Ulteriori riflessioni sul Partito Democratico

Tutto risolto con la nascita del Partito Democratico? Non proprio... Il Prof. Pasini e il Dr. Fanfoni del Centro di Formazione Politica (diretto da Massimo Cacciari) ci forniscono le loro valutazioni
di Emanuele G. - giovedì 1 novembre 2007 - 4181 letture

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Pensare

L’avevamo detto (e lo ridiremo?)

L’avevamo detto…che il 10 aprile 2006 Prodi le elezioni non le aveva vinte e che forse era il caso di guardare agli interessi del Paese più che ai propri. Eh sì, l’avevamo detto, basta rileggersi tutte le nostre precedenti Neswletter per aver la prova che effettivamente l’osservazione obiettiva, sia pur partecipante, della realtà rende più lucida l’analisi. Eh, sì, se ci ascoltassero di più. Il punto è che ci ascoltano in pochi, forse troppo pochi per poter pretendere di incidere sui processi decisionali. Quei pochi, sappiano però che il CFP ha in Max Weber la sua bussola, e anche quando la nave (il sistema politico italiano) affonda, “(…) non importa, andiamo avanti”, nella consapevolezza che “non si realizzerà ciò che è possibile se nel mondo non si aspirasse sempre all’impossibile”! Ad ogni modo, il capitale di fiducia degli italiani rispetto al centro sinistra e in gran parte rispetto alla politica in quanto strumento capace di risolvere problemi collettivi e individuali è quasi dilapidato. Prodi, ingenuamente (?), si pensava veramente a capo di un governo forte, fregandosene sia della fisionomia complessa della coalizione sia della risicatissima maggioranza al Senato? Coloro, tra gli altri anche noi, che sostenevano che questo governo non ha un’anima…e che è senza direzione di marcia, potevano essere smentiti solo coi fatti. Purtroppo i non fatti hanno dato loro ragione. Ora, molti si chiedono: quanto ancora durerà Prodi? Che cosa farà Berlusconi e, con lui, la CDL? E proprio un anno fa, ci siamo permessi di sostenere: “(…) Nel frattempo, speriamo si arrivi a una riforma elettorale in grado di preservare il bipolarismo. Col taglio delle ali, in entrambi gli schieramenti. A quel punto, la battaglia potrebbe essere fra due autentici riformismi, non troppo dissimili tra di loro. Certo, sempre che - dopo l’approvazione della Finanziaria (quale?) - non spunti un governo tecnico in grado di fare quello che l’attuale maggioranza, per ovvie ragioni, non riesce: le riforme necessarie per il bene dell’Italia. Ma questa è un’altra storia”. Se ci ascoltassero di più! Sul fronte del centrosinistra, ci si chiede: e ora, quale Partito Democratico? Anche qui, l’avevamo detto, ma poiché sabato prossimo a Milano è convocata l’Assemblea Costituente Nazionale, vorremmo riprendere alcuni punti chiari già ribaditi a suo tempo: “Che nasca dopo un mescolamento di culture, ma che non sia quelle tante Cose riformate. Che nasca da idee forti, da politiche anche impopolari: un vero partito non nasce sul velluto e neanche dall’assemblaggio di culture stantie. Si abbia il coraggio di guardare avanti, ma soprattutto si eviti di mettere la polvere sotto il tappeto. Un partito che sappia pensare in autonomia, senza quelle alleanze innaturali che fanno del centrosinistra un’armata brancaleone. Solo così potrà poi parlare alla maggioranza degli italiani. Anche a quelli che oggi non ne vogliono proprio sapere di stare col centrosinistra, preferendogli ancora una volta, nonostante tutto, il ritorno di Berlusconi. La strada è segnata, anche perché il riformismo presuppone visione e allo stesso tempo capacità di stare sui problemi, giorno per giorno. In buona sostanza, pragmatismo” e decisionismo. Speriamo non ci prendano per velleitari o visionari…

Nicola Pasini

Troppo tardi

Che strano spettacolo, quest’ultima politica. Il paese sembra caduto ostaggio di una classe politica miope e partigiana, ovvero incapace di avere una visione concreta del futuro e al tempo stesso mossa da soli interessi tattici e di parte. E’ davvero impressionante vedere che altrove si governa, eccome (basti pensare alla Francia di Sarkozy). Mentre l’Italia – in ritardo su tutto – è prigioniera di una politica che non solo divora se stessa, ma cannibalizza il tempo e le energie del Paese. Con l’approssimarsi della fine della crisi - ovvero del formalizzarsi di uno stato di crisi permanente in cui versa l’esecutivo sia dentro il Cdm che al Senato – il pressing delle cariche di garanzia si farà più forte. La moral suasion a vocazione stabilizzante cercherà di evitare le urne anticipate per far transitare il pasticciaccio della XV Legislatura attraverso un governo-tecnico-per-leriforme. Tuttavia, il deterioramento del quadro politico è tale che le forze politiche vedono nelle elezioni più una boccata d’ossigeno che un rischio. Il ruolo del Quirinale sarà cruciale. Napolitano ha fatto sapere da tempo di essere contrario a votare con l’attuale legge elettorale. Cosa accadrà allora? Napolitano perlustrerà rabdomanticamente ogni sembianza di maggioranza in Parlamento per avere una maggioranza-per-le-riforme? Pur mosso da un nobile movente, questo tentativo avrebbe un duplice rischio: da una parte, mettere il Quirinale contro la volontà popolare di sanzionare con il voto lo spettacolo di due anni di questa maggioranza e questa opposizione; dall’altra, in caso di riuscita, di dar vita ad un governo tecnico senza garanzia di successo che si protragga nel tempo senza riuscire a varare le riforme o a vararne di soddisfacenti. E se così fosse, il Paese scivolerebbe sull’orlo del baratro. Sulla carta, l’unica maggioranza in grado di garantire la modifica della legge elettorale senza sorprese e in tempi certi e con una ragionevole convergenza di interessi sarebbe quella tra l’Ulivo-Pd e Forza Italia. Ma le due forze maggioritarie dell’arco costituzionale sembrano più lontane che mai in questo momento. E’ decisamente troppo tardi per questo tipo di accordi, il tempo è scaduto. Perché la grave irresponsabilità commessa all’inizio di questa legislatura e all’origine di questo governo, è irreparabile. L’aver interpretato il risultato delle urne come un trionfo e non come un pareggio ma, soprattutto, non aver capito di avere avuto l’occasione storica per chiudere la transizione barricadiera degli anni novanta, per dare al bipolarismo un volto maturo, per costruire una vera seconda Repubblica su una manciata di riforme condivise, questo è stato il peccato più grave che il centrosinistra e - ahinoi, il Paese - devono scontare ora e che il Pd di Veltroni riceve come amara eredità.

Alessandro Fanfoni

Centro di Formazione Politica


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Ulteriori riflessioni sul Partito Democratico
2 dicembre 2007, di : Enzo Gueli

Dopo la fusione a freddo avvenuta tra Ds e Margherita, in molti si chiedono quale sarà la linea adottata dal neonato soggetto politico; e a tal riguardo le vicende degli ultimi giorni, con Veltroni che si dice soddisfatto del faccia a faccia con il collega Berlusconi, sono tragicamente preoccupanti. Il leader del più grande partito di centro-sinistra, paladino della legalità e moralmente incorruttibile, dimentico dei poco trasparenti trascorsi, e delle amicizie tutt’altro che edificanti del suo abietto interlocutore (Dell’Utri, Previti, Sindona, Bontate, per citarne alcune),si dice pronto ad aprire una "nuova fase del bipolarismo all’insegna del confronto ma anche del rispetto della controparte politica". Rispetto!? Sì una sorta di fairplay, come succede nelle partite di calcio, lo stesso atteggiamento che è impossibile mostrare verso i lavavetri ed i rom (quelli sì che sono percolosi), va invece benissimo per il turpe, ma ahinoi potentissimo Silvio.

E allora riecco il tam-tam mediatico, le conferenze stampa le luci ed i microfoni, quelli che mancano a chi con il salario dovrebbe arrivare alla fine del mese e non ci arriva,a chi è condannato al precariato, a chi viene deportato nei Cpt-lager, insomma a tutti coloro che da questa politica e da questo governo si aspettavano non la soluzione dei problemi, ma quantomeno il riconoscimento dell’esistenza dei problemi stessi,e che invece hanno dovuto fare i conti con un governo incolore, insapore, inodore e per di più sordo alle richieste dei propri elettori.

Ultra-liberismo, sicurezza, guerre, privatizzazioni, populismo, difesa della classe industriale, sono solo alcuni dei punti di convergenza tra il Pd ed il Pdl; dunque che ne è di quella sinistra che rigetta l’ineluttabilità del capitalismo,che la sicurezza la vuole sul lavoro, che lotta per la pace, che difende i diritti di tutti investendo nel pubblico, che vuole una maggiore equità sociale?

Compagne e compagni, non uno spazio ma una voragine si è aperta a sinistra, a noi sta il compito di colmarla, a noi il compito di andare incontro a tutti coloro che da troppo tempo chiedono e non ricevono risposta.