ruolo egemone.

Esatto. La verità che rende liberi - libere, nel nostro caso - scatena la rabbia degli uomini. Le dita mozzate ci mostra la violenza scaturita dallo sconvolgimento dell’ordine: non è forse la stessa violenza di cui oggi si macchiano tanti uomini incapaci di contenere la frustrazione per non essere più indispensabili alle donne? La perdita del ruolo - del ruolo dominante, peraltro - corrisponde a una grave perdita dell’identità: non è facile riconoscerla né accettarla senza combattere.

Dunque le donne imparano a combattere?

L’aggressività genera aggressività, anche se ne siamo solo testimoni. I due mostriciattoli del romanzo – bimbe meticce (Sapiens-Neanderthal) scampate al massacro della loro tribù e risparmiate perché troppo brutte per diventare oggetti sessuali o da riproduzione - sono così traumatizzate da vedere la violenza in una semplice baruffa e prolungano involontariamente la scia di morte. La femmina che difende sé stessa e le sue simili, che toglie la vita al giovane manesco, che si macchia di un delitto che altro non è se non l’ennesima conseguenza delle modalità maschili di rispondere al disorientamento e alla perdita di potere goduto fino a poco prima, costituisce un momento terribile nello snodo del romanzo: smarrimento, senso di colpa, paura di ritrovarsi sole e abbandonate.

Ci sono protagonisti maschili altrettanto interessanti?

La brillante idea dell’autrice di affiancare alla protagonista Oli un fratello gemello permette di rimarcare ancora più facilmente non solo l’ingiustizia, ma anche l’insensatezza e l’illogicità dei ruoli di genere stabiliti dalla tradizione: entrambi, fratello e sorella, sono costretti a svolgere compiti incompatibili con la loro volontà e le loro inclinazioni, mentre uno scambio di ruoli - quale in effetti avverrà - sarebbe ideale sia per la loro soddisfazione personale sia per la comunità. Le conseguenze di imporre a un uomo di cacciare o di combattere solo perché nato maschio sono messe in evidenza nel corso della narrazione: un giovane costretto a compiti per i quali non è all’altezza, né per temperamento né per capacità, diviene preda di sfoghi di rabbia e di frustrazione che minacciano la serenità del clan e che si sarebbero potuti impedire se un mito stabilito tante generazioni prima non avesse vietato a Oli, molto più abile del fratello nella caccia, di seguire la propria indole ed essere una preziosa risorsa per tutta la tribù.

Puoi dirci qualcosa di più sui ruoli precostituiti?

L’assegnazione di ruoli di genere deriva, ancora secondo Tabet, da una divisione sessuale del lavoro con conseguente scambio economico-sessuale. L’antropologa ipotizza che gli uomini abbiano sempre avuto il dominio sulle armi e sugli utensili, monopolizzando il diritto a cacciare prede medio-grandi. Alle donne non restava che dedicarsi alla raccolta di vegetali o al reperimento di piccoli animali, ma questi non sopperivano al fabbisogno alimentare. Di conseguenza le donne erano dipendenti dai cacciatori per la carne, che costituiva una merce preziosa barattata con la disponibilità sessuale. Nel momento in cui gli uomini si rendono conto di essere i padri dei bambini fino ad allora creduti una produzione casuale ed esclusivamente femminile - uno degli episodi più drammatici descritti nel romanzo - ecco che si pongono le basi della società patriarcale: le donne e la loro progenie diventano di proprietà del maschio, che su di esse rivendica potere e dominio. Oli, come una novella messia, non mancherà di condividere la clamorosa scoperta con tutte le donne che incontra lungo il suo periplo. Il caos, che dall’inizio del romanzo incombeva come una spada di Damocle su coloro che non avessero rispettato la legge degli antenati, si diffonde invece nel momento in cui le donne comprendono il potere che hanno sul loro corpo e sul frutto del loro corpo: quei bambini che, da peso per l’intera tribù (rallentano gli spostamenti, impegnano le donne nel loro accudimento, sottraggono risorse ai membri adulti), diventano improvvisamente oggetti preziosi, da possedere, così come le loro madri. I bambini rappresentano da allora, per gli uomini, il futuro, la sconfitta della morte. La coscienza riproduttiva si tradurrà, al contrario, in una sconfitta per le donne che vedranno ridursi ancora di più le loro libertà.

Grazie, Simonetta, per questa conversazione che rivela la tua forte sensibilità di studiosa di letteratura e di psicologia oltre che di traduttrice. Raccomando la lettura di questo romanzo e anche degli altri usciti per Le Assassine, che proprio quest’anno ha vinto un prestigioso “premio alla migliore casa editrice” da parte del Festival Giallo Garda.


Le dita mozzate / di Hannelore Cayre ; traduzione di Simonetta Badioli. - Edizioni Le Assassine, 2025. - 208 p. - (Sisters). - ISBN 978-88-94979-96-1.


Sinossi editoriale

La brillante e ambiziosa paleontologa Adrienne Célarier scopre in Dordogna una grotta le cui pareti sono ricoperte di mani femminili mutilate e all’interno della quale vengono trovati due scheletri risalenti a 35000 anni fa. L’analisi dei resti rivela che si tratta della scena di un crimine. La storia si sposta allora indietro nel tempo e ci fa fare la conoscenza di Oli, la protagonista, una ragazza ribelle e coraggiosa appartenente a una tribù di Homo Sapiens. Stanca di subire continui soprusi per il solo fatto di essere nata femmina, Oli infrange tutte le convenzioni sociali a rischio della sua stessa incolumità. La sua ribellione getterà nel caos la comunità e sfocerà in una serie inaudita di violenze. "Le dita mozzate" è un noir atipico, in cui il nostro passato remoto diventa lo sfondo perfetto per indagare la nascita della sottomissione femminile e le sue origini. Le avventure di Oli, i suoi numerosi incontri con altre tribù e la sua lotta per essere rispettata al pari degli uomini, gettano una luce feroce sulle spietate dinamiche che regolano la sopravvivenza dell’umanità e su verità che molti preferirebbero negare.



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