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Un racconto sull’identità

Ci muoviamo sopra un’isola che galleggia nel Mediterraneo. Alcuni la chiamano l’Isola e lo scrivono così, con la maiuscola. Galleggiamo nel Mediterraneo, quindi, e la domanda che ci poniamo con più frequenza e se questo possa bastare per farci popolo.
di Simone Olla - mercoledì 5 luglio 2006 - 4566 letture

Quando ci siamo resi conto che i temi da noi trattati continuavano ad infrangersi contro il muro eretto dall’ortodossia trasversale della politica italiana, lo strappo è diventato realtà. E quello che credevamo un trauma, alla fine si è rivelata una nuova primavera interiore. Strappo, trauma, bivio stanno a significare la scelta fatta tra due pratiche: quella politica e quella metapolitica. Da una parte la pratica politica e l’arcinoto mezzo partitico. Dall’altra parte la pratica metapolitica, ed il fascino di pensare, finalmente, oltre i lasciti della modernità.

L’attività metapolitica del Centro Studi Opìfice non può prescindere dal superamento delle categorie Destra/Sinistra, non più sufficienti ad interpretare le dinamiche della nostra epoca. Sì, ma superate da cosa? Perché, se auspichiamo il superamento della dicotomia Destra/Sinistra, dobbiamo pur immaginare da cosa debbano essere superate. E qui sorge il primo dubbio, ma nello stesso tempo la prima certezza. Crediamo debba essere il luogo in cui viviamo a definire i contorni del superamento. Nessuna ricetta valida in tutti i luoghi ed in tutti i tempi. È la terra che calpestiamo ogni giorno a dover suggerire le nuove linee di demarcazione, i nuovi fronti dello scontro.

Ci muoviamo sopra un’isola che galleggia nel Mediterraneo. Alcuni la chiamano l’Isola e lo scrivono così, con la maiuscola. Galleggiamo nel Mediterraneo, quindi, e la domanda che ci poniamo con più frequenza e se questo possa bastare per farci popolo. Se, in altre parole, un luogo isolato naturalmente possa costituire condizione sufficiente per fare un popolo. Quando parliamo di localizzazione dell’immaginario, il destinatario individuato non è il popolo come insieme omogeneo e compatto, ma le persone nella loro diversità. (Diversità, ancora una volta caratterizzata dal luogo.) Localizzare l’immaginario di una comunità così come di una singola persona, significa pensare il proprio luogo con i ritmi del luogo stesso, significa assecondare la geografia del luogo, significa prender parte ai destini del luogo. Da popolo, con la politica.

«Il primo soggetto della democrazia [...] è il popolo. Il punto di partenza della politica democratica è il potere costituente del popolo. La sovranità democratica non è la sovranità nazionale, ma la sovranità popolare. La politica oggi è chiamata a rinascere dalla base. Ciò implica la necessità di superare la dicotomia artificiale tra lo Stato e la “società civile” per ricostruire, in tutta la sua ricca diversità, la dimensione politica del sociale.[1]»

Come ricostruire quindi, quella che Alain de Benoist definisce la dimensione politica del sociale? A nostro modo di vedere attraverso una riconquista del luogo, del proprio particolarissimo luogo. L’errore più frequente che viene commesso quando si parla di riconquista è quello di pensare ad essa come una delimitazione dei confini, l’atto (violento?) che precede l’esclusione del diverso. Niente di più sbagliato. Riconquista del luogo è tornare coi piedi per terra, abbandonare la solitudine televisiva per riprendersi la piazza. Il problema dell’appartenenza è legato a doppio filo con la tarda modernità. Le rivendicazioni identitarie, infatti, sono figlie della globalizzazione nel senso più ampio del termine. Ad una omogeneizzazione dei costumi e degli usi si risponde con una folklorizzazione di questi ultimi. Ad una perdita di senso si risponde con un senso indotto, finto, plastificato. La questione dell’identità è diventata negli ultimi decenni la Questione. L’individualismo liberale del tutti contro tutti ha la colpa più grande nella erosione delle identità collettive. «Come [si può] parlare di “fraternità” (a sinistra) o di “bene comune” (a destra) - si chiede De Benoist - in una società [la nostra] dove ciascuno si impegna nella ricerca di una massimizzazione solo dei suoi interessi, in una rivalità mimetica senza fine che assume la forma di una fuga in avanti, di una concorrenza permanente priva di ogni finalità?»

Viviamo in una società votata all’esclusione, nella quale si è rotto il legame sociale ed il fenomeno dell’immigrazione non è che lo specchio entro il quale abbiamo potuto verificare il nostro deficit di coesione. Gli immigrati, con la loro carica culturale, ci hanno sbattuto in faccia tutto il nostro disorientamento, hanno messo a nudo la solitudine dell’uomo moderno. E le risposte politiche al fenomeno dell’immigrazione non hanno fatto altro che confermare il teorema dell’esclusione. Quando infatti si parla di integrazione è come se si stesse parlando di esclusione. C’è posto per chiunque voglia partecipare, a patto di continuare la sanguinosa lotta del tutti contro tutti. Sbandierando l’integrazione ad ogni piè sospinto, non solo si elude il problema legato alla mancanza di senso nella nostra epoca, ma si preclude all’Altro (in questo caso l’immigrato) di essere portatore di un senso. In altri termini non si riconosce l’immigrato come portatore di cultura, quindi è come negarne il riconoscimento stesso. L’Altro da noi, per essere accettato, dovrebbe spogliarsi completamene della sua storia. È nei fatti un’esclusione sottile. Philippe Forget sostiene che «un’identità è sempre un rapporto da sé a sé, una interpretazione di sé e degli altri, di sé attraverso gli altri. [È] il racconto di sé, elaborato nel rapporto dialettico con l’altro, che perfeziona la storia umana e consegna una collettività alla storia...» In definitiva l’identità non è qualcosa di dato a cui tendere, e non è nemmeno l’antica purezza da recuperare. Né raggiungere, né recuperare. L’identità è sporca in sé, è aperta, incompleta. L’identità è una prospettiva con la quale inquadriamo la nostra epoca. Un’angolatura, la nostra.

Simone Olla

[1] Alain de Benoist, Le sfide della postmodernità, Arianna Editrice


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