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Tra l’immunità di gregge e l’imbecillità di gregge

di Gaetano Sgalambro - giovedì 26 marzo 2020 - 552 letture

Oggi tutti ci dicono che non abbiamo alcuno strumento terapeutico per attaccare il Covid-19 e che il suo incubatore è l’uomo, dal quale, potremmo dire “bocca a bocca”, si propaga all’altro e così via. Il bocca a bocca sta a semplificare la modalità di contagio interumano del virus: vola entro le goccioline di Flugge, che si emettono sempre nel parlare, dalla bocca di un uomo alla bocca o al naso di altri con i quali parla. Oppure cadono a terra per finire quando la gocciolina evapora.

Rebus sic stantibus, secondo me, per porre fine all’epidemia si dovrebbero attuare le seguenti misure fondamentali:

1-individuare gli ammalati e ospedalizzarli per raccoglierne l’anamnesi e per l’adeguato trattamento terapeutico;

2-imporre a tutti i cittadini (a chi parla e a chi ascolta) di portare a permanenza (anche intramoenia) mascherine riciclabili, comunque sempre idonee a trattenere i virus (verrebbe così chiusa la via di trasmissione del virus);

3-imporre a tutti i cittadini di disinfettarsi accuratamente le mani quando entrano in un locale pubblico (per evitare l’ipotetico, per ora, contagio indiretto);

4-eseguire tamponi random negli ambienti vissuti dai pazienti manifesti, per poterne individuare quanti più altri possibili per curarli per tempo.

E’ chiaro che alle autorità di quei disgraziati paesi, che si trovano privi di mascherine idonee, non resta altro che emanare il decreto marziale di tagliare la lingua a tutti i cittadini sani e le mani, se carenti anche di disinfettanti. Solo così si potrebbe arrestare in assoluto il contagio.

In Italia è giusto che per arrestarlo si sia respinto il modello dell’immunità di gregge, ma lo si sta sostituendo con quello dell’imbecillità di gregge. La soluzione non sta nel numero di tamponi disponibili, come in tanti credono e fanno credere, e che perciò ne reclamano a gran voce la fornitura al papà-Stato. E dire che siamo il secondo paese manifatturiero –privato- dell’Europa. E in alternativa agli industriali, perché nessuno è andato a Prato o anche a Napoli, a dare ai cinesi e ai napoletani il giusto materiale e le giuste indicazioni per la produzione controllata di tamponi e mascherine?

Invero, in Italia i tamponi sono utilizzati solo per scopi diagnostici: individuare gli ammalati e curarli. Cosa santa, ma finita lì.

Politici, intellettuali e stampa non hanno capito che il buon controllo del contagio ottenuto col modello cinese e sudcoreano non stava nel numero dei tamponi impiegati, ma nel numero delle informazioni che potevano dedurre dall’estesissime indagini epidemiologiche condotte su ogni paziente, che poi trasferivano a un data base relazionale, per una super analisi scientifica. A noi l’anamnesi serve tuttora per rintracciare l’inesistente paziente... Uno. Eppure abbiamo perso l’occasione buona: affidarne la ricerca a “Chi l’ha visto?


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