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Totti andrà ai Mondiali

Un infortunio, in Italia, può capitare a chiunque. La differenza, però, la fa sempre il denaro.
di Piero Buscemi - mercoledì 22 febbraio 2006 - 2576 letture

Sa di miracoloso, l’incidente occorso a Totti, domenica pomeriggio all’Olimpico. Calcisticamente parlando, la Roma aveva un appuntamento con la Storia di questo sport: le dieci vittorie consecutive in campionato. La squadre capitolina non ha mancato al rendez-vous, atteso per tutta la settimana dai tifosi giallorossi.

Anche il destino era lì. Con la sua imprevedibilità e il suo accanimento. Un’azione di gioco fortuita. Un contrasto con il difensore avversario. La caviglia che si piega. L’urlo di dolore. La barella in campo. La corsa in ospedale. Il responso medico. L’intervento chirurgico.

Totti al risveglio collegato con mezzo mondo. Sia sportivo che politico. Oggi. Forse, esce con le sue gambe. Pronto alla terapia di recupero e rieducazione dell’arto. Per la sua magica Roma. Per la Nazionale impegnata a giugno ai prossimi Mondiali di calcio in Germania.

E’ questa velocità d’azione, che con le tecniche calcistiche non ha niente da spartire. E’ questa efficienza di una branca del sistema sanitario nazionale, da tempo obbligato a spiegare le inadeguatezze della sua gestione che, sommate alle contraddizioni, hanno coniato il termine di “malasanità”. E’ questa disparità di trattamento che, non cadiamo nell’ipocrisia, ha dato adito a supposizioni intrise di sogghigni beffardi, difficilmente oppugnabili.

La cronaca, poi, non ci aiuta a smentire le dicerie. I casi di morte “evitabili” e sotto l’occhio vigile degli ispettori del Ministero della Sanità. Non ultimo purtroppo, l’uomo deceduto durante il trasporto verso l’ospedale S.Elia di Caltanissetta, dopo che il pronto soccorso lo aveva dimesso con un antidolorifico. La lunga lista di episodi spiacevoli e luttuosi, che hanno riempito le pagine di cronaca di tutta Italia, confermano le ipotesi di un problema che investe tutto il territorio nazionale.

Noi di Girodivite siamo andati a visitare le varie strutture, nelle quali si può imbattere il cittadino medio, quando viene a contatto con l’SSN nelle sue sfaccettature.

Il primo impatto è con l’ambulatorio del medico di famiglia. Sono lontani i tempi, alcune volte ancora utilizzati negli spot televisivi, del medico che armato di passione e senso del dovere, affrontava le intemperie per raggiungere l’infermo in ansia di soccorso e specialmente, di una parola di conforto. Oggi si va dal medico coscienti di dedicare all’ambulatorio almeno due ore del proprio tempo. Molte volte per motivi futili e non necessari, come la prescrizione di una semplice aspirina. Qui, la colpa è facilmente divisibile tra le vecchie e brutte abitudini dei cittadini, che continuano a riempire gli armadietti di scatole multicolore, e i medici che assecondano questi vizi sociali, prescrivendo medicinali costosi e in molti casi, sostituibili con prodotti meno sponsorizzati.

La visita di conseguenza alla farmacia rappresenta la transumanza dei quaranta pseudopazienti che, più inclini al pettegolezzo che ad una reale necessità, hanno fatto la fila per parlare con il medico di famiglia. L’elenco dei farmaci prescritti per parenti e amici è degno di un menù portate da ristorante.

I veri problemi nascono quando la gravità del caso costringe a rivolgersi a centri specializzati per esami approfonditi. Rivolgersi alle strutture gestite dall’SSN necessita di una buone dose di pazienza e di speranza che il proprio caso non sia, poi così grave. Perché le liste d’attesa e i tempi sono da apocalisse. Particolari condizioni che, onestamente non auguriamo a nessuno, permettono sconti temporali se il malato in attesa di esame specifico, è soggetto a patologie croniche. Oppure, puoi sempre dire di conoscere Totti.

A tal proposito, riportiamo il racconto di un signore che ha pazientemente aspettato il n.43 sul display della farmacia di turno, ammazzando il tempo insieme a noi, con i ricordi. Ci ha raccontato di suo figlio Mario che rifiutò il lavoro di vetraio nella bottega di famiglia, per andare ad allenarsi su un campo di terra battuta, con il sogno preso a calci nella speranza di poter calcare erbe più raffinate negli stadi di serie A.

Ci ha raccontato di come un giorno lo vennero a prendere al negozio e lo portarono al pronto soccorso dove lo aspettava il figlio terrorizzato, più per la paura di una carriera calcistica finita prima di cominciare, che per il dolore al menisco. Ci ha raccontato di come una sbagliata valutazione e una radiografia non proprio tempestiva, eseguita dopo quasi due mesi dall’incidente, ha regalato al figlio una gamba più corta e una pensione da invalido civile.

Poi, è scattato il n.43 sul contatore. Il gentile signore ci ha lasciato con un sorriso e un proverbio coniato sul momento: “Di Totti, ce sono tanti in giro. I vetrai bravi sono diventati rari.”

L’ho guardato un istante fare la sua richiesta al farmacista. Poi ho appallottolato la mia ricetta e sono uscito fuori.


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