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Un anno fa Katrina sconvolse l’America: era prevedibile?

Ad un anno di distanza da Katrina, che sconvolse la costa sudorientale degli Stati Uniti, trasformando New Orleans in una città fantasma, arriva Ernesto il primo uragano della stagione 2006...

di Vincenzo Raimondo Greco - lunedì 28 agosto 2006 - 3535 letture

Ad un anno di distanza da Katrina, che sconvolse la costa sudorientale degli Stati Uniti, trasformando New Orleans in una città fantasma, arriva Ernesto il primo uragano della stagione 2006. Ancora oggi, a un anno di distanza, ci si chiede se si sia trattato davvero di un disastro improvviso o se invece fosse prevedibile.

Certamente “non l’evento in sé” afferna Luigi Cavaleri, direttore dell’Istituto di scienze marine (Ismar) del Consiglio nazionale delle ricerche di Venezia. “Tuttavia si sapeva da tempo che gli attuali sarebbero stati anni intensi per gli uragani, data la periodicità delle correnti oceaniche. E anche questo sarà un anno intenso”. Per il direttore dell’Istituto di scienze marine, “il numero record di uragani identificati nel 2005 nel Nord Atlantico, e soprattutto le conseguenze di Katrina, possono essere interpretati come un segnale di variazioni climatiche, ma non nel senso di una tendenza, secondo cui entrambe queste caratteristiche vadano aumentando nel tempo. La realtà è che questi livelli di intensità non sono nuovi e si presentano regolarmente, sia pur come eventi probabili, a intervalli di 30-40 anni”. Una simile periodicità è legata alla fisica degli uragani e alle condizioni richieste per la loro formazione e sviluppo. “Ci sono”, precisa Cavaleri, “due condizioni essenziali perché un uragano possa formarsi: un mare calmo, cosicché la forte evaporazione possa portare nell’atmosfera l’energia necessaria, e la rotazione terrestre per innestare e sviluppare il vortice caratteristico.

La combinazione delle due condizioni confina gli uragani alle zone tropicali. In effetti, anche se quelli nel Nord Atlantico attirano maggiormente l’attenzione dei media, gli uragani, sia pur con nomi diversi, si verificano lungo tutta la fascia tropicale dei due emisferi. Così si parla di ‘cicloni’ nel golfo del Bengala e di ‘tifoni’ nel mar della Cina”. Più l’acqua è calda, maggiore è il numero e l’energia/intensità degli uragani. “Non è un caso”, sottolinea il direttore dell’Ismar-Cnr, “che essi si verifichino in estate e in autunno, ossia quando la temperatura degli oceani è più elevata. Va precisato però che tale temperatura non è costante di anno in anno, ma, a causa della variabilità delle correnti oceaniche, presenta un ciclo di 30-40 anni. Da qui la periodicità a lungo termine degli ‘anni cattivi’, coincidenti, naturalmente, con quelli in cui l’oceano tropicale è più caldo”. Le cronache del secolo scorso confermano questa teoria, riportando notizie di uragani di particolare forza verificatisi in tre periodi specifici: l’inizio del 1900 (uragano di Galveston nel 1900), gli anni ’30 (Labor Day Storm nel 1935) e gli anni ’70 (Camille nel 1969).

Data la periodicità dell’intensità degli uragani”, prosegue Cavaleri, “si può quindi affermare che un evento come Katrina era ‘prevedibile’, sempre per le citate periodicità delle correnti oceaniche, un po’ come, in un’altra scala, si può prevedere a gennaio quando avremo un temporale d’estate. Per la stessa ragione si prevede che anche quest’anno sarà un anno intenso: le condizioni climatiche riscontrate finora nell’atmosfera e nell’oceano confermano questa tendenza. Il fatto poi che l’anno scorso si sia raggiunto un numero record di uragani nel Nord Atlantico, ‘sfondando’ coi nomi l’alfabeto occidentale e dovendo accedere a quello greco, deriva dalle capacità osservazionali, grazie ai satelliti e all’organizzazione meteorologica, ben superiori a quelle di 100,70 o 30 anni fa”.

Attenzio, quindi, per gli anni che verranno. “un aumento delle temperature - conclude il direttore dell’Ismar-Cnr - porterà inevitabilmente, a lungo termine, a una maggiore facilità nella formazione di uragani (nel file allegato è possibile leggere la classificazione in base ai danni materiali,N.d.R.) e a un’estensione della zona tropicale in cui essi si sviluppano. Tale tendenza, tuttavia, è marginale rispetto alle variazioni stagionali e cicliche delle temperature e correnti oceaniche e, dunque, l’intensità e il numero di eventi dell’anno scorso hanno ben poco a che vedere con questa tendenza a lungo termine”.


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