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Umberto Mormile, un omicidio con il nullaosta dei servizi segreti

Senza ragioni apparenti, trentuno anni fa, l’11 aprile 1990, due uomini gli spararono mentre si stava recando al lavoro in macchina.

di francoplat - mercoledì 14 aprile 2021 - 1339 letture

Era un educatore carcerario, Umberto Mormile. Aveva iniziato a lavorare in quel ruolo, nel 1978, uno dei primi professionisti di quella riforma carceraria che cercava di reintegrare i pregiudicati attraverso un percorso di recupero sin dall’interno dei penitenziari. Qualche anno, dopo, nel 1987, per ragioni professionali e personali si traferì da Parma al carcere di Opera, a Milano, dove si qualificò come una delle figure più competenti e carismatiche. Senza ragioni apparenti, trentuno anni fa, l’11 aprile 1990, due uomini gli spararono mentre si stava recando al lavoro in macchina. Qualche mese dopo, nell’ottobre dello stesso anno, l’omicidio fu rivendicato, per la prima volta in Italia, da un’organizzazione destinata a tornare altre volte alla ribalta della cronaca nostrana, la Falange armata carceraria.

Proprio domenica 11 aprile, pochi giorni fa, un intenso dibattito in diretta web sulla piattaforma del Movimento delle Agende Rosse, 19luglio1992.com, ha consentito di illuminare meglio la vicenda Mormile sulla quale, in tre decenni, si sono depositati fango e omissioni, depistaggi e ignobili deformazioni della realtà. Per quell’omicidio, la giustizia milanese ha condannato quali mandanti i fratelli Domenico e Antonio Papalia e Franco Coco Trovato, boss della ‘ndrangheta solidamente impiantati in Lombardia, e quali esecutori materiali Antonio Schettini e Antonino Cuzzola, legati ai Papalia e ad altre famiglie criminali calabresi. Ma quella stessa giustizia ha condannato pure Umberto, accusato di corruzione, di aver cioè consentito a Domenico Papalia di godere di benefici carcerari, salvo poi, in un secondo tempo, defilarsi dall’accordo implicito con il capo ‘ndranghetista.

Contro questa deformazione della verità si è mosso il dibattito di domenica scorsa. Aperto da Angela Romano, coordinatrice del gruppo Agende Rosse “Umberto Mormile” di Perugia e Trasimeno, ha visto alternarsi Marco Bertelli, moderatore e membro del Direttivo delle Agende Rosse, Stefano Mormile, fratello di Umberto, e Fabio Repici, avvocato difensore della famiglia Mormile e di altre famiglie vittime di mafia, da Borsellino a Manca. Non è questa la sede per riproporre i molti contenuti dell’incontro, che si invita a guardare, per la sua rilevanza e l’apertura a scenari che vanno ben al di là della singola, per quanto importante, vicenda di Umberto Mormile. Sì, perché l’omicidio di questo giovane educatore carcerario – aveva 37 anni quando fu ucciso – è maturato dentro una cornice piuttosto diversa da quella in cui l’hanno collocato le risultanze del discutibile iter processuale milanese. È quanto emerge con chiarezza dalle circa due ore di incontro, nel corso del quale, con rigore metodologico e argomentazioni robuste, le Agende Rosse e gli ospiti disegnano una vicenda dai contorni frastagliati. Lo fanno a partire da alcune registrazioni audio. Quella della requisitoria del pubblico ministero Giuseppe Lombardo al processo “ndrangheta stragista” (autunno 2019) e le deposizioni di Vittorio Foschini, collaboratore di giustizia, e di Antonino Cuzzola, anch’egli collaboratore di giustizia e killer di Mormile, entrambe rese nell’estate 2020 al processo d’appello sulla trattativa Stato-mafia.

È Marco Bertelli, moderatore del dibattito, a sottolineare come sia proprio dall’incrocio dei riscontri emersi da questi processi, oltre che dal lavoro svolto dalla DDA milanese e dalle integrazioni fornite da Stefano Mormile e dall’avvocato Repici, che si possa parlare oggi di nuove verità sul caso in questione. Quali verità? In sintesi, l’omicidio Mormile va inquadrato, da un lato, nel contesto più ampio dell’affermazione delle cosche malavitose nel Nord Italia, grazie anche a un velenoso sodalizio con comparti dei servizi segreti deviati e della massoneria deviata. Dall’altro, la scomparsa dell’educatore carcerario si inserisce nella cornice dei sommovimenti politici internazionali dettati dalla caduta del regime comunista e dei riflessi interni al nostro Paese, anche questi ultimi riguardanti membri deviati dei nostri servizi segreti. È il pm Giuseppe Lombardo a tratteggiare i contorni di quest’ultima cornice. Lo fa a partire dalla rivendicazione della sedicente Falange armata circa l’omicidio di Mormile; sigla, va ricordato, che si assunse la responsabilità di una lunga serie di fatti di sangue negli anni Novanta, dall’omicidio in questione alla Uno bianca sino alle stragi del ’92 e ‘93. Come avrebbero potuto i fratelli Papalia, certo potenti capi della ‘ndrangheta ma scarsamente alfabetizzati, a utilizzare una sigla di questo tipo? Altre menti, più raffinate, avrebbero, secondo Lombardo, suggerito quella sigla. Menti legate a un reparto particolare del Sismi, il reparto Ossi (Operatori Speciali Servizio Italiano), che avevano operato per anni agli ordini di Gelli e che si muovevano nella rete Stay Behind, l’organizzazione militare segreta legata al Patto Atlantico. Una rete il cui compito, prima e dopo la caduta del muro di Berlino, era quello di destabilizzare il Paese, creando panico fra la gente, per giustificare il loro operato, ribadisce Lombardo, soprattutto dopo che il crollo dell’Urss aveva dettato un nuovo scenario politico.

Sulla validità e la legittimità della tesi del pm si può opinare, ma non può essere rigettata placidamente, visto che, fra le altre cose, la rivendicazione dell’omicidio Mormile da parte della Falange armata seguì di due giorni la rivelazione di Giulio Andreotti, il 25 ottobre 1990, alla Camera dei Deputati dell’esistenza di Gladio, affiliata alla rete Stay Behind. E non si può rigettare per l’insieme complessivo degli accadimenti italiani di quegli anni o, se si preferisce, per una larga parte della nostra storia repubblicana, in cui le stragi e le motivazioni profonde alla loro base hanno visto saldarsi segmenti criminali ed eversivi in maniera aggrovigliata e complessa, ma non più così nascosta. Se non agli occhi di chi non vuole vedere o non vuole che tali sodalizi si vedano. Al di là di tale ipotesi, su cui occorrerà un lavoro ulteriore di indagine, storiografico oltre che giudiziario, resta il fatto che Umberto Mormile si trovò nel luogo sbagliato, anzi, nei luoghi sbagliati: Milano e il suo penitenziario di Opera. La città lombarda perché, suggerisce l’avvocato Repici, si trovava (si trova) al centro di quel sistema criminale integrato che vedeva le mafie, la ‘ndrangheta in particolare, particolarmente attive e in grado di intessere stretti rapporti collusivi con ampie frange della società civile, occulta e meno occulta. Rapporti che hanno, a detta dell’avvocato, caratterizzato attività di indagine e processuali lacunose e incerte, così come testimonia il caso Mormile, al quale Repici affianca, per inerzia giudiziaria, la vicenda di Bruno Caccia.

Milano, la città dell’autoparco di via Salomone, crocevia di traffici illegali e sede del cosiddetto “Consorzio”, una consorteria criminale entro la quale trovavano posto esponenti della ‘ndrangheta, di Cosa nostra, della camorra, della mafia pugliese e in cui, secondo alcuni riscontri giudiziari, non mancavano presenze occulte e coperture istituzionali e giudiziarie. A dimostrazione del lassismo evocato dall’avvocato Repici a proposito di alcune inchieste milanesi, lassismo colpevole si intende, le attività dell’autoparco trovarono una battuta d’arresto nell’inchiesta svolta dalla Procura della Repubblica di Firenze, che portò all’arresto di 18 persone e all’emergere del ruolo nell’autoparco di figure di rilievo quali Rosario Cattafi, da più parti dipinto come prezioso intermediario tra il mondo della criminalità organizzata e quello dei servizi segreti. Sede operativa di traffici e delitti in tutta Italia, l’autoparco è legato alla vicenda di Mormile perché, fra gli esponenti di spicco della ‘ndrangheta calabrese interni al Consorzio, vi era proprio Domenico Papalia.

L’educatore carcerario, dunque, si trovava in una città complessa. Ma in quella città lavorava al penitenziario di Opera, come si è detto. E il carcere, questa è una nuova acquisizione giudiziaria, era luogo di frequentazione illecita da parte di membri dei servizi segreti deviati. Da tale frequentazione Domenico Papalia, i cui rapporti con esponenti dei comparti deviati del Sisde sono ormai stati accertati, aveva tratto benefici enormi per un ergastolano, soprattutto al carcere di Parma dove si era incrociato per la prima volta con Mormile. Ritrovatisi a Opera, Mormile avrebbe commesso il torto di rifiutare di redigere relazioni compiacenti a favore di Domenico Papalia e, soprattutto, di affermare a un altro detenuto che era a conoscenza dell’origine di quei benefici. Per questo, Papalia avrebbe chiesto al fratello Antonio di organizzare l’omicidio dell’educatore carcerario. Un ordine suggerito forse dagli stessi appartenenti al Sisde, che elaborarono, poi, la rivendicazione a nome della Falange armata. Troppo fuori controllo Umberto Mormile per restare in vita. Questa è l’altra acquisizione, i cui tratti sono chiaramente definiti nelle testimonianze audio mandate in onda di Foschini e di Cuzzola.

Non è questo, però, o non è solo questo l’aspetto inquietante della vicenda. L’avvocato Repici osserva che la questione Papalia, i suoi rapporti in carcere con uomini di Stato, è solo un aspetto di un fenomeno molto più ampio, scandaloso, per usare le sue parole. Si tratta della larghezza delle maglie carcerarie per alcuni detenuti sottoposti al 41bis, il carcere duro per gli esponenti mafiosi. Domenico Papalia, nelle parole di Repici, ha intrattenuto rapporti epistolari con altri importanti esponenti mafiosi ristretti al 41bis, ad esempio Giuseppe Gullotti, boss di Barcellona Pozzo di Gotto. Ma ha anche intrattenuto colloqui in carcere con altri membri della criminalità organizzata. Questo modus vivendi carcerario, per l’avvocato, è testimonianza di rapporti estesi, larghi e complessi tra malavitosi, membri dei servizi segreti deviati, magistrati, amministratori dei penitenziari, avvocati. Affonda il colpo Repici, osservando come “una parte della storia di questo Paese, la parte naturalmente più occulta e indicibile, ha avuto quale propria base le carceri. Molti dei fatti che sono accaduti in questo Paese hanno dei presupposti che sono stati discussi e decisi anche all’interno delle carceri”.

Dunque, Umberto Mormile si trovò al centro di una complessa rete illecita, i cui tratti stanno lentamente affiorando, nonostante ancora molte siano le resistenze istituzionali. È Stefano Mormile, nel suo appassionato intervento, a sottolineare come questo e non altro vogliano dire gli attacchi reiterati al lavoro di Nicola Gratteri; sottolineatura sostenuta, poi, dall’avvocato Repici. Il quale ultimo, a proposito di magistrati attaccati dal fuoco nemico e amico, ne approfitta per affermare come la retorica sulla strage di Capaci, il prossimo maggio, fiorirà tra le labbra di coloro i quali stanno cercando di scardinare gli strumenti creati da Falcone contro le mafie, a partire dall’ergastolo ostativo. Sempre Stefano Mormile rivendica, poi, le responsabilità e le omissioni di una larga parte dell’informazione e dei media relativamente all’omicidio del fratello. Così come, in una requisitoria calda e insieme garbata, si domanda perché in una democrazia debbano esistere dei servizi segreti, delle figure fuori da ogni controllo istituzionale, in grado di determinare il destino individuale e collettivo degli abitanti di questo Paese.

Non è una domanda banale, quella di Stefano. È una domanda pericolosa. Per questo, vale la pena vedere, seppur in differita, il dibattito della scorsa domenica. Perché è così dolorosamente impegnato nella ricerca di una verità che deve restare nascosta: gli occhi di Umberto Mormile, anche solo per un attimo, si sono posati su uno scenario fetido, l’abbraccio sinistro tra un criminale e altri criminali vestiti da buoni. L’elenco di altri occhi simili a quelli di Umberto sarebbe lungo. Ma, unendo i punti da uno a dieci, tirando una riga continua nella nostra storia repubblicana che passi dal fallito golpe Borghese alla strage della stazione di Bologna o dai fatti della Uno bianca alle stragi di Capaci e via D’Amelio, si potrebbe veder comparire un racconto unitario e coerente, con gli stessi personaggi e gli stessi ambienti, con le stesse consorterie impegnate nella strozzatura criminale e reazionaria di ogni qualsivoglia forma di democrazia reale o di giustizia. Consorterie che stanno, con larghe complicità, soffocando i diritti dei più deboli per difendere i più potenti. Come afferma Repici, alle cui spalle, non a caso, campeggia il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo.


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