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Tutti a casa, appassionatamente

Far rimanere a casa chi è contaminato dal virus. Una ennesima privatizzazione della malattia.
di Sergej - mercoledì 18 marzo 2020 - 370 letture

Far rimanere a casa chi è contaminato dal virus. Una ennesima privatizzazione della malattia. Dato che il sistema pubblico non riesce a riprodurre i mezzi tradizionali di contenimento - in altri periodi avrebbe costruito lager o gulag e messo tutti i contaminati nei lazareti - ora ricaccia tutti nel privato.

Già oggi il conto delle vittime è fatto solo su quelli morti nelle strutture “pubbliche” e non tiene conto di coloro che muoiono nelle case.

Le case d’abitazione sono nel frattempo diventate sempre di più (non per tutti, ma per una fetta maggiore della popolazione rispetto agli anni 1950y) comode, “borghesi”, capaci di accogliere famiglie (più ristrette rispetto a quelle dei 1950y, nuclearizzate) non solo case-dormitorio ma spazi distinti tra parte notturna, parte diurna di soggiorno e servizi. Per questo è possibile pensare al profitto privato di coltivare lo smart-working o il telelavoro: ovvero anche qui, aumentare i profitti grazie ai risparmi ottenuti sulle strutture e infrastrutture, demandate ai lavoratori - per i quali tra l’altro si sta pensando a un cambio anche delle remunerazione, non più lo stipendio basato sui tempi di lavoro, ma lo stipendio basato sui “risultati”: in altre parole il ritorno del cottimo e del lavoro casalingo della tessitura da casa - che è stato una costante puntiforme, apparsa e riapparsa più volte nella storia del lavoro (si pensi all’inizio della “rivoluzione economica” oppure al circuito degli artigiani dei divani in Emilia e Marche; o alla tessitura in certe zone del Sud italico). Su questo fronte il sindacato è del tutto impreparato, così come lo è stato con l’espansione delle “partite IVA” del precariato.

Se la divisione del lavoro impone la divisione dello spazio, dedicare spazi diversificati per il privato e per la dimora, per lo svago, per l’amministrazione (sia esso sotto forma di castello che sotto forma di Ufficio comunale), e per il lavoro era alla base del razionalismo che si è adattato accanto alla “rivoluzione industriale”. Si dividevano gli spazi così come la prigione aveva spazi distinti, per esigenze di migliore fruizione e nello stesso tempo per aumentare il controllo e soprattutto la delimitazione della rivolta. Nello stesso tempo le forze di autodifesa individuavano i nodi, i punti deboli di questo spazio, da poter occupare o far saltare in caso di rivolta: si pensi al ruolo delle stazioni ferroviarie, delle centrali elettriche o delle antenne di trasmissione tv. Con la “rivoluzione informatica” la casa è stata ipotizzata come oggetto della domotica. Ma finora è stato il massimo consentito alla “rivoluzione”. Con la pandemia la rivoluzione informatica ha la possibilità di essere dispiegata in tutta la sua estensione (attualmente) possibile.

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“Tutto in uno” è stato il mantra espansivo della digitalizzazione industriale. L’applicazione digitale nella sua fase zero prevede l’iperspecializzazione: una app serve per fare in maniera digitale qualcosa che magari esisteva anche come strumento analogico, ma in maniera per così dire autistica: una app una cosa. Nella fase commerciale, l’app diventa parte di un insieme. Lo strumento commerciale (che sia un telefono, un’auto o un televisore) diventa il supporto di più app, per cui lo strumento si dilata, rompe le divisioni e diventa onnipotente. Il telefonino può fare foto, può aprire una porta, può pagare alla cassa. Gli spazi del razionalismo industrialista vengono rotti. E così anche i ruoli. Un lavoratore digitale non è un lavoratore tale solo sul luogo di lavoro; diventa lavoratore anche “da casa”. La dilatazione, la rottura delle paratie, la debordazione tipo blob inghiotte spazi, ruoli, identità.

Cadono gli steccati, le carte si mischiano, le protezioni vengono abbattute, il purgatorio viene abolito per decreto papale.

La pandemia viene utilizzata per una accelerazione e per dare una direzione diversa alla ristrutturazione in atto. Chi imbroccherà la ristrutturazione più adatta alle sfide (sociali e militari oltre che economiche) del prossimo decennio avrà una marcia in più rispetto a chi starà fermo o sbaglierà le scelte. Nel frattempo è prevista una ondata di nuove nascite, come sempre accade in casi di guerra e di pandemie - e quando si sta a casa e non si sa che altro fare. Nuova carne per la fede e per il capitale.


"Il digitale ha [...] creato tre fasce di professioni:

1. Inferno: quelle che con il digitale rischiano l’estinzione oppure non portano alla soddisfazione personale ed economica dell’individuo;

2. Purgatorio: quelle che vengono profondamente trasformate e che si trovano in una terra di mezzo;

3. Paradiso: i lavori più ambiti, cioè quelli che, grazie alla tecnologia, oggi sono i più ricercati e, in alcuni casi, i più pagati"

Ferderico Ferrazza, fonte: Wired



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