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Una guerrigliera armata di penna

Una voce isolata che rimpiangeremo. Susan Sontag è morta il 28 dicembre a New York di leucemia.
di Pina La Villa - giovedì 30 dicembre 2004 - 3690 letture

"Ciò che scrivo è diverso da me. Ciò che scrivo infatti è più brillante di me. Perché posso riscriverlo."

Susan Sontag, scrittrice e intellettuale del movimento femminista, è morta il 28 dicembre a New York di leucemia

Scrittrice, saggista, critica. Femminista. Susan Sontag era un’intellettuale a tutto campo, capace di dividere la sua attenzione tra le istanze sociali, l’estetica, la critica letteraria, la malattia come metafora sociale.

Il suo oggetto di studio e di attenzione si collocava nell’equilibrio tra estetica e morale; in questo la sua scrittura era stimolante, originale, spesso viscerale nelle sue posizioni. E la sua voce era importante, in America.

Era nata a New York nel 1933. Dopo la laurea all’università di Chicago, aveva conseguito dottorati in filosofia, letteratura e teologia all’Università di Harvard e al college Saint Anne di Oxford.

Si autodefiniva «zelante della serietà», un’«esteta istupidita» e una «moralista ossessiva».

Nel 2000 aveva dato alle stampe un best-seller storico, L’amante del Vulcano e si era aggiudicata il National Book award per un altro suo romanzo storico, In America. Tuttavia, la sua popolarità nasceva soprattutto dalla sua forza di saggista.

Notes on Camp del 1964, la consacrò una delle maggiori promesse della letteratura americana. Come saggista scrisse poi Contro l’interpretazione (1966), Sulla fotografia (1977), Malattia come metafora (1978) e L’Aids e le sue metafore (Einaudi ’89), Stili di volontà radicale (Mondadori 1997), Davanti al dolore degli altri (2003).

A differenza dei molti scrittori americani, Sontag fu profondamente coinvolta nella vita politica del suo Paese, fin dagli anni Sessanta. Quando l’Ayatollah Ruhollah Khomeini invocò la morte dello scrittore Salman Rushdie, per il suo libro Versetti satanici, la scrittrice fu alla testa delle proteste del mondo letterario.

Sontag si è battuta senza posa per la difesa dei diritti umani e negli anni Novanta ha viaggiato a lungo nell’ex Jugoslavia, rivolgendo appelli per un intervento della comunità internazionale contro la guerra civile. Nel 1993 aveva visitato Sarajevo, dove aveva messo in scena Aspettando Godot.

Negli ultimi tre anni - prima che lo scorso marzo i medici le scoprissero una grave forma di leucemia - ha ricevuto una serie di importantissimi premi, il Principe delle Asturie in Spagna, il premio per la Pace in Germania ed il premio Gerusalemme in Israele. Ricevendo il premio dal sindaco Ehud Olmert, la Sontag non mancò di criticare la politica israeliana, sottolineando che la «dottrina della responsabilità collettiva come mezzo per punizioni collettive non è mai giustificata, militarmente o eticamente».

L’ultimo libro di Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, era una riflessione sulle foto di guerra.

Ha scritto di lei Umberto Galimberti: «Susan Sontag, con i suoi scritti e i suoi libri, ha speso l’intera vita contro l’uso dell’immaginario a scopi repressivi, contro le fandonie di tutti i poteri, da quelli religiosi a quelli politici, che fanno uso della metafora e dell’interpretazione per contenere le condotte e limitare la vita degli uomini».

altri articoli e un interessante video in

http://www.prom.it/rainews/rubrica/libri/incontro.asp?id_info=4575

"Quando Virginia Woolf osserva che una delle fotografie da lei ricevute mostra un cadavere, di un uomo o forse di una donna, così martoriato da sembrare il corpo di un maiale, intende sottolineare come la ferocia della guerra assuma dimensioni tali da distruggere ciò che fa di una persona un individuo, un essere umano. Ma questo, ovviamente, è l’aspetto che la guerra assume quando la si vede da lontano, sotto forma di immagine. Le vittime, i parenti afflitti, i consumatori di notizie - ognuno di essi ha una sua propria vicinanza o distanza dalla guerra.

Le rappresentazioni più franche dei conflitti, e dei corpi feriti da un disastro, hanno per soggetto chi ci appare straniero, e perciò ha meno possibilità di essere conosciuto. Nel caso di soggetti che ci toccano più da vicino, ci aspettiamo una maggiore discrezione da parte del fotografo. Quando, nell’ottobre del 1862, un mese dopo la battaglia di Antietam, le fotografie di Gardner e O’Sullivan furono esposte nella galleria di Brady a Manhattan, il New York Times commentò: "I vivi che affollano Broadway forse si curano poco dei morti di Antietam, ma noi pensiamo che si farebbero largo in modo meno spensierato lungo la grande arteria, e se ne andrebbero a zonzo meno sereni, se sul marciapiede fossero deposti dei corpi sanguinolenti, appena trasportati dal campo di battaglia. Le gonne verrebbero leggermente sollevate e si farebbe attenzione a dove si mettono i piedi".

Pur unendosi al coro di quanti da sempre accusano chi viene risparmiato dalla guerra di mostrarsi indifferente alle sofferenze che non vede, il giornalista mantiene le sue riserve sull’immediatezza della fotografia. "I morti sul campo di battaglia non ci tornano in mente di frequente, neppure in sogno. Mentre facciamo colazione ne vediamo l’elenco sul giornale del mattino, ma già al momento del caffè ne abbiamo scacciato il ricordo. Mr. Brady, tuttavia, ha trovato il modo di farci comprendere la terribile realtà e gravità della guerra. Se non si è spinto fino a portare con sé i corpi per deporli sulla soglia delle nostre case e per le strade, ha fatto qualcosa di molto simile... ".

(dal libro "Davanti al dolore degli altri", Mondadori, 2003)

In un editoriale intitolato "Una voce da ricordare", il Baltimore Sun sottolinea il coraggio intellettuale che l’ha sempre contraddistinta: "La Sontag è conosciuta soprattutto per i suoi penetranti saggi critici. Anche se molti non hanno apprezzato i suoi scritti, com’è possibile non ammirare la sua passione e il suo desiderio di conoscenza? In più di un’occasione, infatti, ha stimolato i suoi lettori a rivedere le proprie posizioni sulla fotografia, la guerra, la malattia, il comunismo, l’aids e l’11 settembre. Susan Sontag sarà ricordata come una voce originale, fuori dagli schemi e provocatoria. Una voce isolata che rimpiangeremo".

In un articolo pubblicato su El País lo scrittore messicano Carlos Fuentes racconta l’amicizia che, dal lontano 1963, lo legava alla Sontag: "Ho conosciuto Susan in un pomeriggio assolato di luglio. La mia sorpresa è stata grande: la donna che avevo davanti non apparteneva a nessun gruppo e a nessuna corrente, era padrona della sua individualità. Somigliava a un’eroina biblica: molto alta, molto scura di pelle, lunghi capelli neri. Sguardo curioso e interrogativo e l’intelligenza più rapida e intransigente che mi sia mai capitato di conoscere nella mia vita. Non è un caso che la sua prima domanda sia stata: ’Cosa pensi della relazione tra Hegel e Feuerbach?’. Questo non mi spaventò, perché mi resi subito conto che Susan costruiva l’amicizia a partire dal rispetto e dalla sfida dell’intelligenza altrui".

"La notizia della sua morte", scrive Fuentes, "mi riporta all’ultima conversazione che abbiamo avuto a Montréal nel marzo del 2004, quando Susan mi disse: ’La condizione femminile, l’accesso della donna al lavoro, agli stessi diritti dell’uomo, alla piena personalità sarà il tema centrale del ventunesimo secolo".

"Una guerrigliera armata di penna", così il Guardian titola l’articolo dedicato all’intellettuale statunitense appena scomparsa. "Per alcuni era ’un’esploratrice politica’, per altri ’una liberale tenace’, ma nessuno ha mai avuto dubbi sul suo primo amore: la parola scritta. Nata a New York nel 1933, la Sontag ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza tra l’Arizona e Los Angeles, studiando a fondo i libri di William Shakespeare, Victor Hugo, Edgar Allan Poe e Thomas Mann. Ma è stato solo dopo aver letto Martin Eden di Jack London - scrive Sam Jones sul quotidiano britannico - che Susan Sontag ha deciso di diventare una scrittrice".

da Camilla Desideri, www.internazionale.it


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