Tafanario
L’italiano è una lingua difficile... nun parrammu do sicilianu!
Sembrerebbe l’inizio della classica barzelletta... "Ci sono un tedesco, un francese e un italiano...". Non sembrerebbe, sembra proprio l’avvio di quella storiella. Dunque, c’erano tre attempati seduti al bar. Un intellettuale incompreso, un ex aspirante filosofo e uno che ai tempi della scuola, lo chiamavano "cecchino" perché allo studio, lui, ci sparava proprio.
Compagni di scuola delle superiori, si ritrovavano tutte le mattine allo stesso tavolo, con molto tempo a disposizione da dedicare ai loro sproloqui, essendo tutti pensionati da qualche anno. Tre granite e tre brioche, un rito votato all’amicizia e a quella psicosi che colpisce a una certa età e che, come conseguenza, pretende la monotonia di gesti e scelte ripetute. Un bisogno di sicurezza, difficile da rinunciare.
Una alla fragola con panna, l’altra mezza ca panna e l’ultima, in piena sintonia all’estrosità che non subisce più giudizi, caffè caldo alla base e mandorla a riempire il resto del bicchiere. Anche le brioche fuori dai canoni tradizionali: una con le scagliette tostate di mandorla, l’altra col sesamo e l’ultima con la granella di zucchero.
Non riuscivano mai a ricordarsi chi avesse ordinato cosa. Il cameriere, vaccinato a questa comica amnesia collettiva, depositava senza un ordine preciso i bicchieri colmi e il cestino contenente le brioche. Anche quella mattina. C’era un vantaggio in tutto questo. La possibilità di gustare casualmente a turno la varietà delle fredde tentazioni e assaporare l’emancipazione dei prodotti da forno.
Ogni giorno un improvvisato argomento diventava oggetto di discussione, a volte sfociava in innocenti diatribe. Spesso quando prendeva il sopravvento il confronto tra gli importi delle pensioni non appena riscosse.
Quella mattina, l’ex aspirante filosofo esordì con una considerazione insolita: "Ieri a mare c’era na milanisi cu un costume accussì nicu, ca si vidiva tuttu u tafanariu". Nessuno al tavolo si chiese quale fosse stato l’indizio per il quale avesse affermato con certezza che fosse milanese. I clienti al tavolo accanto, incuriositi da questa affermazione, probabilmente di origine al di là dello Stretto, domandarono: "Cos’è il tafanario?"
L’intellettuale incompreso non aspettava altro. Con tono saccente, rimescolò l’archivio mentale e con pronta risposta, esclamò: "Cari signori, è necessario rivolgersi all’etimologia della parola dialettale. L’origine dovrebbe essere latina, da tafanus. Essendo un insetto che punge, metaforicamente nel dialetto siciliano indicherebbe una persona fastidiosa".
Il "cecchino", per non sapere né leggere né scrivere, ma soprattutto per non rimanere indietro, sollevandosi leggermente dalla sedia, fingendo di allungarsi per raggiungere la sua brioche "personale", sbraitò: "E no... minchia. Troppo facile accussì. Il gentile signore qua accanto ha fatto una domanda specifica. Vuole sapere il significato di tafanario. E che c’azzecca l’insetto cu culu da milanisi?"
La domanda, seppur colorita, era fin troppo esplicita e diretta. Il "cecchino", preso di coraggio dal momentaneo ammutolirsi provocato negli astanti, proseguì: "Un momento, ora ci spiammu a Vichi e videmu che dici". Seguì un attimo di schermo del cellulare a tre centimetri dal suo volto, occhiali barcollanti sulla punta del naso, dito medio a scorrere le righe informative.
Nel frattempo, l’intellettuale incompreso, abbondonando la maschera da saccente e il linguaggio forbito di circostanza, chiese lumi: "Cu minchia è Vichi?" Il "cecchino" continuò la sua esplorazione digitale, incurante della domanda. In soccorso, intervenne l’ex aspirante filosofo, artefice della diatriba di quel mattino. Schiarendosi la voce, quasi a voler interpretare un personaggio dell’Antica Grecia, con un tono di voce che ricordava l’enfasi recitativa di Vittorio Gasmann, precisò: "Vichipedi...la fonte primordiale della saccenza umana del terzo millennio". Si voltò lentamente a verificare che i compagni di colazione e i vicini di tavolo lo stessero ascoltando, l’ex aspirante filosofo chiuse il suo intervento con una citazione latina: "Taciturnitas stulto homini pro sapientia est".
"Est...ovest... cu minchia sinni futti? Vichi dice che tafanario si può identificare come la tana del tafano, all’interno della quale l’insetto si nasconde prima di colpire la preda prescelta" - fu il responso del "cecchino", dopo aver riposto il cellulare sul tavolo, soddisfatto della spiegazione.
Il doppio senso di questa interpretabile ultima dichiarazione, portò un po’ di sgomento tra i partecipanti della discussione, diretti e indiretti. L’accostamento involontario tra la "tana" del tafano e il "tafanario" al sole della milanese, indusse tutti a fantasticare su congetture sconce e censurabili.
Mentre la discussione cominciava ad animarsi, senza che nessuno riuscisse a formulare una spiegazione accettabile all’utilizzo dialettale della parola, un altro cliente di passaggio, soffermatosi ad ascoltare la folcloristica diatriba, intervenne con un suo parere personale: "Scusate se mi intrometto, ma se in parole povere possiamo affermare che nel siciliano, tafanario indica il culo, chiedo scusa per la volgarità, essendo il tafano una sorta di grossa mosca e, notoriamente le mosche ronzano infastidendo, è plausibile l’ipotesi che, accostandolo al deretano, possa alludere al rumore del flato?"
A nessuno dei presenti venne in mente di chiedere cosa fosse un flato. Molti, sicuramente, in quel momento pensarono a un’altra citazione, meno nobile di quella latina, appena pronunciata dall’ex aspirante filosofo: Non sfatare i dubbi sulla tua ignoranza, aprendo la bocca dandone conferma.
"Cecchino" provò a nascondere il cellulare sotto il tavolo per consultare Vichi, ma il pensiero della sua miopia lo fece desistere dal tentativo. Come spesso accade in questi casi, un evento esterno dalla scena finisce per sconvolgere la discussione, chiudendola in maniera definitiva. Provenendo dalla strada adiacente al bar, una splendida ragazza in pantaloncini e maglietta attillata, con al centro la scritta pubblicitaria di una scuola di atletica leggera, passò tra i tavoli, zittendo tutti all’improvviso davanti a quello spettacolo anatomico, simbolo di giovinezza.
Il cliente che, pochi minuti prima, aveva ulteriormente ingarbugliato la querelle, continuando a seguire con lo sguardo la sinuosità atletica della ragazza, spezzò la quiete con una massima improvvisata: "Finché c’è tafanario, c’è speranza". Da quella mattina, questa scritta fa bella mostra incisa su un pannello di legno all’ingresso del bar.
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