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Una Repubblica di cittadini e non di armi

Ripudiare la guerra oggi: un appello alla coscienza costituzionale del Paese mentre l’Italia partecipa al surreale insediamento del Board of peace degli affaristi di Trump

di Laura Tussi - martedì 24 febbraio 2026 - 355 letture

In un tempo segnato dal ritorno della guerra come strumento “normale” di risoluzione dei conflitti, dall’aumento vertiginoso delle spese militari e da una narrazione pubblica che abitua all’idea del riarmo come necessità inevitabile, i movimenti pacifisti sentono l’urgenza di riaffermare un principio fondativo della nostra democrazia: l’Italia ripudia la guerra.

Non si tratta di un richiamo astratto o ideologico, ma di un dovere civile e costituzionale, oggi più che mai attuale.

Richiamare il valore costituzionale del ripudio della guerra, diventa ancora più urgente davsnti a una scelta istituzionale che suscita sconcerto e profonda indignazione: l’Italia – pur in veste di “osservatrice” — ha deciso di prendere parte alla prima riunione del Board of Peace, che non è un organismo multilaterale neutrale: è stato creato da Trump come un’entità internazionale sotto il suo controllo, con poteri e strutture decise unilateralmente da un ex presidente statunitense che ha promosso politiche aggressive in varie regioni del mondo. La sua genesi e la sua natura sollevano serie perplessità costituzionali e politiche: molti analisti vedono in questo organismo un tentativo di bypassare le istituzioni multilaterali come le Nazioni Unite e di far ripartire una gestione del “conflitto” su logiche di potere e influenza piuttosto che di pace duratura.

Ed è difficile non ricordare, con sgomento, le tragedie e le violazioni dei diritti umani che hanno punteggiato gli ultimi anni: gli attacchi militari contro il Venezuela, lo strangolamento economico di Cuba, i devastanti bombardamenti in Yemen e in Siria, le tensioni crescenti sull’asse Iran-Israele che minacciano di trascinare il Medio Oriente (e l’Europa) in un nuovo conflitto. In questo quadro, la partecipazione italiana a un organismo così caratterizzato — seppur definita come “osservatrice” dal governo — sembra quantomeno incoerente con i principi di pace, di neutralità e di non interventismo che dovrebbero guidare la nostra politica estera e, più ancora, con l’articolo 11 della nostra Costituzione.

Per chi crede sinceramente nella pace come valore fondante, la decisione di sedersi al tavolo di Trump non rappresenta un passo verso la pace, ma un passo **verso l’egemonia di poteri forti e militaristi**, lontano dalla vera giustizia internazionale e dal diritto dei popoli all’autodeterminazione.

La pace come valore rivoluzionario

La pace è l’unico valore autenticamente rivoluzionario, perché costringe a rimettere in discussione tutte le categorie del vecchio mondo, costruito sulle macerie delle guerre.

Essere costruttori di pace oggi significa obiettare al sistema di guerra, alle sue logiche, alle sue alleanze e soprattutto alle spese militari che rendono la guerra possibile e permanente.

Noi vogliamo essere cittadini fedeli alla Costituzione italiana, scritta all’indomani del flagello del secondo conflitto mondiale e proprio per questo orientata al ripudio della guerra. Lo afferma chiaramente l’articolo 11. La stessa Costituzione ci ricorda che la Repubblica è fondata sul lavoro (articolo 1). Tra questi due articoli si collocano altri dieci principi fondamentali che definiscono i valori fondanti della nostra convivenza civile: la giustizia, la libertà, la salute, l’istruzione, la dignità della persona.

Questo significa che il lavoro e i lavoratori devono contribuire a costruire le condizioni di una vita dignitosa per tutte e tutti coloro che vivono nel nostro Paese, e che la guerra – e la sua preparazione – rappresenta il vero disvalore da espellere definitivamente dal contesto sociale e civile.

Per queste ragioni non comprendiamo perché le celebrazioni della Festa della Repubblica continuino a essere accompagnate da parate militari, sfilate di armi e mostre di ordigni bellici. È una contraddizione ormai insopportabile: così non si ripudia la guerra, ma la Costituzione. È un rovesciamento della verità.

Una Repubblica di cittadini e non di armi

A sfilare dovrebbero essere le forze del lavoro, i sindacati, le arti e i mestieri, le studentesse e gli studenti, gli educatori, le persone migranti, i bambini con le loro madri e i loro padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile. Queste sono le vere forze vive della Repubblica.

Le Forze Armate hanno già una loro ricorrenza, il 4 novembre, giornata che ricorda quella che papa Benedetto XV definì “l’inutile strage” della Prima guerra mondiale.

Al Presidente della Repubblica chiediamo di abolire le parate militari anche nel rispetto della necessità di risparmio economico e di giustizia sociale: si invitino piuttosto i giovani disoccupati, i lavoratori precari, i pensionati, come rappresentanti di un popolo italiano oggi in sofferenza.

È uno scandalo che, mentre si impongono sacrifici pesanti alla popolazione, Parlamento e Governo confermino spese miliardarie per il riarmo e per l’acquisto di sistemi d’arma come i cacciabombardieri F35.

Ci impegniamo a interpellare le autorità civili delle nostre città – sindaci, prefetti, consiglieri comunali, parlamentari – affinché sostengano questa proposta, anche attraverso lettere ai giornali e iniziative nei luoghi di lavoro.

Con le nostre associazioni vogliamo celebrare l’Italia che ripudia la guerra: dove possibile, organizzeremo sfilate pacifiche in cui cittadini e cittadine disarmati innalzeranno cartelli con l’articolo 11 della Costituzione, perché la pace non è una concessione, ma un diritto e un dovere costituzionale.


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