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Un latitante di lusso

Arrestato in Brasile Rocco Morabito, boss ‘ndranghetista, secondo, fra i latitanti, solo a Matteo Messina Denaro.

di francoplat - mercoledì 26 maggio 2021 - 968 letture

«Andava in spiaggia, frequentava i locali, non sembrava facesse una vita da latitante». Così, il comandante dei Ros, Pasquale Angelosanto, racconta alla stampa la quotidianità di Rocco Morabito, classe 1966, nativo di Africo, considerato il più importante broker di stupefacenti per i cartelli del narcotraffico sudamericano, prima che venisse arrestato a João Pessoa, in Brasile, in un’abitazione dove si trovava con un altro pericoloso latitante, il torinese Vincenzo Pasquino.

È figlio d’arte, Rocco, parente di Peppe ‘u tiradrittu Morabito, figura di rilievo della mafia calabrese. Una carriera folgorante quella del latitante appena arrestato: nel 1988 minaccia un docente universitario a Messina e, per questo, viene incarcerato una prima volta e poi assolto per insufficienza di prove. Nel 1991, sale al Nord, per fare fortuna, accanto allo zio Domenico Antonio Morabito, già ricercato. Capace, determinato, si muove con lo zio tra narcotrafficanti colombiani e gli appetiti milanesi per la cocaina, che, di fatto, inonda la città meneghina.

Dopo aver organizzato e gestito un lucroso traffico di stupefacenti tra il Sudamerica, la Sicilia, la Calabria e la Lombardia, nel 1994 viene condannato dal Tribunale di Milano a 30 anni per associazione di stampo mafioso e traffico di droga, ma riesce a scappare e dà vita alla sua prima lunga, lunghissima latitanza. Per circa ventitré anni, Rocco Morabito vive in Uruguay, tra Montevideo e Punta del Este, gira con passaporto brasiliano falso, si fa passare per imprenditore e conduce una vita lussuosa in quartieri esclusivi e in una villa con piscina.

Mentre vive da latitante d’oro, la giustizia italiana fa pendere sul suo capo diverse condanne. Nel 2000, la Corte d’Appello di Palermo gli infligge 22 anni di carcere per traffico di droga, bissati dai 30 comminatigli, l’anno successivo, dalla Corte d’Appello di Milano per lo stesso reato. Nel 2005, è la volta della Corte d’Appello di Reggio Calabria a condannarlo a 10 anni di carcere.

Ma Morabito è assente agli appelli. È l’iscrizione della figlia a scuola con il suo vero nome a tradirlo e a portare al suo arresto a Montevideo, nel settembre del 2017. Dovrebbe essere estradato in Italia nel 2019, ma nel giugno di quell’anno evade dal carcere della capitale uruguaiana, scavando un tunnel dalla terrazza insieme ad altri tre detenuti, grazie alla probabile complicità della famiglia Bellocco, altra potente cosca calabrese attiva in Sudamerica.

Si perdono, così, le tracce del boss calabrese, almeno per qualche anno. Le ritrovano in Brasile gli investigatori italiani, la Dda di Reggio Calabria e quella di Torino, i carabinieri del Ros del comando provinciale di Reggio Calabria e di Locri, unitamente a forze di polizia e giudiziarie urugaiane e brasiliane, alla Dea, all’Fbi, all’Interpol. Un vasto spiegamento di forze e di intelligenze investigative che è riuscito a rintracciare ‘u tamunga - così soprannominato forse per via di un fuoristrada militare, Munga, con il quale scorrazzava sul litorale della locride - nel paese sudamericano, dove continuava a gestire il traffico internazionale di stupefacenti. Con una certa tranquillità, come se non avesse paura di essere preso.


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