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Sul pacifismo intransigente

Il pacifismo deve essere intransigente perché ogni preparazione alla distruzione è già, in sé, una distruzione della nostra umanità.

di Laura Tussi - giovedì 2 aprile 2026 - 237 letture

Già nel titolo, in questa constatazione radicale, si individua il punto da cui ripartire: rifiutare la rassegnazione, opporsi all’idea che la scomparsa della civiltà umana possa essere accettata come uno scenario tra i tanti, gestibile attraverso strumenti tecnici o calcoli strategici. Di fronte alla crisi globale — politica, climatica, antropologica — la nonviolenza non appare più soltanto come un’opzione etica, ma come una bussola necessaria per ritrovare orientamento e dignità.

Applicare il Satyagraha, la “forza della verità” resa storicamente concreta da Gandhi, alla complessità geopolitica contemporanea significa accettare una sfida esigente. Non si tratta di formulare nuovi dogmi né di rifugiarsi in un linguaggio morale autosufficiente, ma di costruire uno spazio di riflessione critica capace di confrontarsi con la realtà, di riconoscere i propri limiti e di correggersi. Solo così il pacifismo può restare vivo, sottraendosi al rischio di ridursi a formula astratta, incapace di incidere sui processi storici.

I segnali di una trasformazione profonda sono già visibili nelle crepe che attraversano le forme tradizionali del potere. Il fallimento del progetto referendario promosso dal governo guidato da Giorgia Meloni sulla separazione delle carriere non rappresenta soltanto una battuta d’arresto tecnica, ma rivela la crisi di una più ampia pretesa egemonica: quella di un “Sovrano” capace di imporre dall’alto una visione unitaria della società. Analogamente, la parabola politica di Donald Trump e le tensioni legate alla leadership di Benjamin Netanyahu mostrano i limiti di modelli fondati sulla verticalità del comando e sulla centralità della forza. In contesti differenti emerge una medesima dinamica: la crescente difficoltà di governare una realtà interdipendente attraverso strumenti concepiti per un mondo più semplice e separato.

Questa crisi del “Sovrano” non implica automaticamente l’emergere di un ordine più giusto. Al contrario, può aprire spazi di instabilità in cui si rafforzano risposte ancora più pericolose. Tra queste, la logica della deterrenza occupa un posto centrale. L’idea che l’equilibrio possa essere garantito dall’accumulo di strumenti di distruzione — che l’introduzione di nuove capacità nucleari in contesti fragili possa produrre stabilità — si rivela, a ben vedere, una costruzione estremamente fragile. In sistemi caratterizzati da tempi di reazione ridotti, tecnologie automatizzate e margini di errore inevitabili, basta un incidente per trasformare la sicurezza in catastrofe. La deterrenza non elimina il rischio: lo sospende, lo distribuisce nel tempo, lo rende sistemico.

Per questo il pacifismo contemporaneo deve compiere un salto di qualità. Non può limitarsi a denunciare la violenza; deve smontarne le categorie, rivelarne le contraddizioni interne, mostrare come la promessa di sicurezza fondata sulla minaccia di annientamento sia, in realtà, una forma di nichilismo istituzionalizzato. In questa prospettiva, strumenti come il Trattato di proibizione delle armi nucleari assumono un significato che va oltre il piano giuridico: rappresentano tentativi di ridefinire ciò che è considerato accettabile nella sfera politica, sottraendo legittimità alla logica della distruzione.

Nel frattempo, il quadro delle minacce si è ampliato ben oltre il dominio militare. Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, la militarizzazione delle tecnologie emergenti e lo sviluppo incontrollato delle biotecnologie condividono un medesimo paradigma: quello del dominio sulla vita. In questo contesto, la nonviolenza si rivela sempre più come una necessità biologica, prima ancora che etica. Non si tratta soltanto di evitare la guerra, ma di ripensare il rapporto stesso tra umanità e mondo, abbandonando una logica di sfruttamento che, portata alle sue estreme conseguenze, diventa autodistruttiva.

Rifiutare la preparazione alla guerra significa interrompere la catena del “male minore”, quella sequenza di giustificazioni che rende accettabile ogni escalation in nome di un pericolo maggiore. Significa anche riconoscere le continuità nascoste tra ambiti apparentemente distinti: il nucleare civile e quello militare, ad esempio, non sono separati da una linea netta, ma fanno parte di una stessa filiera tecnica ed etica. La distinzione giuridica tra uso pacifico e uso bellico non elimina le implicazioni profonde di una tecnologia che gestisce forze di distruzione estrema.

In questo scenario, la nonviolenza non può più essere liquidata come utopia. Al contrario, appare come una forma di realismo radicale: la consapevolezza che la sopravvivenza dell’umanità richiede un cambiamento di paradigma. Non si tratta di negare i conflitti, ma di sottrarli alla logica dell’annientamento, costruendo modalità di gestione che non compromettano le condizioni stesse della vita.

La crisi attuale non richiede soluzioni totali e immediate, ma orientamenti affidabili. In un contesto segnato da incertezza e complessità, ciò che diventa decisivo non è la capacità di illuminare l’intero orizzonte, ma quella di individuare direzioni praticabili. Il riconoscimento dell’interdipendenza globale impone di ripensare la sicurezza come bene condiviso, non come proprietà esclusiva. Il rafforzamento degli strumenti di disarmo indica la possibilità di tradurre i principi in norme. L’obiezione di coscienza, estesa a dimensione collettiva, suggerisce un metodo per riallineare mezzi e fini. E la forza vitale che si manifesta nelle mobilitazioni civili testimonia che esiste ancora una capacità diffusa di resistere alla rassegnazione.

La nonviolenza, in questa prospettiva, non è inerzia né passività. È azione consapevole, capace di confrontarsi con la complessità senza cedere alla tentazione della semplificazione violenta. Non è debolezza, ma lucidità: la capacità di vedere le conseguenze delle scelte prima che esse si compiano pienamente. Non è un sogno astratto, ma la condizione minima per continuare a essere umani in un’epoca in cui l’umanità dispone dei mezzi per autodistruggersi.

Se esiste ancora una possibilità di futuro condiviso, essa passa necessariamente da qui: non come promessa garantita, ma come scelta esigente; non come rifugio ideale, ma come responsabilità storica.


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