That other face of Italian music / L’altra faccia della musica italiana
Italian Nineteenth Century Instrumental Music: A Brief Survey / by Michael D. Webb. - Market Harborough : Troubador Publishing, 2025. - 136 p. - ISBN 978-1-83628-568-7
C’è un Michael Webb autore di fantasy (avete presente la serie dell’ombra? Shadow qua, Shadow là, ce ne sono almeno una dozzina e sono pure tradotti), nato in Georgia (USA); e c’è un Michael D. Webb, meno noto del primo: un esperto di musica che vive in Italia ha pubblicato tre libri strepitosi: Italian XX century Music: The Quest for Modernity (2008), Ottorino Respighi: His Life and Times (2021) e il recentissimo Italian Nineteenth Century Instrumental Music: A Brief Survey (2025).
Vi parlerò del secondo Webb, quello con la D., che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente: è inglese ma abita a Bologna, è riservatissimo, e siccome siamo entrambi traduttori, spesso ci scambiamo pareri sulle scelte lessicali, sui termini apparentemente incomprensibili del linguaggio scientifico o della critica d’arte. In campo musicale, invece, io non so nulla, ma proprio nulla, mentre lui è un vero conoscitore, un maestro. Pianista di qualità, ha perduto il pianoforte nell’alluvione di Lugo di Romagna, dove lo aveva lasciato durante un trasloco, e per il momento ha smesso di suonare – così dice, ma spero ci ripenserà.
I suoi due libri dialogano fra loro per argomento, stile e intenti; inoltre, entrambi colmano un vuoto che forse farà quasi vergognare i miei connazionali per averlo lasciato colmare appunto da un non-italiano. Che comunque risiede nel nostro Bel Paese, parla la lingua meglio di noi, ha famiglia e lavora sul suolo italico. E infatti… io quasi quasi lo proporrei come Cavaliere della Repubblica, perché questi due libri sono animati da un interesse e da un amore così profondo per la cultura da far sfigurare tante altre pubblicazioni meno originali e meno approfondite.

- Copertina di Italian Nineteenth Century Instrumental Music, di Michael D Webb
Il testo è in inglese: ce ne faremo una ragione. Tuttavia, non si rivolge solo ai lettori stranieri, ma parla una lingua internazionale che ormai tutti conosciamo e pratichiamo. E il suo stile è fluido, piacevole, chiarissimo come spesso è la prosa anglosassone, con la sua ordinata suddivisione in paragrafi, le parole chiave ben definite, nessun salto di-palo-in-frasca e soprattutto nessun inutile svolazzo, nulla di superfluo o presuntuoso: 108 pagine intense e perfette per ritmo, misura e obiettivi.
Corredato di una ricca bibliografia, il libro si sviluppa in sei capitoli (più un utile indice dei nomi e delle opere) e contiene alcune immagini molto suggestive dei vari autori, gentilmente concesse da Claudio Paradiso del DMI (Dizionario della Musica Italiana). Quello che manca, invece, è una nota biografica dell’autore: solo cercandola in rete si trova qualcosa.
Nel primo libro, Webb offriva un ampio sguardo su alcuni grandi autori e su alcuni “tesori dimenticati”, da Mascagni e Tosti a Dappapiccola e Petrassi, da Maderna, Berio e Nono fino a Morricone, Einaudi e Fedele. Nel secondo libro, lo studioso tracciava la biografia di uno dei massimi compositori italiani del XX secolo. Esistevano già almeno due libri a lui intitolati (AAVV 1985; Daniele Gambaro 2011) e recentemente ne è uscito un altro (Francesco Attardi 2024), ma questo è il primo volume in lingua inglese e questo è importante perché Webb mette in luce le relazioni internazionali tra personaggi come Arturo Toscanini, Serge Diaghilev, Gabriele D’Annunzio, Albert Einstein e vari altri vincitori di premi Nobel.
In questo terzo libro, invece, Webb si concentra sulla musica strumentale, “That other face of Italian music” (p. ix), su cui si è indagato poco rispetto alla stragrande maggioranza di testi dedicati all’opera lirica. In un periodo in cui l’opera rappresentava l’Italia al punto che l’italiano era considerato la lingua della sua espressione, esisteva accanto a questo genere predominante un alto numero di compositori di musica strumentale la cui memoria è andata affievolendosi nel corso degli anni.
Nomi come Giovanni Battista Viotti, Luigi Cherubini, Saverio Mercadante, Alessandro Rolla, Muzio Clementi, Luigi Legnani, Antonio Bazzini, Giovanni Bottesini, Carlo Alfredo Piatti, Giovanni Sgambati, Costantino Palumbo, Giuseppe Martucci, Carlo Pedrotti, Angelo Mariani, Carlo Andreoli, Beniamino Cesi, Michele Esposito, Marco Enrico Bossi, sono riportati alla luce con accuratezza storica e culturale. E mentre ci deliziamo con le loro storie sommerse, impariamo aneddoti ed etimologie, abbinamenti impensati (conservatorio sinonimo di orfanotrofio) e definizioni pittoresche (Bologna land of mortadella), e ascoltiamo tra le pagine fantasie per orchestra e canzoni popolari (La bella Gigogin), ouvertures e minuetti.
Con mio grande piacere ho trovato anche una donna: Gilda Ruta (1853-1932), figlia di Michele Ruta, eccellente pianista già all’età di sedici anni. Definita “la pianista dei due mondi", tenne concerti a Napoli (dove suonò musiche di Beethoven, Chopin, Mendelssohn e Domenico Scarlatti) e in altre città italiane, tra cui Bologna e Roma (alla presenza della regina Margherita), e fu anche compositrice. Si trasferì poi a New York, dove proseguì la sua carriera. Da appassionata di gialli, e amica di Vera Mazzotta che l’ha fatta conoscere al pubblico sherlockiano italiano e internazionale, mi sorge spontanea una domanda: chissà se conobbe Wilma Norman-Néruda (1839-1911), la violinista che il celebre investigatore creato da Arthur Conan Doyle ascoltò il 5 marzo del 1881 al St. James di Londra e di cui più volte elogia la maestria? E colgo l’occasione per lanciare un appello ai giallisti e alle gialliste italiane… ricordatevi di Gilda! … anche per aggiungere una notazione, per chi ancora dubita della permanenza del patriarcato nel nostro paese: sulla Treccani.it alla voce Gilda Ruta corrispondono circa 9500 caratteri di cui oltre un terzo sono dedicati al padre.
Questo libro è un tassello importante per chiunque si occupi di musica di qualsiasi genere. È un pezzo di storia, di cultura, di costume, che va ad affiancarsi (almeno nella mia libreria) a un libro del 2003, La storia leggera, in cui l’autore, Stefano Pivato, analizzava l’uso pubblico della storia nella canzone italiana, dall’Inno di Mameli alla fine del Novecento. Questi due libri, pur così diversi, hanno in comune la consapevolezza che la musica non è solo intrattenimento ma è parte integrante di una società, di una civiltà, di una crescita individuale e collettiva. E dobbiamo ringraziare Webb per ricordarci la nostra tradizione che, come recita la quarta di copertina, ispirò un’intera generazione di compositori europei.
Michael D. Webb, nato a Portsmouth (UK), ha studiato musica a Cambridge e Londra. Dopo aver lavorato come insegnante di musica in Inghilterra, si è trasferito in Italia nel 1981 e ora vive a Bologna, dove lavora come traduttore freelance e collabora regolarmente con diverse università italiane e case editrici musicali.

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