Una giornata al Cozzo Corvo
Le grotte di Burgio. La casina di caccia del Marchese Artale.
di
Antonio Carollo
- mercoledì 27 giugno 2007
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Il pensiero di mio cugino Antonio non mi lasciava. Non potei assistere al suo funerale. Eravamo sfollati alle grotte di Burgio. La nostra famiglia, insieme a quella dei Firrera, nostri vicini di casa del Cozzo Corvo, fu la prima a giungervi. Le grotte erano due: una molto bassa dove presero posto i Firrera; l’altra, grandissima; più che una gotta era un anfratto, aperto sul davanti, sotto una volta molto spessa. Ci sistemammo qui con materassi, coperte e l’indispensabile per cucinare. Mio padre aveva paura dei bombardamenti. Lì eravamo al sicuro. Dopo qualche tempo la grotta fu invasa da un centinaio di persone. La sera mia madre non poteva prendere sonno. Laggiù, verso il mare, in direzione di Trabia, si vedevano i lampi degli ordigni sganciati dai bombardieri. Arrivava anche il rumore sordo delle esplosioni. La mamma pensava alla sorella rimasta in paese. Immaginava che quelle bombe stessero distruggendo Trabia. Teneva la corona in mano e pregava intensamente. Anch’io non staccavo gli occhi da quello spettacolo; mi stringevo a lei. Mio padre le diceva: “Nunù, ma perché piangi; bumbardunu a Termini, no a Trabia”. E mia madre: “No no, è a Trabia. Povera suruzza Marina, cu du poviru figghiu malatu”. Poi un conoscente ci informò che zia Marina si era trasferita, con la famiglia, alla Marinnuzza. “Allura è viva, è viva!” esclamò la mamma, in un impeto di felicità. Il paese era ancora in piedi, tranne qualche casa. I bombardamenti, diceva l’uomo, si concentravano su Termini, dove c’era il porto e una grande stazione. La felicità di mia madre durò poco. A circa una settimana, dopo aver parlottare con un tizio, mio padre, pallido in viso, le disse che la voleva sua sorella Marina. “Vestiti e andiamo”. La mamma, angosciata, gli chiese supplichevole: “Ma ch’è successu, dimmi ch’è successu!” . “Non ti preoccupari, forsi ha bisognu d’un aiutu”. Invece era morto Antonio. La mamma rimase alcuni giorni con la sorella. Tornò vestita di nero; sembrava un’altra. Stava seduta senza spiccicare una parola. La sera il fuoco, per cucinare qualcosa, l’accese mio padre.
“Ohé, Ntuniucciu, fa muoviri sta cataplasima! Ti salutu!” Mi ero come addormentato. Era Giuseppe, un giovane che conoscevo, figlio di un amico di mio padre. Viaggiava su un carretto fiammante dipinto a colori vivaci con scene della storia dei Paladini di Francia. Il carretto era trainato da un elegante cavallo baio, scattante e dal pelo liscio, tutto piume e ciancianelle, che in un attimo mi sorpassò. Mi girai e vidi il viso del giovane sorridente e canzonatorio; le redini nella mano sinistra e la zotta nella destra. Fece uno schiocco in aria e il cavallo diede una forte accelerata scuotendo la testa, come se avesse ricevuto lui la frustata. Lo salutai con la mano nella quale tenevo la mia zotta. “Certu, tu c’hai ’u cavaddu e iò ’u mulu vecchiu! Ciao”. Giuseppe rispose al cenno di salutoe filò via. Ebbi il tempo a dare un birciata alla battaglia di Roncisvalle dove morì eroicamente il Paladino Orlando e un duello a cavallo tra Orlando e Rinaldo, armati di corazze, visiere, scudi e spade luccicanti. Anche sul carretto di mio padre erano state dipinte scene simili, ma adesso si vedeva a malapena qualche figura; il resto era tutto sbiadito o scrostato. Non provai invidia per il cavallo baldanzoso di Giuseppe perché per me era più importante Ciccio. Nella mangiatoia non c’era un secondo posto e comprare un cavallo, o un altro mulo, significava vendere o abbattere Ciccio. Questo mai!
Giungemmo all’altezza della Vetrana sul cui promontorio, rialzato rispetto al livello della spiaggia, sorgeva la tomba-mausoleo del Marchese Artale. Per accedervi bisognava percorrere una stradella per circa ottanta metri. Tirai le redini. Ciccio si fermò. Da sotto il carro spuntò Gemma. L’avevo quasi dimenticata. Col muso rivolto verso l’alto mi guardava e scuoteva la coda. Forse quella sosta le sembrava strana. Aveva l’aria di dire: “Che si fa?”. Io dal bordo del carretto le agitai le scarpe sulla testa. “Sta zitta tu!”. M’ero fermato d’istinto. Con mio padre passavamo sempre dritti. Adesso ero solo e libero, comandavo io, perché non andare a vedere quel imausoleo che svettava sul verde dei giardini. Si vedeva da tutto il territorio di Trabia. Era una specie di piramide di una decina di metri d’altezza, costruita con grossi mattoni di tufo e recintata da un muro di pietra. Tirai la redine destra e guidai Ciccio lungo la stradella. Le ruote affondavano dentro solchi umidi. Un folto canneto incombeva da entrambi i lati. Finalmente uscimmo al sole della spiaggia. Con un salto fui a terra. Il mare era quasi immobile; dalla battima veniva un lievissimo sciacquio. La spiaggia, larga e sabbiosa, disegnava un vasto arco fino agli scogli dei Pilieri. Al di là si stagliava la sagoma inconfondibile del Castello di San Nicola con la sua torre cilindrica e le mura merlate. Il verde intenso dei giardini dilagava sulla piana fino alle colline di Serra ’o Scirocco e del Cozzo Corvo. Qua e là una casa terrana si confondeva quasi con le piantagioni. Chiamai Gemma e mi buttai a correre sulla battima; per un po’ mi seguì giuliva correndomi dietro, poi, stanca, cercava di arrancare. Tornai indietro; mi avvicinai al cancello del mausoleo. Sopra la porta c’erano scolpiti lo stemma del casato (un leone con un martello tra le zampe anteriori) e la scritta ’Marchesi Artale 1908’. In paese si diceva che l’ultimo Marchese aveva perso al gioco il feudo di Sant’Onofrio. In cima alla montagna era visibile la sagoma della sua casina di caccia; vi si accedeva a mezzo di una strada carrozzabile, scavata, in qualche tratto, sulla roccia viva, che il nobile siciliano, proveniente dal suo palazzo di Palermo, percorreva molte volte l’anno sulla sua carrozza trainata da tre pariglie di robusti cavalli. Intorno alla casina era stata creata una riserva di caccia di qualche migliaio di ettari delimitata da una grossa muraglia che sfiorava, in basso, i vigneti, proseguiva a cerchio verso l’alto, scavalcava il crinale e scendeva fino alle pendici del versante sud, con dislivelli di oltre mille metri. Vi abbondavano conigli, lepri, fagiani, pernici, starne, quaglie, tordi; c’erano anche parecchie coppie di aquile reali e tanti corvi che si spingevano, con i loro lugubri versi, fino alle colline vicine alla costa. La mamma diceva che i carabinieri e le guardie del Re, sulle tracce di banditi e fuorusciti, non osavano oltrepassare le mura per timore di agguati e attacchi da parte della gentaglia che vi si era rifugiata. Adesso il Marchese riposava alla Vetrana, la casina era quasi un rudere, la carrozzabile, che tagliava la montagna, resa impraticabile per la caduta di sassi e per le erbacce, il feudo era stato spezzettato, le case di Sant’Onofrio cedute al Conte Tasca.
Un grosso ramarro verde, col capo blu, si affacciò di sotto al cancello; appena mi vide, fuggì via rasente al muro; cercai d’inseguirlo ma scomparve subito tra le pietre. Girai intorno al muro di cinta per affacciarmi sul mare. Un pescatore, con i piedi in acqua, a qualche metro dalla spiaggia sassosa lato Trabia, con abile gesto a girare, gettò in mare ’u rizzagghiu (piccola rete circolare appesantita ai bordi da pezzetti di piombo). Mi precipitai per vedere il risultato della retata. Il pescatore rimase immobile qualche minuto, poi tirò la rete indietreggiando fino alla spiaggia. Sembrava non essersi accorto di me. Cominciò ad aprire la rete staccando ad uno a uno i pesci impigliati mettendoli dentro un cesto foderato di foglie di fichi. C’erano degli scorfani, sparagghiuna (della famiglia dei saraghi), due triglie e diversi pesciolini che buttò a mare: erano luccicanti e fosforescenti; scuotevano la coda cercando di liberarsi. “Bella pesca” azzardai. “Così e così. Non c’è granché” rispose il pescatore senza neanche guardarmi. Aveva una barba quasi bianca, la fronte un labirinto di rughe, la bocca sdentata, un viso scavato e bruciato dal sole e dal salmastro, i piedi scalzi (non c’erano scarpe in giro). Indossava una maglietta grigia piuttosto logora, un paio di pantalonacci che arrivavano alla caviglia, tenuti con un laccio.”Di cu si figghiu tu?” mi chiese. “Di Ninu Carollu” risposi. “Ah, don Ninì, ’U canusciu, ’u canusciu; brava pirsuna”. “Vossia ’u vitti mai ’u Marchisi Artali?” gli chiesi d’un tratto. “Me patri, ci vinneva ’u pisci. So ’ccillenza avia un tiru di cavaddi veramenti mafiusi”. Il sole era ormai alto. Pensai a Ciccio: l’avevo lasciato slegato in mezzo alla sabbia. Bisognava riprendere la strada. Gemma fiutava i pesci quasi toccandoli col naso. Se il pesce s’agitava subito si ritraeva. Salutai e corsi via. Ciccio s’era accostato alla siepe di canne e cercava di strappare qualche filo d’erba. Saltai su e lo guidai verso la stradella per uscire sulla statale.
(5-continua)
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