Sei all'interno di >> :.: Culture | Libri e idee | Racconti |

Una giornata al Cozzo Corvo (9)

Soldato Johnny Pruner, il mio amico americano.

di Antonio Carollo - domenica 12 agosto 2007 - 3814 letture

Era l’albero sotto il quale il soldato Johnny Pruner aveva fissato la su tenda. Mi sedetti sulla nuda terra. Una lucertola scese dal tronco e fuggì via inseguita da Gemma. Pensai a John, chissà dove sarà in questo momento. La guerra è finita, sarà tornato in America, sarà morto? Lo conobbi proprio sotto questo ulivo. Dopo qualche giorno dal ritorno dal poto di sfollamento, le grotte di Burgio, l’oliveto del Cozzo Corvo, dietro casa nostra, fu invaso da centinaia di camion, furgoni, Jeep, e da un gran numero di soldati americani. A mezza costa, tra casa e Cozzo Corvo, era posto il tendone delle cucine e poco più su il comando del reparto. Mio padre disse che non erano truppe combattenti ma del genio militare, forse meccanici. Erano muniti ugualmente di baionette, pistole e fucili; non c’erano armi pesanti, artiglieria, autoblindo, carri armati: solo automezzi da trasporto. Dapprima ero un po’ intimorito ma via via mi rinfrancai. I militari, in divisa cachi, scarponi, pantaloni e camicia, perfettamente sbarbati, con capelli corti e sfumature alte, mi sorridevano e mi offrivano caramelle a forma di ciambelline in cilindretti di carta dai colori vivaci. Mio padre era preoccupato. La sera, a letto, con la mamma discusse parecchio sull’opportunità di rimanere in campagna o tornare a Trabia; non riusciva a decidersi. Era diffidente ma nel medesimo tempo vedeva come si comportavano correttamente i nuovi inquilini. La mamma invece stava tranquilla. “Nun viri ca sunnu bravi picciotti”. Lei pensava che tra gli americani dovevano esserci tanti figli di italiani e, quindi, non potevano farci del male. Aveva in America quattro fratelli e due sorelle, tutti sposati e con figli grandi; disse che avrebbe chiesto di loro a quei militari. Mio padre si sollevò dal cuscino e la guardò severo: “Tu di dintra un ti movi! E ppoi chiddi pàrrino nglisi”. “No, no, ci sunnu puru taliani. Chissà... Ci può essiri un me niputi”. Mio padre si girò dall’altra parte, stizzito. Lui parlava di una cosa importante e lei pensava solo ai suoi nipoti. Gli venne in mente la sua vita militare. Era stato chiamato alle armi a diciotto anni (classe 1900) in piena guerra ’15-18. Dopo il CAR a Salerno fu assegnato ad un reggimento di stanza a Torino. Mentre il suo reparto era in viaggio per raggiungere il fronte, arrivò la notizia della vittoria. Dietro front e la sera del rientro libera uscita per tutti. E sì, conosceva bene la mentalità dei militari. La mattina seguente disse alla mamma di preparargli il vestito chiaro, insieme alla camicia, alla cravatta e alle scarpe; un completo che indossava in paese la domenica. La mamma si meravigliò: ma come, voleva vestirsi bene anche in campagna? “Si ssempri a murmuriarti, vogghiu parrari cu cumannanti.” le rispose papà. Teneva molto alle forme. Non vidi mai mio padre in paese con i panni da lavoro e con la barba lunga: sempre vestito, diciamo così, da signore. Ne ero un po’ fiero. Prima di uscire di casa si guardava allo specchio, si aggiustava il cappello comprato in Corso Vittorio Emanuele (’o Cassaru) nel negozio ad angolo ai Quattro Canti di Città a Palermo; diceva: “Tornu prestu” e s’avviava. Quella mattina al Cozzo Corvo si sedette in camera da letto, si tolse pantaloni e camicia inzaccherati di terra e sudore per aver irrigato per ore il giardino, si lavò per bene, si fece la barba e indossò il completo che mamma aveva steso sul letto. La mamma gli disse: “Domandagli se ci sunnu militari di cognome Lima, Ignolfo e Pillitteri”. Papà le rispose: “Sì, sta tranquilla”; poi ingiunse a Giuseppina, a Nino e a me di non allontanarci da casa per nessun motivo; quindi uscì. Ad un soldato, a gesti, fece capire che voleva essere accompagnato al comando. Qui lo accolse il comandante con una vigorosa stretta di mano. Era un ufficiale piuttosto alto, sui quarant’anni, biondo, il corpo ben proporzionato, il pizzetto sul mento dritto. La tenda era ampia. Su un tavolo era stesa una grande carta della Sicilia occidentale; vi erano diverse file di sedie pieghevoli, una specie di piccola libreria, in fondo una branda e un armadietto con le pareti di tela. Fece accomodare mio padre su una seggiola di ferro; gli offrì una tazza di caffè, che, ci disse papà dopo, non aveva nessun sapore, però era sempre meglio del nostro, fatto con frumento abbrustolito. L’ufficiale disse qualcosa ad un suo attendente che dopo un po’ si presentò con a fianco un ragazzo giovanissimo, dal volto quasi glabro, altezza media capelli scuri. Si sedette insieme agli altri. Mio padre spiegò di essere il proprietario della casa ai margini dell’accampamento e di tenere con sé la famiglia, moglie, una figlia femmina e un maschio, adolescenti, un bambino. Gli domandò, guardandolo negli occhi, se poteva rimanere in quella casa di campagna in tutta sicurezza. L’interprete mentre mio padre parlava, assentiva con la testa. Alla fine disse: “Iò capito, sugnu figlio sicilianu”; poi tradusse in inglese. Mio padre gli disse: “Gliel’hai detto se ’a me famiglia può essere sicura?”. “Yes, sì, sì”. Diglielo arrieri”. “OK, OK”. Il militare si rivolse di nuovo , in inglese, al comandante il quale rispose brevemente battendo la mano sulla spalla di mio padre. Il soldatino tradusse in un italiano impastato di dialetto siciliano: “Tranquillo, Sir! Soldati a posto. C’è Military Police. Mettono in prigione”. Spiegò che i militari avevano ordini severi di non molestare i civili, a scanso di punizioni molto pesanti; gli italiani erano amici; loro erano venuti per aiutarli. Mio padre si tranquillizzò. Si alzò. Il comandante gli fece il saluto militare e gli strinse la mano sorridendo. In effetti non si verificò nulla di spiacevole. I militari erano generosi nel regalare ogni ben di dio, caramelle, scatolette, cioccolato, sigarette. Qualche volta facevano a cambio con la futta. Io mi muovevo sicuro tra di loro. Stavo sempre sulla stradella che divideva il frutteto dall’oliveto, ed ora la campagna libera dall’accampamento. Mio padre mi aveva ordinato di non allontanarmi. Mia sorella poteva stare soltanto in casa, sotto il pergolato e nel giardino; le era proibito di andare da sola sulla stradella. Mio fratello era libero di muoversi a volontà, ma non ne approfittava molto perché non era il tipo del compagnone né dell’avido cacciatore di beni di conforto. Lui era uno studente vicino alla maturità classica. Nella sua stanzetta, su una mensola, teneva parecchi libri; prima della trasuta degli americani spesso ne prendeva uno e andava a leggere sotto un ulivo con le spalle appoggiate al tronco. Il suo posto preferito era a due passi di un casotto di legno che era sempre chiuso. Davanti c’era un piccolo spiazzo dove sorgeva un albero di mandorle a cui io facevo qualche visitina guardinga: papà, con la sua faccia più cattiva, ci ripeteva che la roba degli altri non si doveva assolutamente toccare. Il mandorlo aveva una sua caratteristica: era sede dei convegni di passeri, cince, allodole, cardellini e di qualche merlo; tra i suoi rami s’inseguivano stridendo e scuotendo le foglie oppure si riposavano senza smettere trilli e canti. Ninuzzu alzava gli occhi dal libro e s’incantava di quel tripudio di vita e d’amore. Gli uccelli erano il suo debole. Era specialista nel catturare vivi i cardellini; deliziavano con i loro versi il nostro giardino. Stava intere mattinate sotto peschi, limoni, cedri, susini, albicocchi, in attesa di sentire strillare qualche cardellino preso nelle sue trappolette. In casa avevamo sempre una gabbia. Lui vi metteva il suo cardellino e lo accudiva rifornendolo di acqua e scagliola. Se l’uccellino era vispo e riprendeva a cantare lo teneva a tempo indeterminato; se invece intristiva e stava muto, lo liberava subito. Io non mi occupavo degli uccelli. Qualche volta mi capitava di trovare un passerotto ai suoi primi voli. Era facile prenderlo. Con mia sorella mi davo da fare per dargli da mangiare scagliola, molliche di pane e per farlo bere; ma lui non prendeva nulla, gonfiava un po’ le sue piumine e stava fermo, come accoccolato. La mamma ci diceva: “Lasciatelo. Così lo fate morire”. Ninuzzu, appena se n’accorgeva, ci sgridava; prendeva delicatamente in mano l’uccellino e lo riportava tra gli alberi in cerca dei suoi genitori che quasi sempre svolazzavano continuamente tra gli alberi vicino casa emettendo suoni brevi ed aspri. Con tutti quei soldati americani l’oliveto, la vigna, il mandorleto gli amati alberi di fichi sulla sommità del colle erano diventati off limits. Non mi avventuravo mai tra le tende, pur non avendo paura. Stavo sulla stradella o andavo da nonno Mariano che, certo, non era entusiasta dell’occupazione di gran parte della sua proprietà. Fin dai primi giorni notai un soldato che aveva la tenda dietro casa. Era un ragazzo alto e biondo, con la sua bella divisa sempre in ordine e fresca. La pelle bianca, le mani affusolate e forti, le labbra fini, gli zigomi regolari. La prima volta mi salutò: “Hi, hi”, agitando simpaticamente la mano e sorridendo. Spesso stava accosciato e leggeva certe sue carte o giornaletti oppure trafficava su una tavoletta con le pedine della dama o suonava un’armonica a bocca. Mi chiamava con ampi gesti della mano, mi faceva accomodare su una specie di tappeto steso davanti alla tenda e m’invitava a giocare a dama. Non so se era una sua gentilezza ma diverse volte vincevo anch’io. Lui mi regalava caramelle e scatolette, io spesso gli portavo dei cesti di frutta che raccoglievo in giardino all’insaputa di papà. Mi divertivo a fargli indovinare i nomi in italiano delle cose che ci circondavano. Gli facevo un ventina di nomi indicandogli oggetti, parti del corpo, il mare, gli uccelli; lui, a sua volta, doveva ripetere gli stessi nomi riferendoli alle cose corrispondenti. Per me era un grande spasso perché c’era da schiantare dalle risa per i suoni quasi irriconoscibili emessi nel pronunciare le parole italiane e per gli errori che commetteva nell’individuare nomi e cose. Io, con la mia prima elementare, ero il suo insegnante. Gli dicevo: “Foglia” e lui rispondeva: “Fuolia” con dei toni che era difficile anche riconoscere ’fuolia’. Allora gli ripetevo e gli facevo ripetere la stessa parola quattro-cinque volte, fino a quando la sua pronuncia si avvicinava più o meno a quella italiana. Così si andava avanti per una mezz’oretta. Quando mi stancavo lui attaccava a suonare la sua armonica le cui note, a volte allegre a volte tristi e nostalgiche, mi piacevano molto. Un giorno mi fece vedere le sue fotografie. Le prese da un bauletto di metallo. La prima era quella della fidanzata: me lo fece capire unendo i due indici, toccandosi il petto e facendo il gesto di un tenero abbraccio. Vi figurava il volto luminoso di una ragazza bionda con una cornice lussureggiante di capelli d’oro. Le sue labbra carnose mostravano una chiostra di denti bianchissimi. Se la portò alle labbra mentre gli occhi gli luccicavano. Poi mi fece vedere la foto dei genitori e un’altra, dove si vedevano le due sue sorelle e lui stesso. Suo padre era un tipo molto giovane con una bella testa, i capelli all’indietro; indossava un completo grigio chiaro e una cravatta vistosa; teneva una mano sulla spalla della moglie che era avvolta in un vaporoso vestito rosa; entrambi sorridevano e irradiavano gioia. Le sorelle erano delle ragazze adorabili nelle loro gonne e camicette dai colori sgargianti: sembravano pupe di zucchero, talmente erano dolci e gioiose; Johnny era al centro con le braccia sulle spalle delle sue sorelle, tutti sorridenti. Dopo oltre un mese venne l’ordine della mobilitazione. Il giorno precedente alla partenza Johnny mi porse un astuccio bordeaux, immacolato: dentro c’era l’armonica. Lo baciai su una guancia. A stento frenai le lacrime. Lo vidi l’ultima volta su una Jeep. Lui subito scese, mi diede la mano e mi disse: “Io tornare qui”. Un groppo alla gola m’impedì di dire anche una sola parola. Conservai, come una reliquia preziosa, l’armonica di Johnny fino agli anni Settanta; poi sparì, colpevoli i miei traslochi in varie parti d’Italia. Il rotolio di un carretto mi scosse dai miei pensieri. Passava ’u zu Piddu Fumusa col suo carretto trainato da un asino; era diretto al suo fondo, oltre i terreni di mio nonno. Mi disse: “Chi ffai sutta l’albulu?”

(9-continua)


- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -