Tra Etna e caos ordinato: cronache dal Taormina Film Festival
Perché il risultato finale assomiglia più a una fiera di paese, sia detto con tutto il rispetto per le fiere di paese che almeno hanno il pregio di non prendersi troppo sul serio.
Mi aggiro nella piazza con vista sull’Etna, dove è stato montato il red carpet per la sfilata delle star, come un intruso qualsiasi anche se munito di press badge. (chiedo scusa per l’inglesismo, ma se non lo chiamo così sembra quasi che provenga da Marte). Del resto, vista la quantità di persone che mi circonda e sfoggia lo stesso lasciapassare, il suo valore simbolico si dissolve nel giro di pochi metri ed azzera la sua importanza. Ma tant’è.
No, dicevo, mi aggiro circondato da una moltitudine di ragazze e ragazzi. La cosa più bella di queste prime giornate del Taormina Film Festival. Non gli ospiti né le foto ufficiali. Proprio loro, i ragazzi. Ce ne sono centinaia. Arrivano ore prima. Aspettano sotto il sole. Stringono cellulari pronti a immortalare un volto noto, a strappare un selfie, una dichiarazione, una storia da raccontare poi a qualche giornale online o, nella peggiore delle ipotesi, agli amici. Hanno l’entusiasmo che ogni festival dovrebbe custodire come il bene più prezioso.
Poi però... poi però c’è la realtà. Dentro quel recinto che chiamiamo red carpet si muove una folla di artisti, aspiranti artisti, influencer, accompagnatori, addetti ai lavori e personaggi di cui nessuno sembra conoscere con precisione il ruolo. A governare il tutto dovrebbero esserci figure di sicurezza incaricate di indirizzare il flusso. Dovrebbero. Perché il risultato finale assomiglia più a una fiera di paese, sia detto con tutto il rispetto per le fiere di paese che almeno hanno il pregio di non prendersi troppo sul serio.
Anche fuori dal recinto non cambia il quadro: si viene spinti avanti, poi fermati. Invitati a passare, poi bloccati. Indirizzati a destra per scoprire che bisognava andare a sinistra. Il tutto con una serietà professionale che rende la scena quasi surreale. La sensazione è quella di un caos ordinato. O forse, più sinceramente, di un caos che prova disperatamente a sembrare ordinato. E fin qui si potrebbe persino sorridere. Il problema è che la stessa sensazione si ripresenta quando cala il sole e ci si sposta al Teatro Greco.
Lì il fascino del luogo dovrebbe prendere il sopravvento su tutto il resto. E in parte ci riesce. Perché il Teatro Greco resta uno dei luoghi più straordinari del mondo e nessuna cattiva organizzazione riuscirà mai a cambiare questo fatto. Ma nemmeno la bellezza può fare miracoli. Puoi accettare un ritardo se serve a gestire un imprevisto. Puoi accettare una difficoltà logistica quando organizzi un evento complesso. Puoi perfino chiudere un occhio davanti a qualche inevitabile sbavatura.
Quello che diventa più difficile accettare è quando il ritardo e la disorganizzazione smettono di essere l’eccezione e diventano il metodo, quando il pubblico resta seduto sui gradoni di pietra aspettando che qualcosa accada senza sapere bene quando accadrà, quando gli ospiti vengono presentati alla “volemose bene”, qualche domanda, e poi foto e “via andare che entra il prossimo”. E il film com’era? mi chiederete. Quello a fine serata, rispondo? Boh, so solo iniziava troppo tardi, ben oltre la capacità delle mie terga di resistere sedute sulla dura pietra. E infatti non ho resistito ed ho abbandonato gli spalti petrosi. Ammetto però che è stato solo un problema mio, i ragazzi continuando ad applaudire entusiasti qualsiasi cosa si muovesse nel palcoscenico. Beata gioventù.
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