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Una bomba a orologeria

Luigi Ilardo, boss di primo piano deciso a collaborare con lo Stato, avrebbe avuto un effetto detonante sulle dinamiche legate alla trattativa. Ma gli fu impedito.

di francoplat - mercoledì 19 maggio 2021 - 974 letture

Scorrendo velocemente la bibliografia dell’ultimo ventennio relativa al fenomeno mafioso, si prova una duplice sensazione. Da un lato, rispetto al decennio precedente, cioè quello delle stragi eclatanti, nei siti dedicati la bibliografia sembra come cristallizzata, immobile, ferma all’esplosione della violenza mafiosa e alla correlata, istintiva reazione del Paese. Anche in campo bibliografico, il decennio Novanta ha rappresentato, infatti, una risposta corposa, di pancia, si direbbe. A partire dal Duemila, la bibliografia del sito del Ministero dell’Interno, giusto per fare un esempio significativo, è invece raggelata, come se il fenomeno mafioso si fosse bloccato alla pari di una statua di sale.

La seconda sensazione, che è, in realtà, un’evidenza quantitativa, è legata al fatto che, sempre più, le pubblicazioni sul tema, nell’ultimo ventennio, correlano le mafie allo Stato. Aspetto ovvio, quest’ultimo, considerata la graduale presa di coscienza che la lettura univoca, dall’interno, delle organizzazioni criminali del nostro Paese fosse incompleta, monca. Via via, prendeva forma l’idea che l’azione mafiosa, da sola, non fosse in grado di spiegare alcuni snodi politici complessi, alcuni momenti storico-istituzionali suggellati dal fragore delle bombe. Sempre più si accreditava l’ipotesi che le mafie avessero cercato, e trovato da tempo ormai, la collaborazione di alcune forze politiche, tanto a livello nazionale quanto a livello locale, e della società civile. Com’è noto, a questa tesi dà forza giudiziaria la sentenza di primo grado del processo sulla trattativa Stato-mafia.

In sostanza, il mancato aggiornamento della bibliografia sulle mafie nei siti istituzionali dedicati e la rampante crescita del doppio volto dello Stato nella pubblicistica sembrano indicare un pudore sospetto delle nostre istituzioni davanti al sempre più insistito richiamo delle responsabilità politiche che hanno consentito alle organizzazioni criminali di perdurare e, anzi, di consolidarsi.

Per dare un senso meno astratto al discorso, si possono citare tre volumi molto diversi l’uno dall’altro, aventi un comune denominatore, ossia un j’accuse nei confronti dello Stato italiano e del suo doppio volto. Si tratta del volume collettaneo, curato da Salvatore Borsellino, “La repubblica delle stragi. 1978-1994. Il patto di sangue tra Stato, mafia, P2 ed eversione nera” (2018); e, ancora, dell’opera di Giancarlo Caselli e Guido Lo Forte dal titolo “Lo Stato illegale. Mafia e politica da Portella della Ginestra a oggi” (2020). Per ultimo, è opportuno citare un libro uscito pochi giorni fa, “Luigi Ilardo. Omicidio di Stato. La testimonianza della figlia Luana”.

È quest’ultimo volume quello su cui vale la pena soffermarsi. Circa una settimana fa, sul sito del periodico “Antimafia Duemila”, il testo è stato presentato in streaming dall’autrice, Anna Vinci, da Luana Ilardo, dal direttore del periodico, Giorgio Bongiovanni, moderati da Aaron Pettinari, capo-redattore della stessa rivista. Il giorno della presentazione del volume non è stato scelto a caso. Il 10 maggio, infatti, ricorrevano 25 anni dalla morte di Luigi Ilardo, a Catania. Al di là del valore intrinseco dell’opera, che non riesce del tutto a sganciarsi da una visione inevitabilmente appiattita sull’ottica amara e parziale della figlia di Ilardo, il testo riporta alla luce una vicenda che si incunea in maniera perfetta negli anni a cavallo tra i due secoli, quelli in cui il Paese conobbe la stagione stragista, la definizione dell’accordo Stato-mafia e l’affermazione di un nuovo protagonista politico, ossia Forza Italia. La vicenda di Luigi, detto Gino, Ilardo è dentro questa cornice e ne riflette tutte le ombre, ne sintetizza tutti gli aspetti più crudi.

Gino Ilardo non era un picciotto qualsiasi, non muore per strada in una delle tante soluzioni omicide per regolare i conti mafiosi. Apparteneva all’aristocrazia mafiosa e vantava addentellati importanti anche fuori di Cosa nostra. Figlio di Calogero, massone influente, era nipote di Francesco Madonia, capomafia di Vallelunga Pratameno, in provincia di Caltanissetta, e cugino di Giuseppe “Piddu” Madonia, braccio destro di Provenzano. Affiliato nel 1978, era anche stato vice capo mandamento di Caltanissetta; dunque, una figura di rilievo nella cupola mafiosa, un uomo di vertice. Dopo aver scontato undici anni di carcere, nell’estate del 1993, decise di dare una svolta alla sua vita e diede inizio a un rapporto confidenziale con la Dia e, in particolare, con il colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, operando, in sostanza, da infiltrato all’interno di Cosa nostra, in qualità di reggente delle province mafiose di Caltanissetta ed Enna. In tal modo, Ilardo consentì di far arrestare cinquanta affiliati tra i quali sette importanti boss, da Vincenzo Aiello, all’epoca latitante e vicecapo provinciale di Cosa nostra a Catania, a Domenico Vaccaro, capo della provincia mafiosa di Caltanissetta, a un altro latitante, Lucio Tusa, nipote di Piddu Madonia e uomo importante della corrente “provenzaniana”.

Gino Ilardo non consegnò soltanto alcuni importanti mafiosi alla giustizia. Egli rivelò notizie fondamentali sugli «assetti, i segreti antichi, le dinamiche in divenire di Cosa nostra e (…) non soltanto con riferimento alle vicende di ordinaria criminalità mafiosa, ma anche in riferimento a rapporti più alti e inconfessabili di Cosa nostra con la politica, con la massoneria, con soggetti deviati e devianti dei servizi di sicurezza». Queste le parole del pubblico ministero Nino Di Matteo nella requisitoria finale del 26 gennaio 2018 al processo sulla trattativa Stato-mafia.

Ecco la caratura di Gino Ilardo, la bomba a orologeria in grado di avere un effetto devastante su quel sistema criminale integrato che si stava definendo e consolidando in quegli anni. Tra le altre cose, Ilardo sarebbe stato in grado di testimoniare, per esperienza diretta, tanto i legami tra mafia siciliana e ‘ndrangheta quanto i rapporti di Cosa nostra con l’eversione di destra. E già nel 1994, stando alla citata requisitoria di Nino Di Matteo, avrebbe rivelato a Riccio degli accordi intercorsi tra Forza Italia, con la mediazione di Marcello Dell’Utri, e Cosa nostra, relativi alla lenta cancellazione degli spigoli duri della normativa antimafia, dal sequestro dei beni ai mafiosi al 416 bis.

Ancora: ben prima che nel 2006 Provenzano venisse arrestato, Ilardo aveva offerto al Ros di Mario Mori, sempre sotto forma di rapporti confidenziali al colonnello Riccio e non di una collaborazione ufficiale, l’opportunità di catturare, a Mezzojuso, il capo di Cosa nostra. Com’è noto, a dispetto del rischio corso da Ilardo, che quel 31 ottobre 1995 era insieme a Provenzano, qualcuno diede l’ordine di non intervenire. Né lo Stato approfittò in seguito della preziosa sponda offertagli da Ilardo, nonostante il confidente d’oro dei Ros avesse fornito i “pizzini” di Provenzano e informazioni sui luoghi nei quali si svolgeva la latitanza del boss, sui casolari dove questi incontrava altri uomini d’onore, sui soggetti che gestivano in quel momento la latitanza di “Zu Binnu”. Qualcuno nelle istituzioni rifiutò, per così dire, gli assist di Gino Ilardo. Provenzano non doveva essere catturato, pare evidente. Eppure, Ilardo decise, anche per ragioni di sicurezza, di passare da un piano confidenziale a un rapporto formale con lo Stato, decise di fidarsi, anche dietro la sollecitazione del colonnello Riccio.

Il 2 maggio 1996 incontrò nella sede dei Ros a Roma il procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, quello di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, e la dottoressa Teresa Principato. L’incontro aveva il compito di ufficializzare la collaborazione di Ilardo con lo Stato e, a seguito di ciò, approntare di lì a poco un piano di protezione per lui e per i suoi famigliari. Durante l’attesa, come racconta Michele Riccio nella breve e pregnante “Prefazione” al libro dedicato a Ilardo, quest’ultimo incrociò Mario Mori. «D’impeto, guardandolo negli occhi, gli disse: “molti attentati addebitati e commessi da Cosa nostra erano stati commissionati dallo Stato”». Mori, continua Riccio, «a quelle parole così chiare e dirette, non rispose come mi attendevo che facesse, ma abbassò lo sguardo e, giratosi all’improvviso, uscì dalla stanza e non si fece più vedere per tutto il giorno».

Di lì a poco, Ilardo incontrò i tre magistrati, per firmare il verbale preliminare di una collaborazione che sarebbe iniziata formalmente il 15 maggio. Tra i tre, come si è detto, vi era Giovanni Tinebra; Ilardo lo guardò senza salutarlo, salutò, invece, la Principato e Caselli, dinanzi al quale ultimo si sedette. Perché questo comportamento? Prova a spiegarlo il direttore di Antimafia Duemila, Giorgio Bongiovanni, in una sezione del libro scritto dalla Vinci (“Ilardo il boss invisibile. Conversazione con Giorgio Bongiovanni”), esplicitamente inserita per correggere la prospettiva dalla quale la vicenda umana di Ilardo è narrata, ossia quella della figlia. «Perché in Tinebra – spiega il giornalista – vede l’oscurità, il fratello massone, secondo ciò che afferma con sicurezza il collaboratore di giustizia Antonino Giuffé. Massone Tinebra, ambiguo, fughe di notizie dalla Procura di Caltanissetta (…). Giovanni Tinebra, lo stesso magistrato che aveva il fascicolo delle stragi di Falcone e che non aveva ascoltato Borsellino quando voleva andare a Caltanissetta e raccontare ciò che sapeva».

Dunque, un incontro delicato, quello del 2 maggio. Incontro che, sicuramente, giunse, per vie da accertare, a conoscenza di Cosa nostra, perché da lì, dal cugino di Ilardo, Piddu Madonia, arrivò l’ordine di uccidere il traditore. Ordine perentorio ed esecuzione perentoria. Come si è detto, la sera del 10 maggio 1996, a cinque giorni dall’inserimento nel protocollo di sicurezza e otto giorni dopo l’incontro romano, Ilardo fu freddato da alcuni colpi di pistola sotto casa, a Catania. Lo scorso novembre, la Corte di Cassazione ha condannato all’ergastolo, in qualità di mandanti, sia Madonia sia Vincenzo Santapaola, così come la stessa pena ha inflitto a Maurizio Zuccaro, come organizzatore, e a Orazio Benedetto Cocimano, nel ruolo di esecutore materiale. Sull’omicidio gravarono, come di consueto, le false accuse classiche, il “mascariamento” siciliano, ossia il tentativo di addebitare a ragioni diverse da quelle reali l’esecuzione del futuro collaboratore di giustizia. Ad esempio, il coinvolgimento di Ilardo nell’omicidio di un avvocato, Serafino Famà, o il fatto che avesse indebitamente intascato i soldi di alcune estorsioni.

Vero è che la sentenza definitiva di questo processo non individua responsabilità esterne a Cosa nostra nell’omicidio di Ilardo: «dall’attività istruttoria non sono emerse – in concreto – ipotesi alternative di ascrivibilità della condotta a soggetti diversi», si legge nelle carte processuali. Ma i dubbi non possono che permanere e, in questo, non si può che essere accanto agli sforzi di Luana Ilardo per giungere a una più completa e larga verità. Giovanni Brusca e lo stesso Antonino Giuffré, collaboratori di giustizia di primo piano, riferiscono che giunsero delle “soffiate” a Cosa nostra sulla seconda identità di Gino Ilardo. Il colonnello Riccio, dal canto suo, dice che, il pomeriggio della sera in cui Ilardo fu ucciso, venne raggiunto da un ufficiale dei Ros, il capitano Damiano, il quale «era cadaverico, mi disse che il procuratore di Caltanissetta Tinebra aveva fatto trapelare la voce della collaborazione di Ilardo» (fonte Antimafia Duemila, “Luigi Ilardo, l’infiltrato ‘scomodo’ per Cosa nostra. E non solo”, 29 marzo 2021).

Ha ragione Nino Di Matteo quando invita, nella sua ricordata requisitoria, a esaminare i fatti nel loro contesto globale, più ampio, a non atomizzarli oppure a non minimizzarli, se non a ridicolizzarli. Bisogna vestire Gino Ilardo dei panni che gli competono, quelli di un membro rilevante del patriziato mafioso con importanti collegamenti con la massoneria, protagonista e testimone di una stagione e di intrecci indicibili, tra i quali, come si è detto, quelli che riguardavano il doppio volto dello Stato. Era stato un confidente prezioso, sarebbe stato un collaboratore di giustizia unico più che raro. Non poteva restare vivo.

Se Luana Ilardo sta cercando di fare i conti con la propria storia personale e ci consegna una testimonianza ferita e oltraggiata dal tradimento dello Stato e da altre non confessate, ma comprensibili ragioni più intime, i lettori di tale testimonianza, fatta la tara a quel percorso interiore, ricaveranno dal libro un ulteriore motivo di riflessione e di indignazione. In questo Paese in cui i buoni e i cattivi si mescolano con così tanta elastica ordinarietà, il silenzio degli “innocenti” non basta più. Non basta più perché si intorbida con un silenzio maggiormente nocivo e ne diventa correo, quello di chi intende raccontarci una storia bugiarda per non cedere porzioni di potere, per lasciarci più o meno comodamente assisi sui nostri pigri divani, a digerire placidi e beati la favola dello Stato che avrebbe vinto la mafia. Si intende, dopo averne ammorbidito, chissà per quanto, l’ala militare e stragista con la promessa concreta di ammorbidire, a sua volta, le leggi onerose da sopportare per le mafie. Ergastolo ostativo docet. Tutto ciò Ilardo lo avrebbe raccontato. Venticinque anni fa.


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