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Testimoniare la legalità: intervista a don Pino Demasi

"Non nelle proporzioni di un tempo, ma purtroppo, in Calabria, le cose semplici, le cose normali, le cose ’legali’ sono le anormalità"

di francoplat - mercoledì 28 gennaio 2026 - 416 letture

Ci sono due parole che ricorrono nella conversazione con un prete coraggioso, da decenni in prima linea contro la ‘ndrangheta, in una zona complessa come la Piana di Gioia Tauro (RC). Lui è don Pino Demasi, parroco del Duomo di Santa Maria Vergine di Polistena dal 1984 – cinquant’anni di ordinazione sacerdotale compiuti nel 2025 –, referente di Libera nella Piana, presidente dell’Osservatorio giovanile e membro del comitato antimafia di Polistena. Le due parole sono: testimonianza e masso-mafie.

Si conversa insieme l’8 novembre 2025, in streaming. La chiacchierata si incardina, appunto, su queste due espressioni. Da un lato, don Pino registra i cambiamenti avvenuti nella società civile, un maggior impegno collettivo sul piano del rispetto della legalità – pur non negando il cammino ancora da fare – e, dall’altro, sottolinea come, a fronte di tali cambiamenti, sia l’intreccio di poteri massonici, mafiosi e politici a condizionare profondamente quelle terre e quelle comunità. Se ai cambiamenti della società civile ha contribuito e contribuisce un diverso atteggiamento della Chiesa nei confronti delle mafie, un più lucido e netto distacco da passati silenzi, da complici indifferenze, e il diretto e quotidiano impegno dello stesso don Pino – la testimonianza fatta di gesti concreti, di coraggio che ammorbidisce le inevitabili paure –, l’assenza dello Stato, l’andazzo rapace e avido dei poteri masso-mafiosi impedisce che le comunità locali possano evolvere in una direzione diversa.

Don Pino non nega i passi ancora da compiere, non silenzia le contraddizioni di una terra in cui una parte dei cittadini paga il pizzo e una parte si rifiuta di farlo, in cui alcuni giornalisti si prestano agli interessi masso-mafiosi e altri, invece, vivono sotto scorta. Ma è lucido nell’addebitare le responsabilità a un sistema culturale più generale, quello imperante ben al di là della Piana di Gioia Tauro, ossia quell’insieme valoriale che, all’essere, antepone l’apparire, che al noi ha subordinato l’io, facendo sbiadire qualsiasi sentimento di affezione nei confronti del bene comune.

È quella che chiama “povertà educativa”, che vede coinvolta, in prima persona e con molte responsabilità, il mondo adulto, a cui serve, prima ancora che ai giovani, un restyling valoriale, il recupero di un sistema morale che coniughi, nell’ottica religiosa che muove il mio interlocutore, il Vangelo alla Costituzione. Sono questi i testi che offre ai suoi ragazzi, perché, afferma, non si può essere buoni cristiani se non si è buoni cittadini.

Quando parla di testimonianza, don Pino non ne parla soltanto. Non abbiamo bisogno di un’antimafia parolaia, afferma. E, dunque, eccolo impegnato, dall’inizio del nuovo millennio, in un’iniziativa concreta, la creazione della Cooperativa della Valle del Marro, edificata su un bene confiscato non a una famiglia qualunque, ma a esponenti della nobilità mafiosa quali i Piromalli, i Molé, i Mammoliti. Un’iniziativa appoggiata dalla diocesi, appoggiata da giovani motivati e fortemente orientati in senso civico e spirituale, appoggiata da un vescovo illuminato, Luciano Bux, oltre che da Libera. E lo sforzo congiunto di queste figure ed enti ha consentito di dimostrare alla comunità locale che è possibile riuscire a creare posti di lavoro veri e non in nero, che è possibile dire no ai mafiosi. I quali ultimi hanno poco gradito l’iniziativa, tanto da prodursi in una serie di intimidazioni, minacce e attentati, l’ultimo dei quali è della scorsa estate.

Testimoniare è non tirarsi indietro, vivere in mezzo alla gente, rappresentare con il proprio esempio e il proprio comportamento, con le proprie scelte che si può e si deve operare una scelta di campo, distante dalle collusioni e dai favoritismi, dalla corruzione e dall’indifferenza. In questo suo cammino, don Pino ha avuto più maestri, uno dei quali è don Italo Calabrò, il don Milani del Sud, come qualcuno l’ha definito. Per il mio interlocutore, la figura di don Italo è stata fondamentale e ne riassume il magistero con una frase: «nel coraggio dei pastori, la gente ritrova il proprio coraggio».

Il coraggio. Se ne discorre, almeno un attimo, perché una domanda riguarda la paura, il sentimento della paura di chi sa di esporsi, di trovarsi davanti interlocutori tutt’altro che tolleranti. «Lei ha paura, don Pino»? E lui risponde di sì, la paura è un fatto innegabile, spinge all’accortezza e alla cautela, in qualche caso, come dimostra la modalità con cui, a volte, rientra in casa; la si troverà raccontata nell’intervista integrale allegata al presente articolo. Ma la paura ha quale contraltare il coraggio, rinforzato dal fatto di non sentirsi solo, di essere appoggiato dalla comunità e dalla diocesi, da Libera, e dalla consapevolezza di combattere per una causa giusta.

Testimonianze e coraggio, scelte di campo e rieducazione alla legalità, però, possono poco se la Calabria non riesce a trovare una politica diversa, un potere locale disancorato dalle collusioni, se il voto non diventa davvero libero e la classe dirigente reclutata su queste nuove basi non opera quella trasformazione fondamentale per don Pino, ossia il passaggio dall’io al noi, dall’egoismo di parte all’affezione all’idea che governare significa essere al servizio del bene comune, della cittadinanza.

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