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Taglio del cuneo fiscale

Hanno detto che Cipputi è morto, che non esiste più. Hanno fatto credere a tutti noi che non siamo Cipputi. Così l’ombrello ha più culi da infilzare.
di Sergej - mercoledì 16 ottobre 2019 - 760 letture

Da qualche tempo a questa parte si sente ripetere il mantra: taglio del cuneo fiscale. Tra i mantra delle seconda e dell’inizio di questa supposta Terza Repubblica è tra i più misteriosi e criptici, almeno a un lettore distratto e che non conosce il politichese.

Si tratta della necessità, ventilata da alcuni, di dover "tagliare le tasse". Ai poveri imprenditori che ne sono vessati e ai poveri dipendenti che, non potendo sfuggire con l’evasione sono coloro che non solo pagano tutte le tasse sui propri stipendi, ma contribuiscono (pare) in parte cospicua ai gettiti dello Stato. Perché esiste un numero relativamente ristretto di grandi evasori che non viene tassato o che elude (cioè ha agevolazioni legali che permettono loro di non pagare tasse).

Ci è sempre stato detto che le nostre tasse servono per "pagare" i servizi sociali e il welfare: servono per le strade, gli ospedali, per la scuola, per far funzionare persino gli aeroporti e la rete idrica ed elettrica.

Il mantra del taglio delle tasse ha una precisa provenienza. Proviene dalla ristrutturazione che il capitalismo ha subito con la scuola "neoliberista" di Milton Friedman & C (la scuola di Chicago, era detta [1]). Una prima prova la fece, questa "scuola" con i golpe militari in Cile (sì, proprio quello che provocò l’uccisione di Allende e di centinaia di migliaia di persone). Dati i grandi successi "di lui si innamorò perdutamente", come si dice Margareth Thatcher che provvide a impiantarlo in uno dei maggiori Stati del capitalismo occidentale, con "successo" - a parte le migliaia di famiglie di minatori che ne pagarono le conseguenze -, tanto che Ronald Reagan ne fu alfiere negli Stati Uniti. In Italia, dove le cose arrivano quando altrove le cose sono finite da tempo, l’ondata arriva negli anni Novanta, indecisa se avere il volto di Romano Prodi (il grande smantellatore dell’industria di Stato) o di Berlusconi.

Ma, attenzione, il "taglio delle tasse" per i neoliberisti riguarda sempre le tasse dei ricchi. Non di operai e dipendenti. Nella dottrina neoliberista se tagli le tasse a un ricco questo avrà più soldi per investire nelle sue industrie.

In Italia la situazione è tragicamente diversa, e lo sanno bene non solo gli economisti ma anche i politici. Da noi i ricchi già godono del taglio delle tasse: e si chiama appunto evasione ed elusione fiscale. Solo il 2 per cento della popolazione dichiara un reddito annuo superiore ai 120mila euro lordi, ossia a 6-7 mila euro netti per 13-14 mensilità. Fa parte del "patto" esistente nel nostro Paese (no, chi evade le tasse non è uno che fa qualcosa di illegale, ma qualcosa che il nostro sistema economico permette che avvenga; non è un "incidente" né una "eccezione"). Un "patto" che permette anche alle nostre merci esportate all’estero di "costare" di meno rispetto alla concorrenza. Grazie alla non tassazione, e grazie ai salari bassi del nostro Paese che ci rendono "competitivi" tanto che per tutto il periodo della crisi degli ultimi dieci anni l’Italia ha continuato ad esportare, dunque ad accumulare ricchezza. E dato che si tratta di un "patto" tra classi dominanti, il differenziale tra ricchi e poveri è aumentato in maniera vertiginosa: le classi inferiori non beneficiano del "patto".

Salari bassi, abbiamo detto. Rispetto ai Paesi ricchi dell’Europa. Non rispetto ai Paesi più poveri (quelli dell’Est) dell’Europa, così comunque da poter costituire motivo di ricatto per i lavoratori italiani ("se non accettate queste condizioni di lavoro trasferiamo tutta la produzione all’estero dove i salari sono più bassi").

In questo contesto, quando si parla di "taglio delle tasse" per i salariati, si viene a determinare un vero e proprio furto.

Invece di pensare, come sarebbe giusto, ad aumentare i salari - direttamente, oppure con una riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario come sarebbe giusto visti i mutamenti che sul lavoro ha determinato la società digitale -, si spaccia come buona l’idea di tagliare le "tasse". Cioè tagliare quei soldi che servono per le scuole, gli ospedali, l’acqua e i beni pubblici.

In questo modo, avvalorando la falsificazione portata avanti dalle classi che tasse non ne pagano che le tasse sono una cosa negativa. Avvalorando la falsa idea che le tasse non servono a niente, che sono "troppe", insomma colpendo al cuore il sistema istituzionale ed economico del Paese.

La falsificazione operata è così duplice e doppiamente pericolosa.

Si prendono ancora una volta in giro i lavoratori (il mondo dei salariati, i dipendenti, tutti noi). Ancora una volta si utilizza una parola d’ordine della fine della Prima Repubblica quando furono creati gran parte dei mantra odierni, che la Seconda Repubblica non ha saputo attuare (per nostra fortuna e per la resistenza che comunque c’è stata) e che ora la Terza Repubblica sta attuando pur di avvalorarsi nel "cambio generazionale" operato all’interno della classi dominanti e pur sapendo che si tratta di cose inutili e complessivamente dannose. Ancora una volta si utilizza un mantra per sollevare un fumo mediatico, cambiare le carte in tavola, fare il gioco di prestigio in cui - alla fine - chi se lo prende in quel posto è sempre Cipputi. E se pensi che tu "tanto" non sei Cipputi, guarda che ti sbagli di grosso. È proprio quello che, anche qui, ti hanno fatto credere.


[1] Vedi: Wikipedia.


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