Una giornata al Cozzo Corvo
La trebbiatura del grano. Un uomo all’antica.
Adesso la Salina era una distesa di ristucci che il sole, ormai già alto alle mie spalle, sopra gli ulivi, cominciava a riscaldare. Uno spicchio di mare a nord orlava d’azzurro il verde dei giardini. La casa di Bifumu si stagliava sul cocuzzolo di terra da cui discendevano file di ulivi e di mandorli. La ragazzina correva dietro ad un vitello mentre le mucche pascolavano tranquille brucando le foglioline secche degli steli di grano recisi dai mietitori. Laggiù, in direzione di Sant’Onofrio, la trebbiatrice lavorava a pieno ritmo; una coppia di corvi, provenienti dalla montagna, volava a grande altezza. A intervalli s’udiva il loro gracchiare. Forse il frastuono della trebbiatrice li teneva lontani. Diverse volte avevo visto dei gruppetti di corvi poco distanti dal cozzo mentre strappavano a beccate pezzi di carogne. Mi facevano un certo effetto per la loro grossezza rispetto agli uccellini che infestavano la campagna, per il nero intenso del piumaggio, per quel becco lungo capace di strappare un occhio con un colpo solo e per quelle schifezze che mangiavano. Mia madre mi diceva: “Se vedi dei corvi a terra, non ti avvicinare”. Mi mettevano anche un po’ di timore. In certi racconti della mamma ad un certo punto spuntavano dei corvi che m’impaurivano. Domandavo: “Mamma, se i corvi sono cattivi, perché nessuno li uccide?”. “No, bisogna lasciarli stare. Sono uccelli del malaugurio”. Ma non volevo pensare ai corvi, volevo andare alla trebbiatrice, chissà, forse c’erano i miei zii. Per le nostre parti la trebbiatrice era una novità. Da sempre il grano si era spagliato con l’impiego di cavalli, muli, asini. Sull’aia si stendevano a circolo i covoni slegati. Un uomo, al centro, usando una redine e una frusta, faceva girare intorno la bestia per farle calpestare gli steli e le spighe. Dopo il calpestio il grano era pronto per essere ripulito da paglia e pula. La paglia veniva rastrellata con una trarenta (tridente); poi si buttavano in aria palate di grano frammisto alla pula e alla paglia fine rimasta; il grano, più pesante, ricadeva subito, il resto veniva sparso dal vento o dalla brezza. La ripulitura definitiva era compiuta con grossi crivelli agitati a mano. Nelle ore calde si faceva una sosta di qualche ora per un frugale pasto, per abbeverare la bestia e farle consumare un po’ di fieno, avena o fave secche o crusca. Per risparmiare o per diffidenza parecchi coltivatori usavano ancora questo sistema di trebbiatura, ma la trebbiatrice meccanica aveva avuto subito successo per la rapidità con cui compiva tutte le operazioni: in qualche ora faceva il lavoro di giorni e giorni eliminando fatica, sudore, sole a picco. Mio padre e i miei zii si era subito serviti di questa moderna macchina. A me piaceva vedere girare pulegge e cinghie azionate dal trattore; il nastro che trasportava su gli steli di frumento sciolti dai covoni.; l’introduzione nel meccanismo che separava il grano dalla paglia e dalla pula, l’uscita del grano pulito, i getti della pula, lo scarico della paglia già confezionate in balle. Ciccio pascolava tranquillo. Aveva abbastanza corda: poteva muoversi a largo raggio. Corsi verso la trebbiatrice. La macchina era in piena azione. Una capannuccia rimediata con quattro paletti e dei travetti di legno e una copertura di cannicci ospitava uno scrivano, che, seduto su una sedia malandata annotava le partite trebbiate, le quantità e i compensi su un registro sostenuto da un tavolinetto. In quel momento un uomo di bassa statura con un largo cappellaccio di paglia, la faccia cotta dal sole, un fazzoletto a colori vivaci sull’arancione, pantaloni grigi rattoppati in più punti, una cammisazza aperta e cadente sin quasi alle ginocchia, stava parlando con lo scritturale. Due uomini caricavano a forza di braccia e di spalle dei sacchi di grano su un carretto. Altri due muli coi carretti erano fermi, in attesa; le bestie masticavano con lena la paglia che i rispettivi padroni avevano ammucchiato loro davanti. Due uomini, con fazzoletto al collo e un altro legato sulla testa andavano da una punta all’altro della trebbiatrice per controllarne il funzionamento, il regolare afflusso di materia prima, l’espulsione e l’immissione del grano nei sacchi. Tre o quattro coltivatori sfacevano i covoni e con i tridenti avviavano le messi mietute sul nastro trasportatore. Il sole picchiava; io ero a capo scoperto ; la mamma si raccomandava sempre di non andare in giro senza il cappello di paglia, “Tonio, Mettiti ’u cappeddu”. Dalla strada di Amureddu stava avvicinandosi un carretto carico di covoni. Un uomo camminava a fianco del mulo tenendo in mano le redini e la zotta; lo seguiva, pure a piedi, un aiutante. Fattosi vicino riconobbi subito mio zio Totò. Gemma gli andò intorno scodinzolando. “E tu chi fai cca”, mi chiese sorridendomi. Risposi un po’ in imbarazzo: “Nenti, vinni a attaccari ’u mulu”, “To patri?”, “Un c’è, è a Termini”. “Binirittu cristianu, ti mannò sulu, cu mulu?”.Poi, cambiando espressione, aggiunse: “Ma tu si crisciutu, oramai”. Andai a prendere una bracciata di paglia e la misi davanti al mulo che era coperto di sudore, una schiumetta affiorava lungo la striscia di cuoio del pettorale. Il mulo mi fiutò un attimo, poi si buttò sulla paglia. ”Zio, gliel’hai dato da bere? E’ tutto sudato”. “Si, si, ci ’u detti. Cchiu tardu vivi, mangia e si riposa”. Cominciò a darsi da fare col bracciante per scaricare il carro. Lo zio, di statura poco più alta della media, era ben piantato ma non corpulento; aveva una bella fronte, capelli scuri con scriminatura, sopracciglia folti, quasi uniti al centro, un naso regolare, la bocca appena disegnata, mento dritto e mascelle forti; gli occhi erano vivi e penetranti. L’espressione del viso era quella di un uomo sereno, incline al sorriso e alla simpatia; il suo carattere era gioviale e mite, intriso di ragionevolezza; credo che non abbia mai litigato con la moglie o i fratelli. Aveva la battuta pronta e gradevole. S’intendeva straordinariamente di piante e di coltivazioni; era determinato e audace nel proprio lavoro; sapeva sperimentare nuove e difficili colture. I suoi frutteti e gli oliveti erano un modello per gli altri agricoltori. Su i suoi alberi non vedevi un rametto secco, le potature erano tempestive e a regola d’arte; così pure la coltura del terremo nei tempi debiti, la concimatura, le irrigazioni, i lavaggi contro i parassiti. Aveva una forza incredibile; era capace di lavorare dall’alba al tramonto per mesi. Si parla qualche volta di religione del lavoro. Ecco, lui questa religione la praticava veramente, tutti i giorni, con una dedizione assoluta e nel medesimo tempo con equilibrio. La domenica mattina lo vedevi in Chiesa con la moglie e i suoi quattro figlioletti. Al ritorno immancabilmente l’intera famiglia sostava per pochi minuti in casa mia per una breve chiacchierata con la mamma. Nel pomeriggio domenicale stava qualche ora con gli amici, in Corso La Masa. Discuteva pacatamente di agricoltura, di ammasso, di prezzi impazziti, ma anche di bambini e della guerra malamente persa. Su questo argomento i pareri erano unanimi: i tradimenti avevano consegnato l’Italia agli americani. I suoi amici, tutti del ceto medio agricolo, lo ascoltavano con interesse e rispetto. Poi portava la famiglia in casa di nonno Mariano. Questa la sua domenica; il resto della settimana lavoro. Tra gli zii era il più affettuoso; aveva fatto da padrino al battesimo di mio fratello Nino, per il quale era come un secondo padre. Il sabato sera, dopo cena, prima che mio padre uscisse per andare al Circolo, veniva a fare quattro chiacchiere da noi. Passai un bel po’ a girellare intorno alla trebbiatrice. L’addetto alla capanna sudava a fiumi. Aveva un faccione rotondo con gli occhi che scomparivano; le braccia piene, il dorso delle mani e le dita sembravano gonfiati; una peluria nera partiva dalle mani, si diradava un po’ sulla pancia, s’infittiva sul torace, proseguiva sugli omeri. Indossava solo dei pantaloni corti. Si alzò per sgranchirsi le grosse gambe. Mi vide: “Eh, ragazzinu, di cu si figghiu?”. E dai! Tutti volevano sapere di chi ero figlio. Fui tentato di dirgli: “Du diavulu”, ma risposi educatamente. Lo zio mi fece segno di avvicinarmi: Mi disse: ”Ora vai a casa; ’u suli è forti e nun hai mancu un cappeddu. Dici o nonnu ca dumani ci passu”. Nonno Mariano d’estate abitava nella sua casa del Cozzo Corvo, vicina alla nostra: in giornata l’avrei rivisto. Salutai lo zio e chiamai Gemma che dormiva sotto un carretto, all’ombra. Mi misi a correre tra le stoppie. Un improvviso rumore di frasche smosse mi colpì. Intravidi uno scorsone, cioè un serpe blu scuro lungo oltre un metro: stava filando via velocemente. Gemma lo puntò, poi si lanciò su di lui. Lo azzannò scuotendo la testa; lasciò la presa e quello via. Dopo diversi metri scomparve. Gemma rimase disorientata, trafelata e col respiro grosso. Non sapeva dove lanciarsi, Fece due balzi e si fermò scavando con le zampe anteriori. Lo scorsone ormai era al sicuro nella sua tana. Gemma continuò parecchio, abbaiando. Io proseguii. Gli scorsoni mi mettevano paura. Ciò nonostante, specie nei giorni in cui i miei cugini passavano la giornata dal nonno, spesso andavamo alla loro caccia, muniti di lunghe canne secche. La canna, a detta di mia madre, era velenosa per loro. Il posto migliore per sorprenderli erano i mucchi di legna e ramaglia proveniente dalle potature degli alberi; con circospezione ma con forza li smuovevamo; a volte saltava fuori un grosso scorsone che noi cercavamo di infilzare con le canne; raramente l’operazione riusciva perché questi serpenti sono velocissimi. In pochi minuti fui sotto gli ulivi. Un nugolo di passeri si levò da un albero. Il silenzio era rotto dagli acuti stridii delle cicale. Mi fermai sotto un ulivo secolare ai bordi della stradella, dietro casa mia.
(8-continua)
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