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Un’orgia di rivoluzione

Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another) / regia di Paul Thomas Anderson. - USA, 2025. - durata 162 minuti. - Interpreti: Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Regina Hall, Teyana Taylor, Chase Infinity.

di Evaristo Lodi - giovedì 26 marzo 2026 - 826 letture

Ho sempre amato il cinema americano e continuo a farlo. I termini della mia passione si sono però notevolmente modificati e rasentano il dissolversi della neve al sole. Una mia amica, scontenta della scadente produzione del cinema italiano, mi ha confessato che deve guardare i movies americani per riuscire ad appassionarsi a una pellicola, pur non condividendo la politica a stelle e strisce, anche se non condivide nemmeno quella nostrana. Le ho risposto che alcuni film italiani sono molto belli e continuano a percorrere i due grandi solchi che ci hanno contraddistinto, dopo la fine del secondo conflitto mondiale: la commedia e il neorealismo. O meglio, per il secondo genere anche noi stiamo assistendo a una sorta di evoluzione, leggermente sottesa, come nell’ultimo film di Albanese [1].

Su questo fronte i due film che hanno fatto man bassa di statuette sono I Peccatori [2] e Una battaglia dopo l’altra. Sul primo quello che mi stupì di più fu il carattere (horror) per una pellicola ricca di riferimenti e significati. Per il secondo, mi ritrovo a pensare in modo identico: oltre che un film d’azione, fa riferimento ad alcuni stereotipi del sottogenere splatter, conditi con molti elementi che sembrano surreali, anche se solo apparentemente.

Ciò che mi ha fatto scattare l’allarme nella mente è stata la citazione de La battaglia di Algeri (Gillo Pontecorvo, 1966), quelle immagini in bianco e nero che appaiono durante la narrazione. È evidente il rapporto con il cinema neorealista italiano ma sembra stridere con il mondo americano infagottato nelle nefandezze dell’amministrazione in carica che sparge violenza e guerra in ogni angolo del globo. A pensarci meglio, sia l’afflato rivoluzionario evocato soprattutto all’inizio, sia l’afflato di pulizia etnica evocato nei meandri nascosti del potere statunitense, sono elementi sostanziali di questa forma moderna di realismo. Se nel film italiano c’era la sacrosanta rivolta del popolo algerino per liberarsi dal sanguinario potere coloniale francese, qui troviamo una perversa e oscena mano nascosta del potere razzista che pretende di trovare una soluzione finale per rendere pura la società da quelle distrazioni che le stanno facendo smarrire i caratteri originali che poi tanto puri non erano, visto che hanno perpetrato il genocidio di intere popolazioni indigene. Sono le solite inferenze a cui siamo ormai abituati, anche nel bel paese, e che ossessionano le opposizioni che si trovano disarmate a opporre una qualsiasi resistenza.

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Locandina di One battle after another

D’altra parte, non si può certo dire che rimaniamo coinvolti e affascinati da chi sostiene una forma di rivoluzione terroristica che sacrifica, in nome dei propri ideali anacronistici, qualsiasi forma di convivenza civile e che mina lo stesso pilastro fondamentale della società civile, rappresentato dalla famiglia. Dobbiamo rassegnarci a capire che il nuovo realismo altro non è che la descrizione di un miscuglio di oscenità e perversioni che ormai ci sommergono e ci tolgono il fiato ogni giorno e che hanno la forza di palesarsi sempre di più. Questa è la nuova frontiera del realismo.

Cosa aggiungere per gli attori? Mi limiterò solo a commentare l’interpretazione di Sean Penn. Riesce a trasmettere repulsione assoluta per quelli che, come il personaggio del film, vogliono imporre il proprio ego distorto e che trovano alleati, per la loro volgarità, in improbabili organizzazioni che si trovano “under and above”. Le loro azioni non si svolgono alla luce del sole ma lo stato le tollera e le supporta cordialmente. Non solo le espressioni del volto ma anche la postura del corpo, la camminata, sembrano artificiali. Quasi fossero il prodotto della produzione di automi indipendenti creati dalla malvagità dell’uomo. Chissà perché, da Emma Stone [3] a Sean Penn, si creano sempre più figure ormai prive di qualsiasi umanità?

Nel 2025 avevo assistito a un deprimente spettacolo di pellicole americane che, volendo fare il verso a quelle del passato, non riuscivano a imbastire un significato autonomo ma erano asservite e prone al potere costituito. Da Superman a Mission Impossible, per arrivare a Jurassic Park: film assolutamente mediocri che osannavano il potere senza fornire nemmeno quella tensione richiesta da qualsiasi film d’azione. Solo la visione de I Fantastici 4 mi aveva permesso un po’ di leggerezza e divertimento.

Invece One Battle After Another afferma una protesta, affidandosi all’unico strumento che è rimasto disponibile: lo sguardo distorto dall’orrore e dalla volgarità nello scrutare le pieghe della società degradata e degradante che ci circonda.

Poi la magia del film si dipana nelle lunghe scene finali che si srotolano su strade infinite di un deserto, vicino San Diego. Ovvia la citazione al primo lungometraggio di Steven Spielberg, da un’idea di quella fervida mente fantascientifica di Richard Matheson [4]. Girato in un altro deserto, sempre californiano, qui invece le highway assumono la caratteristica delle montagne russe che più si identificano con chi più resiste e prova a compiere capriole ideali per sopravvivere nel deserto del pensiero che non riesce a possedere nemmeno un piccolo barlume di criticità verso ciò che ci circonda. Nei saliscendi ci assale quasi una nausea meschina che insiste sulle nostre idiosincrasie, sui nostri malesseri, sulle nostre allergie. Sembra quasi che il lieto fine sia forzato, comunque nascosto sotto le pieghe di questa oppressione dilagante.

Ho assistito alla triste proiezione del film che ha vinto l’oscar come miglior film straniero (Sentimental Value, 2025, regia Joachim Trier). Pellicola generata da una mega produzione dell’Europa che conta (Norvegia, Svezia, Germania, Danimarca e Francia). Mi ha fatto capire la profonda crisi culturale che attraversa il vecchio continente. Questo Joachim non è un parente del più famoso Lars ma ha comunque collezionato numerosi premi. È un film inutile, noioso che fa il verso al capolavoro di François Truffaut del 1973 (Effetto notte, che quest’anno compie 53 anni e il cui titolo originale recitava, non a caso, La Nuit Américaine). Si piange molto e il set della pellicola si ricava solo nelle ultime scene. Mi viene da dire… Povera stanca e affranta Europa.

Che dire? Nella notte degli oscar, sarebbe stato più realistico e attuale premiare lo struggente La voce di Hind Rajab [5]. Il mancato visto d’ingresso per l’attore interprete sembra essere inevitabile. Il potere riesce a penetrare nelle pieghe burocratiche anche quando il cinema prova a sfuggirgli, attribuendo la maggior parte delle prestigiose statuette a pellicole che si affidano al mascheramento di una forte e sacrosanta protesta.


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