Un’orrenda commedia ovvero farneticazioni senili
Forse aspettiamo tutti Godot, rassegnati alla visione di un’orizzonte macabro, distopico.
Ho un incubo ricorrente che mi perseguita da qualche settimana:
Ursula von der Leyen che trascina un carro di fuoco aiutata da un gruppo di persone volenterose. Le istruisce e le guida come fosse una pastora [1] verso un profetico orizzonte di benessere imperituro. Un’altra donna fa parte di questo gruppo di volenterosi: Giorgia Meloni che, attorniata dal suo gruppo di lacché democratici e bipartisan, precede il corteo e si affretta a raggiungerne la testa. La presidente della commissione europea siede su un trono che sembra un enorme sgabello squadrato sulle cui facce scorrono gli ologrammi dei continenti ma uno solo rimane sempre in primo piano: l’Europa. Il suo trono è sorretto da numerosi schiavi che hanno le sembianze dei dittatori che hanno scatenato le furie e le erinni degli orrori delle guerre in giro per il pianeta durante l’alba del XXI° secolo. Alla testa del corteo, con un sorriso sornione, uno sparuto gruppo di cheerleader che hanno un tratto comune: indossano un cappellino rosso, mostrato con vanto. Infine il ciuffo ribelle del presidente americano che mantiene un profilo secondario ma pur sempre spavaldo. Il suo atteggiamento sembra essere modellato sullo stile italiano: sembra dica la famosa frase “Armiamoci e partite”. Ciò che genera in me un turbamento profondo è che sia la presidente della commissione europea, sia i suoi adepti volenterosi si sono fatti crescere dei baffetti strani (che riportano curiosamente alla mente quell’antica moda bavarese del primo Novecento) epigoni di una bella epoca andata in frantumi con il primo conflitto mondiale.
Ma il sogno continua:
Il corteo si sta scontrando! È in arrivo un’orda famelica dalla parte opposta. Il sole sta nascendo e i nostri nemici vengono proprio con la nostra cara stella alle spalle. Come faremo a costruire una barriera per impedire che questa moltitudine ci sommerga: sono molti, troppi per essere arrestati. Sono tutti vestiti uguali anche se qualcuno indossa copricapi atavici. Sono uno tsunami composto da un esercito sconfinato che nasce da una popolazione che rappresenta più di un terzo della popolazione mondiale, anzi quasi la metà. Si sono riuniti per distruggerci e per imporre una pace multilaterale.
Ho il sospetto che ci sia qualcosa di marcio in Europa, compresa la placida Danimarca, terrorizzata dalle mire espansionistiche d’oltreoceano sulla mite Groenlandia.
A parte le facezie, il mitico Trump ha scritto su Truth e quindi sui social [2] che la Crimea è stata annessa e non invasa: non si sparò un solo colpo. E tale annessione risale a più di dodici anni fa. Anche se odio essere autoreferenziale ne scrissi un po’ di tempo fa [3]. Mi vergogno di essere d’accordo con il presidente americano ma, in questo unico caso, è d’obbligo. La Crimea fu conquistata dalla zarina Caterina nel 1783 e fu terreno conteso tra l’impero russo e quello ottomano, appoggiato da europei (compreso il nostro blasonato esercito sabaudo) dal 1853 al 1856. Rimase comunque russa e fu poi ceduta nel 1954 dal presidente dell’Unione Sovietica, Nikita Kruscev (oggi prevale la dizione ucraina Krusciov anche se la pronuncia è la stessa), alla Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina. Vogliamo dire che poco più di trent’anni (dal 24 agosto 1991, ricorrenza dell’indipendenza ucraina concessa pacificamente) fanno di questa ricca regione un territorio sacrosanto dell’Unione Europea?
Però in maniera decisamente più seria e concreta e meno oniricamente senile della mia, si leggono righe illuminanti [4].
Non c’è niente da fare, se descrivo almeno una parte della politica internazionale mi vedo costretto a escogitare dei trucchi farseschi, ironici, forse per esorcizzare il teatro dell’assurdo a cui stiamo assistendo. Forse aspettiamo tutti Godot, rassegnati alla visione di un’orizzonte macabro, distopico.
Meglio una visione multilaterale anche se sorta dal crematismo incancrenito della nostra civiltà. Il nichilismo crematistico ha preso decisamente il potere su qualsiasi pensiero critico e lo spazio della prassi si è rimpicciolito fin quasi a sparire. La speranza risiede forse nel multilateralismo (una globalizzazione estesa non solo all’economia ma ad ogni aspetto della vita degli esseri umani, compresa l’intelligenza artificiale) che sembra allontanarsi allo scoppio di un qualsiasi conflitto, specchio di nazionalismo suprematistico o, come spesso lo si chiama oggi, sovranismo.
Alcune frasi di questo macabro teatrino: “Putin è un criminale di guerra; Netanyahu è un eroe di guerra; non c’è carestia nella striscia di Gaza; facciamo della striscia un resort; ci vogliono soluzioni diplomatiche; un territorio e due stati; la Russia ha invaso la Crimea; liberiamo l’Ucraina dai nazisti; siamo tornati alla guerra fredda; la Russia ha finito le munizioni; la controffensiva ucraina; difendiamo i confini dell’Unione Europea; la Nato ci difende dall’invasione russa; è necessario un riarmo in Europa; l’Europa deve comprare le armi da noi (americani) per la sua sicurezza; sanzioni, sanzioni e ancora sanzioni ai paesi governati da dittatori; dazi al 10, 15, 20, 25, 30, 35… 50%; forse no, meglio dazi al 150%; colonizzeremo Marte; esportare la democrazia con le armi; il sogno americano è più forte che mai (MAGA); i migranti illegali dobbiamo rimandarli a casa loro; nessuno vuole una guerra atomica ma…; due soli generi; non sono razzista ma aiutiamoli a casa loro; i mutamenti climatici sono un’invenzione dei comunisti.” Sono solo alcune frasi che ricordo ma gli esempi potrebbero essere migliaia, prodotti da una propaganda occidentale asfissiante.
Le esternazioni dei paesi dell’Unione Europea per scongiurare l’olocausto palestinese suonano tristemente impotenti, quasi come se si redarguisse Bibi Netanyahu (il nostro ministro degli esteri sembra essere un maestro indiscusso della futilità di un pensiero inesistente). Suonano come se si scoprisse Tom Sawyer con le mani nella marmellata e gli si dicesse, con cipiglio da adulto bonario, «Non lo fare più!».
Rimangono solo gesti e parole di alcuni pastori [5], oltre all’opinione comune che, nella nostra civiltà occidentale, è ingabbiata nel benessere consumistico che, come un’atroce e rigida dittatura, non ammette alcun tipo dissenso e di pensiero, omologando le persone delle società cosiddette occidentali.
Infatti, mentre mi crogiolo nelle mie farneticazioni senili, le persone muoiono e muoiono i bambini.

- En attendant Godot, Festival d’Avignon, 1978 - foto di Di Fernand Michaud
Questa immagine è resa disponibile dalla biblioteca digitale Gallica con il numero identificativo di btv1b10329630q, CC0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=61229680
[1] Qui il femminile è d’obbligo in quanto il termine ha un senso, nelle confessioni cristiane, in quei contesti in cui le donne sono ordinate appunto pastore.
[2] Sono ormai più importanti dei classici canali d’informazione anche se il nome in questione ricorda serenamente il tempo della Pravda, il quotidiano russo fondato nel 1912 da un certo Lev Trockij.
[3] Qui, recensendo un libro di Giorgio Cella, oppure qui e inoltre qui sempre sulla situazione ucraina.
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