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Sull’Emergenza suicidi maschili

Trecento suicidi al mese, dieci al giorno e di questi otto, in media, sono uomini. Nelle carceri nel 2025 si registrano 46 suicidi di cui 2 donne e 44 uomini. Silenzio assoluto dei media...

di Salvatore A. Bravo - giovedì 7 maggio 2026 - 203 letture

Emergenza suicidi maschili

Nel 2025 ci sono stati poco meno di 4000 suicidi in Italia. Per il 78% i suicidi sono al “maschile”. Tra le donne prevalgono i tentativi di suicidio, tra gli uomini il gesto, invece, è portato tragicamente a termine. Cambiano le modalità con cui gli uomini e le donne tentano o effettuano il suicidio.

Gli uomini utilizzano mezzi che spesso non lasciano scampo, ovvero l’impiccagione, il monossido di carbonio e le armi da fuoco, le donne, invece, tendono ad avvelenarsi con il sovradosaggio di farmaci e psicofarmaci.

Trecento suicidi al mese, dieci al giorno e di questi otto, in media, sono uomini. Nelle carceri nel 2025 si registrano 46 suicidi di cui 2 donne e 44 uomini. Silenzio assoluto dei media su numeri equiparabili ad una guerra quotidiana e senza fine. I suicidi degli uomini dopo separazioni o divorzi sono altissimi tanto che si parla di “emergenza invisibile” e tale dramma resta, anch’esso, sconosciuto allo sguardo dei più.

La motivazione della sostanziale indifferenza verso i suicidi maschili è da ritenere, in questo momento storico, legato al clima di pianificata ostilità verso gli uomini. A tamburo battente i media e la cultura omologata al “politicamente corretto” dipingono gli uomini come “violenti”. Si pone in essere un’operazione ideologica, poiché la violenza è sistemica, ma la si attribuisce agli uomini e mostrare con i numeri e con le singole storie la condizione di non pochi uomini potrebbe ribaltare il paradigma culturale in atto che li rappresenta come “naturalmente pericolosi”.

Le cronache hanno assunto una prospettiva manichea, in qualsiasi caso di violenza di genere si parte da un paradigma di condanna e infatti ancor prima di accertare i fatti le colpe sono attribuite agli uomini e ciò contribuisce a ingenerare un clima di sospetto verso gli uomini, i quali sono valutati come potenzialmente-naturalmente violenti. La faglia conflittuale che è stata introdotta è sostenuta da un lessico che veicola pregiudizi, preclusioni e solitudine verso gli uomini e, di conseguenza, anche per le donne. La solitudine degli uomini è speculare alla solitudine delle donne e di tutti.

Parole come femminicidio presuppongono il maschio perverso e socialmente pericolo e questo non è d’ausilio alle relazioni in nessun ambito. In questo quadro di “tensione” e “solitudine” i suicidi maschili, le cui cause possono essere molteplici, sono dunque ignorati. Non si vuole far emergere un problema sociale in cui gli uomini rappresentati come “aguzzini” rischiano di apparire come vittime di relazioni tossiche e di violenze psicologiche di cui anche le donne sono capaci. Non si vuole intervenire con politiche sanitarie, sociali e psicologiche di sostegno massicce, per uomini e donne in difficoltà, in quanto ciò implicherebbe “spese sociali”.

Miti e verità

I miti hanno sostituito la verità ed essi devono essere sostenuti con il semplicismo e l’oscuramento della stessa. Non pochi siti riportano che il numero dei suicidi tanto elevato tra gli uomini sia causato dalla “cultura maschile” poco propensa a mostrarsi fragile, poco incline a dialogare e tesa all’affermazione in campo lavorativo, per cui gli insuccessi sono vissuti come “fallimenti esistenziali” dinanzi ai quali si fugge con il suicidio.

Dovremmo rammentarci che ancora oggi le donne possono scegliere se lavorare o essere casalinghe, per gli uomini tale duplice possibilità non è contemplata. Le separazioni sono tra le cause dei suicidi, in quanto gli uomini perdono la casa e i figli. Le statistiche sono impietose e riportano che tra i padri separati il numero dei suicidi è tre volte più alto rispetto al restante genere maschile.

Ciò che sfugge a coloro che ricercano le cause dei suicidi maschili è il clima di giudizio che grava sugli uomini. Si può anche convincere gli uomini a mostrare le loro emozioni e a piangere, ma se nessuno li ascolta ed è disponibile a guardarli nella loro verità e realtà senza preclusioni non ha nessun senso mostrare le proprie fragilità. Naturalmente la solitudine maschile non è causata solo dal clima di giudizio sugli uomini, ma anche dal sistema liberista con relativa atomizzazione delle relazioni e di ciò soffrono egualmente donne e uomini.

In un quadro sociale in cui gli uomini sono perennemente descritti in termini negativi e giudicati come “colpevoli” la disponibilità alla parola, dunque, non può che uscirne contratta. Uomini soli e spesso oggetto di relazioni difficili i quali sanno che le loro parole non saranno credute finiscono per subire fino a mettere in atto il gesto estremo, in quanto il giudizio e il pregiudizio pesano come macigni sulle loro fragili vite.

Le donne, invece, sono ascoltate e sono accolte con attenzione, poiché nell’immaginario collettivo sono “sempre vittime”. Tale disparità non può che amplificare il dolore degli uomini e favorire i suicidi. Accusare gli uomini che tentano il suicidio o si uccidono di essere poco comunicativi senza contestualizzare tale comportamento è il “segno” di una realtà incapace di pensare la totalità sociale nella sua processualità. Il problema è dunque stratificato.

Stratificazione e complessità del problema

Vi è una prima dimensione generale: gli uomini si percepiscono come “superflui”. L’uomo è archetipo di esplorazione del nuovo e simbolicamente e materialmente ha la funzione di tagliare il cordone ombelicale che lega il figlio alla madre. Entrambe le funzioni sono sotto attacco dal sistema capitalistico. L’esplorazione del nuovo è inibita dal politicamente corretto, mentre la paternità è stata abbattuta in nome del “mercato e dei liberi consumi”. Il padre rappresenta il katechon all’illimitatezza.

L’uomo è tollerato come genitore solo se riproduce la madre, pertanto non può che vivere un sotterraneo conflitto interiore. La dimensione legislativa è spesso a favore delle donne, si pensi alle separazioni, i figli e la casa, in media, sono affidati alla madre. Negli ultimi decenni si è aggiunta la “lotta al patriarcato” che ha contribuito a far percepire gli uomini come “padroni” di cui ci si deve liberare, naturalmente i padroni e le padrone del sistema si sfregano le mani dinanzi a tali proteste, le quali non pongono in discussione le cause strutturali del disagio sociale.

I simboli femminili sono dunque divenuti preponderanti, pertanto gli uomini hanno perso il senso del loro esserci. L’essere umano necessita di dare significato autentico alla propria esistenza e ciò è cosa ardua per gli uomini in tale contesto. Il livello generale, legislativo e culturale producono un effetto psicologico che in situazione di fragilità e solitudine possono condurre al gesto estremo. I suicidi sono tragedie a prescindere dal genere, ogni volta che un essere umano si spegne per sua volontà, si alza un grido di dolore e di denuncia che coinvolge parenti, amici, compagni e comunità che quel grido non hanno ascoltato. Non si ha tempo per la cura delle persone in stato di difficoltà psichica e materiale, anzi il dolore è usato a fini ideologici e di business e questo dice tanto sulla realtà sociale e politica in cui siamo.

Il nostro sistema con i suoi piani reconditi è capzioso e di questo bisogna prendere atto. All’indifferenza bisogna opporre la prassi politica e l’umanesimo socialista i quali sono sintetizzabili nell’affermazione di Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto" ("Sono un essere umano, niente di ciò che è umano ritengo estraneo a me")

Riporre al centro la realtà e la condizione umana dei sussunti è il primo passo del lungo cammino che potrebbe condurre all’esodo dalla violenza sistemica del capitalismo nella sua fase apicale e decadente.


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