Una giornata al Cozzo Corvo
Ciccio era un vecchio mulo mirrinu di vent’anni. "Calma, ragazzino".
di
Antonio Carollo
- martedì 5 giugno 2007
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In un batter d’occhio mi alzai. indossai maglietta e pantaloncini; strinsi il cinturino, misi i calzini e presi le scarpe in mano per non fare rumore e non svegliare papà. Chissà, poteva essersene pentito, meglio lasciarlo dormire, non si sa mai. Passai in punta di piedi dalla camera da letto. Papà era girato sul lato sinistro con la mano destra appoggiata sul cuscino, la giacca del pigiama aperta, il petto peloso e la pancia che si muoveva al ritmo del suo leggero russare. Il posto accanto era vuoto. In un attimo fui sulla scala di marmo. Feci i venti scalini come se fossero uno solo. Sentivo la mamma che trafficava in cucina. Misi le scarpe. Mia madre era una donna solida ma snella, leggermente più bassa di mio padre. Non è mai ingrassata; forse perché non stava mai ferma. Dalla mattina alla sera lavorava in casa; teneva pulitissimo anche il marciapiede e metà della strada davanti casa. Non avevamo una donna di servizio; in certe occasioni o per le pulizie generali faceva venire una donna per farsi aiutare. Ogni lunedì si lavavano i robi. Veniva sempre la solita lavandaia, Tina, una donna di fatica dall’età indefinibile. Aveva tanti bambini e il marito spesso era in osteria mezzo ubriaco. Mia madre col suo fare un po’ sbrigativo ma sostanzialmente affettuoso non la mandava mai via col solo compenso in denaro; le riempiva sempre una truscia di alimenti, una bottiglia di olio di oliva, frutta, pomodori. La mamma mi disse porgendomi un canestro: “Ti sei lavato la faccia? Qui in questo tegamino c’è la pasta, in quest’altro c’è una frittata, poi c’è un pezzo di formaggio, un po’ di olive, tonno sott’olio e pane. Il pomodoro e la frutta li trovi in campagna. Al ritorno questo paniere lo riempi di pomodoro maturo, perché devo fare la salsa; ci metti pure qualche cocciu di pomodoro per insalata, un po’ di pesche e susine e qualche lattuga. Non tornare col paniere vuoto. Quando finisci di mangiare lava i due tegamini e poi li riporti. Non ti macchiare la maglietta, anzi prendine una vecchia dal cassetto del canterano della mia camera al Cozzo Corvo; la sera ti rimetti questa per ritornare. Non ti voglio vedere con la maglietta sporca!” Mi guardò bene sul volto: “Come al solito non ti sei lavato la faccia. Sei un bugiardo”. Mi prese per un braccio mi portò in cucina aprì il rubinetto. Il getto di acqua fredda mi fece quasi rabbrividire. Mi strofinò il viso con una certa energia. Secondo lei così andava via lo sporco. Il fatto è che lei non faceva differenza tra le guance, il naso e la bocca. “Ahi, mi fai male, il naso no”. Forse non s’era accorto che non ero più il ragazzino di quattro-cinque anni. Mi asciugò. “Guardami negli occhi, ce la fai a sollevare le aste del carretto?”. “Mamà, l’ho fatto tante volte” “L’hai fatto tante volte, però l’anno scorso nel sollevare il carretto degli zii sei caduto bocconi e ti sei spaccato un labbro. Non so cosa gli ha preso a tuo padre. Non capisce che sei un bambino”. “Un bambino? Ormai sono grande. So fare tutto”. “Ti sei fatto il segno della croce? Stai attento, la mattina appena ti svegli devi fare il segno della croce”. “L’ho fatto mamà”. “E poi non torturare le lucertole, anche loro sono creature di Dio, come me e come te; non fanno male a nessuno”. “Ma Nino cattura i cardellini”. “Sì, però non gli fa del male, li mette in gabbia e gli dà la scagliola e l’acqua”. La mamma prese un pettine dal bagnetto di cucina e mi sistemò i capelli. Mise sul tavolo la tazza col latte e caffé e il pane.”Mangia”. “Mamà, non ho fame”. “Mangia lo stesso”. Mi dovetti accomodare e mangiare, ma fu questione di un minuto. “Stai attento, non andare mai dietro al mulo; potrebbe darti un calcio. Intesi?”. “Mamà, sta tranquilla” risposi prendendo la cesta e scappando via. Feci quasi di corsa i duecento metri che separavano casa nostra dalla stalla. Appena aperto Gemma venne a scodinzolare tra le mie gambe. Dormiva nella stalla, accucciata in fondo, su un mucchio di paglia. Era una cani anzianotta anche lei, grigia di pelo, ossuta, un po’ spelacchiata e lenta nei movimenti. A me faceva feste speciali. Praticamente ero io addetto ai suoi pasti quando era con me. La sera l’accompagnavo in stalla dopo averla fatta mangiare in casa. Lei sapeva che con me qualcosa la rimediava sempre. A quei tempi i cani erano trattati un po’ da cani. Quasi sempre i pasti di Gemma erano costituiti da pasta, ossi di carne che lei si riservava di spolpare e rosicchiare per ultimi sedendosi sul pavimento e tenendo i pezzi ben stretti tra le zampe anteriori, da avanzi di pranzo e cena e da sciacquature dei piatti. Lei ingurgitava e succhiava con foga alzando ogni tanto la testa e leccandosi, quasi a ringraziare la mamma o me, che la guardavamo. Io, come al solito, facevo del mio meglio per farla mangiare di più allungandole di nascosto qualche ciotolina di spezzatino o di altro; per lei mi prendevo delle sgridate dalla mamma, quando s’accorgeva delle mie manovre. Diciamo la verità: durante il giorno, in campagna, non è che se la passasse tanto bene, mio padre le dava qualche pezzo di pane e , se l’aveva, un pezzetto di formaggio.
Ciccio era disteso sullo strame. Mi sembrò di disturbarlo. Mi guardò, con calma tirò fuori le zampe anteriori e si alzò. Ciccio era un vecchio mulo mirrinu di vent’anni. Sul groppone aveva un bel po’ di lavoro. Mio padre lo adibiva per tutti i trasporti sia col carretto che ’a barda. In autunno gli toccava anche tirare l’aratro. Lo accudiva e lo guidava da tempo immemorabile un nostro jurnateru, Pitrinu, che qualche volta si assentava, forse per badare ad un terreno di sua proprietà. Ciccio e Pitrinu erano i miei migliori amici. Sin da piccolissimo Pitrinu mi faceva montare sul dorso nudo o sul basto di Ciccio facendomi fare delle giratine con le redini in mano. Anche col carretto, quando eravamo soli, mi dava in mano le redini e la zotta. Facevo schioccare la zotta, non bene come Pitrinu, scuotevo le redini, gli davo qualche calcetto sul didietro, niente, Ciccio camminava sempre col suo solito passo lento, senza minimamente far caso a tutta quella mia agitazione. Qualche volta mi avevano preso con sé i miei zii. Il loro mulo era scattante. Ciccio non mi dava nessuna importanza. Mi sembrava dicesse tra sè: “Sta calmo, ragazzino!”. Una volta sentii dire a mio padre: “Cicciu è vecchiu, ci vulissi una vestia giovini”. Subito intervenni: “ Ciccio è bravo e lavora bene, non lo devi vendere; no no!”. Mi i era venuto un groppo dalla bocca dell’anima fino alla gola, come diceva mia madre. Adesso Ciccio stava fermo, aspettava d’essere slegato. Gli strofinai un fianco con un pugno di paglia per pulirlo della macchia di sporco prodottasi dormendo per terra. Gli misi la testiera togliendogli la cavezza. Lo portai fuori con i finimenti addosso; abbassai le aste del carretto parcheggiato accanto alla porta d’ingresso; feci indietreggiare il mulo tra le due aste, con qualche difficoltà perché Ciccio non aveva, certo, entusiasmo a portarsi dietro il carretto. Dopo due o tre volte di avanti indietro riuscii a fermarlo al punto giusto per posizionare le punte delle aste in linea con i ganci del sellino. Alzai l’asta, non senza fatica, perché il carretto era maledettamente pesante. Con mossa rapida feci entrare il gancio nell’anello di ferro dell’asta. Ah, che fatica... però al primo tentativo avevo centrato il colpo. Ripetei l’operazione sull’altro fianco del mulo, ma con relativa facilità in quanto che il carretto era ormai attaccato e sostenuto dal primo gancio. Gemma s’era seduta col culo per terra e non si perdeva nulla di quel mio lavoro. Avevo vinto! L’operazione più difficile e temuta era riuscita. Adesso agganciare i due tiranti e via! Eseguii. Chiusi la porta, presi il paniere di mia madre e saltai sul carretto. Redini e zotta in mano. “Andiamo Cicciu”. Davanti casa di mia zia Pippina pensai con commiserazione ai miei cugini, Franco e Mario con cui giocavo in strada nei pomeriggi dopo la scuola; erano ancora a letto, mentre io guidavo un mulo col carretto. Gemma camminava tranquilla sotto il carro come faceva sempre: era l’ombra di Ciccio.
(2-continua)
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