Sulla scuola: dal Paese dei Balocchi alla violenza

Per poter formare la persona e, non il consumatore e il lavoratore precario, è necessario sviluppare il logos, quest’ultimo è linguaggio e capacità simbolica.

di Salvatore A. Bravo - lunedì 28 luglio 2025 - 710 letture

Scuola-Ibiza

Il Giano bifronte del sistema capitalistico è sempre in azione. Ogni volto del Giano del capitale apre al tempo della distruzione e inaugura le desertificazioni del nichilismo. In questi giorni, mentre le guerre continuano a mietere vittime e si consuma in mondovisione il genocidio palestinese, le cronache italiane pongono l’accento sulla scuola del futuro. I maturandi che hanno contestato voto e sistema competitivo (solo a scuola fuori regna il Paradiso) hanno sollevato discussioni con interventi di pedagogisti. Si propone abolizione dei voti e delle lezioni frontali. Il docente è ridotto alla sola funzione di regista, mentre gli alunni autonomamente imparano. I docenti saranno passivizzati e tacitati.

Si susseguono le proposte per la riforma dell’esame di maturità, taluni propongono un esame adeguato ai tempi, ovvero tecnologie e chiacchierata sui gusti personali nella musica o conversazione sui libri letti. Insomma una scuola di chiacchiere, intrattenimento e tanti laboratori perfettamente conforme al sistema capitalistico. I fondi del PNRR hanno inondato la scuola di tecnologie, pertanto ora si tratta di progettare la scuola delle sole tecnologie come le agende multinazionali dettano ed esigono. Si limita l’uso degli smartphone, ma nel medesimo tempo si gioca su altri tavoli per introdurre in modo massiccio la didattica del solo fare digitale e virtuale. Si devono ridimensionare i saperi, il pensiero astratto e la valutazione olistica del sistema.

Negli anni precedenti per raggiungere questo obiettivo è stata messa in atto una campagna contro i Licei, in particolare contro il Liceo classico, i risultati sono stati quasi nulli. Il Liceo classico edulcorato e assediato regge, mentre il Liceo scientifico continua ad attrarre iscritti. Ora si procede, tale è l’opinione dello scrivente, in altra maniera per annichilire i saperi e inaugurare la scuola in “stile Ibiza” . Si sostengono le proteste dei giovani che vogliono la scuola come “luogo pacificato senza ostacoli e senza saperi”, nel quale il pensiero astratto è vissuto come un impedimento alla libera espressione dell’individualità. Le voci degli alunni dissenzienti non compaiono mai e, questo, è il segno che la dialettica è stata rimossa.

Le scuole senza voto liberate dalla gravità del voto che tanto pesa, è sicuramente un nuovo mezzo con cui attrarre iscritti. Le scuole che sperimentano la liberazione dal voto, e dunque, sono innovative a livello didattico-mediatico sicuramente sul mercato delle iscrizioni avranno una chance in più per essere attrattive.

La scuola del desiderio

La classe dev’essere superata, essa è una comunità, nel mondo nuovo esisteranno solo individui sciolti dalla comunità divenuta il limite da abbattere. Ogni comunità è un limite per rendere la scuola fucina del neoliberismo. Margaret Hilda Thatcher nel 1987 affermava:

“Non esiste la società. Esistono gli individui, uomini e donne, e le famiglie”.

Si usa il mito nefasto dei voti, veicolo di frustrazioni e di ansie, per sollecitare i più giovani a contestare la scuola e a renderla simile ai luoghi di consumo e ai loro “desideri indotti”, in tal modo si rimuovono le cause strutturali (capitalismo) dell’infelicità generale. Al sistema capace di giocare su più tavoli e usare tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi non interessa nulla dei più fragili, se così fosse avremmo almeno uno Stato sociale per i più deboli e rispetteremmo l’articolo 11 della Costituzione italiana. Lo scopo è usare la contestazione di taluni contro l’esame di maturità e contro docenti (figura professionale fragile e socialmente insignificante) per ottenere il risultato finora non ottenuto, ovvero rimuovere il pensiero astratto e le conoscenze che possono formare veri contestatori.

Il pensiero critico è creativo, esso è capace di progettare alternative, si lavora, invece, per neutralizzare tutto questo e per preparare proletari e precari che accettano il sistema come fosse il fatale destino a cui chinare la mente. I distruttori affermano di voler smantellare la riforma scolastica gentiliana perché arcaica e classista, ma non mettono in discussione un sistema sociale fondato sull’ineguaglianza e sulla lotta spietata per ottenere qualsiasi risultato. Non sottopongono a critica il capitalismo e le violenze annesse e connesse per saccheggiare chiunque pur di estrarre profitto.

Tutto il male, per costoro è nella scuola. L’istituzione scolastica con i suoi limiti, giacché è assediata dall’interno e dall’esterno, è l’ultimo baluardo contro la barbarie, in essa vi sono ancora docenti e presidi che guardano agli alunni come persone in formazione e non come consumatori di formazione (neologismo pedagogico). Nessuno dei contestatori propone più studio e meno tecnologie, nessuno osa affermare che le discipline formative (latino, filosofia, storia) andrebbero estese, nel modo adeguato, ad ogni ordine di scuola per superare “i limiti della riforma gentiliana”.

Per poter formare la persona e, non il consumatore e il lavoratore precario, è necessario sviluppare il logos, quest’ultimo è linguaggio e capacità simbolica. Gli ultimi risultato delle prove INVALSI denunciano l’analfabetismo che avanza nella comprensione dei testi e nella capacità argomentativa. Si vuole curare tale disastro con ciò che lo ha causato: laboratori, studio esemplificato, generosità nei voti (il cliente ha sempre ragione). Si include in modo da educare al mito dell’imprenditore e all’uso del globish, la lingua unica del capitale, questo è il sospetto su cui si dovrebbe ragionare. L’intelligenza metafisica non è particolarmente apprezzata, le passioni disinteressate non trovano sufficiente accoglienza, è esaltato solo ciò che produce profitto. Su tutto questo si tace e ciò svela la verità che si cela dietro le proposte della scuola gentiliana. Per includere, termine che sa di assimilazione, si deve insegnare-donare a ciascun alunno, a prescindere dall’indirizzo e dalle capacità-condizioni le medesime opportunità formative.

L’impegno è sempre da premiare e i docenti lo sanno bene. La crescita è nel favorire l’impegno e nel riconoscerlo. Nulla di nuovo sotto il sole, già lo si fa da decenni. I saperi sono fondamentali per il senso critico, il quale senza contenuti decade a chiacchiera senza significato. La scuola non è una gita in un villaggio turistico, è formazione umana con i suoi ostacoli e, la scuola tutta dev’essere presente, quando questi si presentano contestualizzandoli e favorendo il loro superamento. I voti sono i semplici segnalatori di un percorso, e gli alunni devono confrontarsi con i loro limiti e con le loro potenzialità, anche attraverso il voto, il quale non è il giudizio sulla persona (ridicolo anche solo pensarlo), ma è l’indicatore di un percorso. Sono i social, la società competitiva e il culto dei vincenti ad averli trasformati in un mezzo di affermazione. Sono i genitori ad aver rinunciato, non sempre fortunatamente, alla loro funzione di mediatori delle esperienze dei loro figli.

La matassa è complicata. Gustavo Bueno, ne Il Pensiero Alice, usava una metafora del gomitolo, ovvero, l’esemplificazione è simile ad un gomitolo dai molti fili da cui si estrae un solo filo. Senza pensiero complesso orientato alla verità non ci sarà “riforma” ma decadenza antropologica e sociale. Per uscire dall’esemplificazione del Pensiero Alice necessitiamo di “una buona scuola per tutti” con contenuti e linguaggio al centro dell’attività didattica. Una scuola che forma al pensiero critico, sa svelare e porre i problemi che si celano dietro proposte che si pongono come risolutive di ogni ostacolo e a questo non si può rinunciare, sarebbe rinunciare al “bene”. Le parole di Massimo Bontempelli nella risposta a Roberto Signorini sono ancora attuali:

“La difesa della cultura e della libertà di insegnamento da un attacco senza precedenti della sinistra governativa al servizio della mercantilizzazione integrale della società: come non vedere che oggi è questa la linea del fronte? Eppure tu non lo vedi. Altrimenti non potresti rivendicare, senza sentirti tremare le vene nei polsi, attività di uniformazione di metodi e contenuti, flessibilizzazione di orari, rottura della unità-classe. Non vedi che sono proprio questi, oggi, gli strumenti di cui il potere si serve per disperdere ogni organicità di formazione culturale, per imbavagliare gli insegnanti critici, per dilatare in maniera soffocante il momento formalisticamente didattico e puramente gestionale a scapito del dialogo educativo, e per introdurre artificiose divisioni di ruoli e retribuzioni nel corpo docente? Ma, potresti obiettarmi, non sarebbe possibile perseguire le stesse cose con altre finalità? In astratto sì, ma con lo stesso significato oggettivo di quello che avrebbe avuto la rivendicazione, da parte di un sincero sindacalista rivoluzionario degli anni Dieci, di sciogliere i sindacati in nome dell’azione diretta delle avanguardie operaie, fatta però nel 1926, quando era Mussolini a sciogliere i sindacati. Voglio dire che le tue posizioni sono storicamente anacronistiche, e le pagine che hai scritto sono disseminate di indizi di questo anacronismo. Ricordi, ad esempio, le riflessioni sulle analogie tra scuola ed istituzioni totali, come carceri e simili? Si trattò, a suo tempo, di riflessioni valide e profonde, ma, appunto, a suo tempo, perché oggi il modello di comparazione per la scuola non è più il carcere, ma l’azienda. Mi sono chiesto il perché di quello che a me appare un evidente anacronismo della tua impostazione, a mio avviso pericoloso, perché tiene la mente e l’animo volti ai nemici di ieri, percependo così in maniera poco nitida i nemici di oggi. C’è, secondo me, un perché nobile: immagino cioè che tu abbia appassionatamente partecipato alle battaglie democratiche nella scuola per dar voce agli studenti, per promuovere la collegialità delle decisioni, per cercare forme di valutazione meno inchiodanti del voto, e che tu sia rimasto legato nella tua identità morale a quelle esperienze, e dunque indirettamente anche al loro contesto storico, benché oggi tramontato. Ma credo anche che ci sia anche un altro perché, e cioè una mancata riflessione critica sui limiti della cultura della, per così dire, “sinistra della sinistra”, che tra le altre cose, a mio avviso, non aveva capito a fondo, nei suoi presupposti sociali ed anche antropologici, la questione della scuola. Ma qui si apre un altro discorso, troppo lungo e complesso perché lo affronti in questa lettera. Quando ne parleremo, vorrei dimostrarti come sia radicalmente sbagliata la tua tesi che la repressione autoritaria di ieri ed il totalitarismo economicistico di oggi si sorreggano a vicenda: al contrario, il secondo ricicla a suo profitto molti obiettivi della lotta alla prima, ed è anche per questo che oggi gli obiettivi di lotta per la civiltà devono essere ridefiniti” [1].

È un’intera società che agonizza nell’infantilismo apolide dell’esemplificazione e di questo dobbiamo prendere atto. L’agonia, parafrasando il titolo di un breve scritto di Massimo Bontempelli è di un intera sistema sociale che precipita nell’insensato del totalitarismo del mercato. Il passaggio dal Paese dei Balocchi alla violenza è breve.

[1] Roberto Signorini, Una lettura critica del libro «L’agonia della scuola italiana» : Con la risposta di Massimo Bontempelli, Petite Plaisance Pistoia, pag. 21


- Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -