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The Present

Un film di Farah Nabulsi, con Saleh Bakri, Maryam Kanj, Mariam Basha. Genere Drammatico (Palestina, 2020, durata 24 minuti).

di Piero Buscemi - mercoledì 26 gennaio 2022 - 2574 letture

Ogni anno in questo periodo il mondo ricorda l’Olocausto con la Giornata della Memoria. Ogni anno le storie del nostro recente passato ci raccontano delle violenze, delle angherie e delle uccisioni subite dal popolo israeliano durante il ventennio nazista. Ogni anno tutto questo ci commuove, ci emoziona, ci pone di fronte alla crudeltà dell’uomo che non risparmia un suo simile per rivendicare un potere o la sua idea di superiorità.

Dibattiti che si rinnovano, testimonianze sofferte, film proposti in televisione, visti, rivisti con rinnovate percezioni di questo periodo drammatico della storia dell’umanità. Film che in un paio di ore provano da anni a risvegliare le coscienze di chi ha voluto dimenticare e di chi ignora del tutto quella sabbia che si risolleva puntuale ogni fine gennaio per acquietarsi nei mesi successivi. Come le coscienze.

Alla giovane regista palestinese Farah Nabulsi bastano ventiquattro minuti per mostrare allo stesso mondo, che si indigna una volta all’anno per la tragedia degli ebrei e dei campi di concentramento, che dal passato non si impara niente. Almeno in questo l’umanità mostra tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni.

Ventiquattro minuti di sguardi innocenti che passano attraverso gli occhi di Yasmine (Mariam Kanj), la figlia del protagonista Yusef (Saleh Bakri) e che ci rivolgono attraverso lo schermo le domande alle quali non abbiamo più il coraggio di rispondere. Lei, bambina sognante con lo stesso diritto di vivere, giocare, aggrapparsi alle braccia di un padre che ha già nella sua tenera mente il ruolo dell’eroe, della protezione, dell’amore che scaccia i cattivi pensieri e racconta un mondo di favole che meritano di non crollare mai davanti a una più cruda realtà.

Sembra proprio una favola questo cortometraggio. C’è anche la principessa, come da copione. La moglie-madre Noor (Mariam Basha) che svolge con dolcezza il rito della famiglia tradizionale. La colazione, la carezza alla figlia che affida al padre per un’uscita al supermercato a fare la spesa. Il ruolo di donna che nel giorno del suo anniversario, mentre il marito affida alla materialità di un frigo nuovo il regalo per la moglie, Noor promette una notte di braccia che si stringono, di corpi che si toccano, di occhi che si appagano.

Ventiquattro minuti di cruda realtà che prevale sul sogno. Il posto di blocco operato dagli israeliani con i tornelli a rallentare il ritmo della vita e degli entusiasmi di una bimba. In un angolo di Cisgiordania, luogo di un presente che metaforizza un regalo di anniversario da accostare a una quotidianità alla quale abituarsi e da consegnare alle future generazioni.

L’arroganza dei soldati israeliani, giovani spocchiosi che utilizzano la divisa e un’arma tra le mani per legittimare un dubbio predominio e occupazione di un’umile libertà supplicata da un padre che sente di dovere consegnare alla figlia dei semplici momenti di normalità.

C’è tutto questo in questi ventiquattro minuti e tutto quanto la nostra sensibilità e immaginazione possano aiutarci a prendere coscienza che celebreremo un’altra Giornata della Memoria, quest’anno e gli anni a venire, ponendo le basi, forse, per nuove ricorrenze da tramandare alle generazioni future, accanto ad altre atrocità umane che nel tempo hanno sempre mantenuto lo stesso nome: guerra.

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