Sei all'interno di >> :.: Primo Piano | Guerre Globali |

Ucraina: una guerra tra i banchi di scuola

«Professore, mio padre dovrà partire per la guerra»?
 Qualche settimana fa, a inizio conflitto russo-ucraino, così domandava sinceramente preoccupato al docente un liceale del secondo anno.

di francoplat - mercoledì 13 aprile 2022 - 3639 letture

Negli ultimi venticinque anni, non erano mai giunte domande del genere e non perché fossero mancati conflitti nel mondo, perché di conflitti è stato ed è ricco il pianeta. Ma nessuna guerra era arrivata all’intendimento di un giovane studente come questa, con lo stesso fragoroso effetto detonante. Un quattordicenne, ignaro di patti atlantici e di baie dei porci, all’oscuro di Corea e Vietnam, di Berlino e dei suoi muri, di tiranni e despoti orientali da eliminare, di regioni attraversate da militari d’ogni sorta e specie, un quattordicenne cresciuto nell’Occidente democratico e libero, scosso dalla pandemia degli ultimi due anni, ha sentito per la prima volta in modo chiaro, forte e a lui prossimo la parola guerra.

I suoi insegnanti, posta a sessant’anni la loro età, alcuni di quegli avvenimenti li hanno sentiti o vissuti con altra consapevolezza, ma anche loro non ricordano l’urgenza con la quale il conflitto russo-ucraino o, se si preferisce, l’invasione russa dell’Ucraina è raccontata dai mezzi di informazione. Anche loro assistono, più o meno attoniti, alla narrazione del dramma in atto, più o meno allarmati, strappati alla quiete democratica della loro quotidianità dalle voci di sottofondo sul potenziale allargamento nucleare del conflitto. Anche loro apprendono dell’inedita volontà tedesca di riarmarsi, della sospensione dei congedi dei militari italiani e dei polacchi che mordono il freno desiderosi di farla finita, una volta per tutte, con il bellicoso nemico ex-sovietico.

Dopo il martellante e voluminoso episodio pandemico – si intende la sua rappresentazione mediatica – l’immaginario collettivo europeo si è arricchito di una nuova storia, la cui sintassi generale è netta e incontrovertibile. Uno Stato dalla perenne vocazione imperiale, guidato da un despota folle e, per questo, assimilabile a Hitler, sta cercando di stritolare la libera democrazia di una nazione giovane e desiderosa di emanciparsi da antiche e oppressive catene. Sul palco è in atto un confronto impari e osceno, i ruoli non chiedono delucidazioni, la trama è palmare, la capirebbe anche un bambino, anche quel giovane studente spaventato dall’idea di vedere il padre armarsi per difendere i valori occidentali.

I suoi insegnanti, ammesso quel giovane discente segua le notizie dal fronte, non hanno un lavoro difficile, non devono decrittare l’evidenza dei fatti. Talk-show e telegiornali, dibattiti con opinionisti e maratone televisive varie e diversificate, pur ospitando qualche voce fuori dal coro – Alessandro Orsini, Carlo Rovelli, Diego Fusaro, Michele Santoro e altri -, stanno scolpendo un racconto che non si presta a fraintendimenti. Lo stanno facendo con uno stile narrativo tipico dell’informazione d’assalto: ridondante, accelerato, emotivamente connotato, ipertrofico di dettagli, incardinato sulle biografie minute e quotidiane, informali, quelle della gente comune, colta nella disperazione in cui ogni maledetta guerra getta la gente comune, ossia chi non decide della propria sorte o la decide solo in minima parte. Protesi con avidità informativa e narrativa sullo scenario bellico, i media insistono, soprattutto, sulla fine delle illusioni che una guerra, ogni maledetta guerra, genera nella sua frangia più debole e indifesa, cioè i bambini. Il collante emotivo di questo conflitto è cucito con un filo saldo attorno ai volti, alle mani, alle espressioni dei bimbi, ai quali, per una crescita di sensibilità animalista, si associano cani e gatti in fuga, con i loro amici umani, dalle città su cui piovono bombe e non bombi.

Lo studente di cui sopra, seduto con le mani sulle gambe davanti alla TV, non può che derivare un’unica considerazione dal racconto del conflitto: esistono persone malvagie, pronte a far guerra per le loro ambizioni personali, perché sono matte, magari, o avide o, appunto, intrinsecamente cattive. Il corollario di questo pensiero è il seguente: spetta ai buoni mettere le cose a posto, difendere i deboli, prendere le parti di chi è offeso dalla malvagità dei tempi e degli uomini. Fa bene il nostro studente a elaborare quel pensiero, perché un vero sistema di valori democratico e libertario gli darà modo di non chiudere gli occhi, in futuro, davanti alle ingiustizie, armerà, si spera pacificamente o almeno sino a che potrà, la sua mano per sostenere quella di chi è in difficoltà. Il prodotto finale di questo racconto è, in sé, positivo. Inghiottito dagli alambicchi televisivi, il nostro giovane studente sarà rigurgitato, più avanti, come un cittadino più sensibile e vigile, pronto a schierarsi dalla parte giusta, quella che, per anni, avrà introiettato come la parte giusta.

Vero è che a quel giovane studente mancano lo spazio e il tempo per valutare con pienezza gli avvenimenti. Gli manca lo spazio, perché quella guerra esonda da uno schermo piccolo in rapporto al mondo che pretende di contenere e di spiegare; gli manca il tempo, perché non ha il vantaggio di chi, succedendogli, avrà a disposizione per interpretare quella stessa vicenda mezzi più ampi, maggiori e più intime testimonianze, una lucidità disincrostata dal fuoco vivo del presente, sempre così carico di incognite e di errori, di scelte prive della conoscenza del futuro. Ad esempio, se prendessimo oggi un giovane soldato morto tra il filo spinato di una delle undici battaglie dell’Isonzo o dello scontro sulla Somme francese nel corso della Grande guerra e gli dicessimo di spiegarci perché è morto, probabilmente, se avesse avuto al tempo una qualche appartenenza politico-ideologica, ci direbbe che è morto per difendere la civiltà dalla barbarie. Se noi dicessimo al nostro soldato che, oggi, non sapremmo dove collocare la civiltà e la barbarie, che, a distanza di un secolo, quei poli magnetici, così suggestivi per milioni di individui tanto da indurli a partire spesso volontari per morire, ci lasciano emotivamente distaccati, si stupirebbe. Si stupirebbe per la spiegazione di una guerra i cui colori appaiono, oggi, meno chiari e netti e meno connotati in senso ideologico rispetto a quelli che lo avevano, a suo tempo, spinto tra trincee e filo spinato. Perché e per cosa sarebbe morto, dunque?

Al nostro giovane studente, i suoi insegnanti spiegheranno la storia di quel lontano conflitto mondiale con tutta la calma del mondo. Gli suggeriranno, per una comprensione critica di quella provvisoria apocalisse europea, che l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando fu solo l’ultimo atto di una serie di tensioni ben più remote nel tempo. In tal modo, ci si accorge che, spiegando le guerre di un tempo per meglio intendere il presente, il nostro studente uscirà confuso, più di quanto non lo fosse all’inizio, con quella domanda magari ingenua, ma importante. Questa confusione andrà coltivata come un bene, perché è uno dei pochi antidoti contro ciò che è altrettanto feroce intorno a un conflitto, ossia il suo racconto. Quel racconto in cui tutto fila liscio, in cui le linee di demarcazione sono chiare, in cui gli attori non commettono errori, se non quello di perdere la guerra. Quella confusione inibirà in quello studente, o cercherà di farlo, la tendenza funesta a innalzare sé stesso per abbassare l’altro, ammantandosi del possesso di una verità che qualche storico più tardo metterà in discussione. Ciò che è funesto in quel racconto è la disumanizzazione dell’altro: è il barbaro, l’animale feroce, privo di quei tratti umani che caratterizzano il nostro studente e gli altri membri della società in cui vive e che elabora la cronaca e il significato dei fatti.

E si arriva al cuore della questione. Non bastano più la storia e la cronaca per parlare con quel ragazzo. Ci vorrebbero la filosofia, la letteratura, l’antropologia e la psicologia e altro ancora; ognuna al servizio della domanda di fondo, ognuna ancella del dubbio che scaturisce ogni volta che l’uomo ferisce l’uomo, in qualsiasi luogo, in qualsiasi tempo e in qualsiasi modo: l’umanità è un contenitore vuoto di sostanza o è il patrimonio di una parte dei gruppi di sapiens che vivono sul pianeta? Ancora: esiste un’umanità più umanità di un’altra?

Nessuno, a ogni modo, dovrebbe rubare a quello studente la speranza che la luce della fiaccola della libertà svettante sulla Liberty Island possa adeguatamente essere proiettata sul mondo intero e che l’uomo possa, un giorno, acconciarsi sulla Terra tendendo pacificamente la mano al vicino di casa. In attesa che quella speranza diventi cifra degli esseri umani, è bene accogliere la sua domanda, raffreddandone l’urgenza emotiva, spiegandogli che nessun Paese ha interesse ad allargare il conflitto, che il terrore di una guerra nucleare farà sì che suo padre resti a casa, anche se a qualcuno prudono le mani, se tra i buoni e i cattivi ci sono quelli a cui le guerre convengono, come, ad esempio, i produttori di armi o i mercenari o gli speculatori, quelli a cui i bambini e i gatti morti danno l’occasione di incrementare gli utili.

In ultima analisi, i docenti dovranno spiegare a quello studente che vivere la complessità significa, tra le altre cose, operare a volte una scelta di campo, sapendo che la scelta è un atto politico e, come tale, parziale e problematico, miope e grumoso, lontano dal cristallino resoconto con il quale i cronachisti e i poteri glassano, da sempre, la complessità torbida del presente, per opportunismo, convenienza, paura, ignoranza, protervia, calcolo, sbrigatività, ambizione, ristrettezza culturale e di prospettiva futura.

La scuola delle risposte facili assomiglia tanto a una parte di quel mondo che ama raccontarsi con una certa semplicità. Consegnare a quello studente qualcosa di più di un dubbio intelligente e di un metodo interrogativo assolverebbe alle esigenze di chi ha qualcosa da temere dal dubbio intelligente e dalle risposte dense d’ombra. Con ciò, ben inteso e per rassicurare i maligni sostenitori della russofilia dei nostri docenti, questi ultimi non diranno allo studente che Putin è un benefattore dell’umanità e che la Russia è lo Stato in cui diritti e libertà cuciono tra loro gli abitanti di quell’immenso Paese. Non lo faranno per rispetto della realtà storica che scorgono e perché a quel ragazzo non vogliono consegnare risposte, ma mezzi per conseguirle.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -