Una repubblica ignara: intervista a Giovanni Spinosa
"Ma il vero problema non è solo l’efficienza delle mafie. È il contesto che consente a questi meccanismi di funzionare. E questo contesto è fatto di relazioni locali, di professionisti compiacenti, di connivenze"
Inizi a parlare di mafie e ti ritrovi tra le mani Dugin, gli ultrà viola, Franco Freda, Giovanni Senzani, i delitti della Uno bianca, Steve Bannon e Donald Trump, i comunicati della Falange armata, il gruppo terroristico Ludwig, la scomparsa della prima Repubblica e i riti esoterici neonazisti. Cosa possano avere in comune questi personaggi e questi eventi, risulterà più comprensibile leggendo l’intervista integrale allegata al presente articolo.

- I Documenti della Falange Armata
Il mio interlocutore, stavolta, è Giovanni Spinosa, magistrato in quiescenza, che ha attraversato quarant’anni della nostra storia repubblicana – dal 1981 al 2021 – occupandosi di una larga serie di vicende criminali, dall’anonima sequestri sarda alla Uno bianca, dalla criminalità organizzata di stampo mafioso all’omicidio di Marco Biagi, ucciso dalle Br nel 2002. L’eclettismo professionale è qualcosa che si ritrova anche nella forma mentis di Spinosa, nel suo approccio senza compartimenti stagni, abituato a riflettere sulla permeabilità delle organizzazioni, dei fatti, delle personalità, sulle ibridazioni tra realtà apparentemente slegate tra loro.
Si parla in streaming il 30 ottobre scorso. Le mafie, nel corso della chiacchierata, finiscono per essere assorbite da un quadro più ampio, che le comprende, ma che non si esaurisce con i clan e con i boss. Per quanto le riguarda, per quanto concerne le loro trasformazioni, quella più rilevante, agli occhi del mio interlocutore, è il mutamento della manovalanza, reclutata non più tra i “picciotti” tradizionali, ma all’interno di un bacino più vasto, quello dei “ragazzi di strada” – per usare un’espressione cara a Ordine nuovo –, ossia della piccola criminalità, dei facinorosi dalla mano facile, non sempre in grado di comprendere d’essere inseriti in giochi più grandi di loro. Una manovalanza reclutabile anche all’interno degli stadi, tra gli ultrà – viola o rossoneri o bianconeri, poco importa –, in una realtà culturalmente pregna di riferimenti ideologici eversivi e dichiaratamente neonazisti, più ancora che neofascisti.
Dipanando una matassa che corre lungo i richiami al gruppo terroristico Ludwig, da parte degli ultrà viola, passando per le posizioni neonaziste di uno dei giovani attentatori della strage di Brescia, arrivando sino a Dugin e, attraverso di lui a Steve Bannon, il mio interlocutore fa affiorare, all’interno di alcuni segmenti eversivi della nostra società, un pensiero che intenderebbe riportarci a prima della modernità, che esalta la natura divina di un rapporto diretto tra il capo e il popolo, senza alcuna mediazione, lontanissimo da un certo modo contemporaneo di pensare alla storia, alla politica, al rapporto tra governanti e governati. Un pensiero pericoloso, secondo Spinosa, «che può entrarci in casa senza che ce ne rendiamo conto».
E non si tratta di astrazioni prive di costrutto. Perché l’inveramento di quel particolare rapporto tra il leader e il suo popolo è stato un progetto, un progetto strategicamente perseguito, a suon di bombe, di stragi, di attentati e di comunicati, che quelle stragi e quegli attentati anticipavano e poi, una volta avvenuti, spiegavano all’interno della logica strategica che presiedeva al tutto. A guidare il progetto in questione è una sigla, Falange armata, attiva con oltre un migliaio di comunicati, tra il 1990 e il 1994, dall’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile alla fine della prima Repubblica. Sì, perché questa struttura capace di aggregare – secondo l’analisi di Spinosa – organizzazioni criminali di diversa natura, si proponeva lo scopo di disaggregare lo Stato, di smaterializzare la prima Repubblica, attaccando, al contempo, uno dei luoghi simbolo dello Stato stesso, ossia le carceri.
Il mio interlocutore legge i comunicati che precedono la strage di via D’Amelio, quelli immediatamente precedenti e quelli successivi, così come evoca quelli che furono emanati a ridosso delle stragi del ’93, quelli che precedettero il fallito attentato di via Sabini, nel ’93, e, così leggendo, giunge sino alla primavera del 1994. Anno importante, anno in cui il presidente della Repubblica, Scalfaro, scioglie le Camere, e decreta nuove elezioni, con un nuovo sistema elettorale. Uno Scalfaro ricattabile e ricattato, dentro una Repubblica che stava agonizzando, portando con sé, appunto, i corpi intermedi e lasciando emergere proprio quel rapporto senza mediazioni tra leader e popolo, che è la cifra, come si è detto sopra, di un vasto e diffuso pensiero politico contemporaneo, con addentellati nel passato.
L’aspetto inquietante della vicenda – inquietante per l’esito stesso della strategia della Falange armata – è che la messe di comunicati ai quali si riferisce il mio interlocutore sono stati oscurati, sino alla pubblicazione di un suo lavoro con Giorgio Mezzetti, alla magistratura e, per conseguenza, all’opinione pubblica italiana. Comunicati con riferimenti precisi, inequivocabili, che entrano nel dettaglio di processi e anticipano azioni che avverranno, comunicati che, prima ancora della vittoria di Berlusconi alle elezioni del marzo 1994, affermano: «abbiamo vinto noi». Comunicati che, nella forma e nei contenuti, risultano provenire da intelligenze raffinate, “raffinatissime”, per dirla con Falcone, da uomini dentro lo Stato e, forse, al di là degli apparati dello Stato.
Se ne trae, nel complesso, una constatazione amara: per decenni, la cittadinanza pare aver vissuto in una sorta di inconsapevolezza tragica del percorso politico, innanzitutto, della Repubblica in cui viveva e in cui faceva fiorire le sue parabole di vita. Per decenni, è stata attraversata da risorgenti tentazioni eversive, da ideologie di ispirazione nazista, esoteriche, spiritualiste, razziste, che si sono saldate, nel tempo, ad altri interessi criminali, magari a quelli della mafia, che nella strage di via D’Amelio, «c’entra dalle unghie ai capelli». Una Repubblica ignara e oltraggiata, sembra dire, in maniera lucida e argomentata, il dottor Spinosa.
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