Su Salvatore Toma
Il 17 marzo 1987 moriva a trentacinque anni Salvatore Toma, poeta salentino a molti sconosciuto.
Il 17 marzo 1987 moriva a trentacinque anni Salvatore Toma, poeta salentino a molti sconosciuto, moriva in un letto d’ospedale di Gagliano del Capo. Le sue poesie sono un corpo a corpo con la morte e con il nichilismo.
Tra le sue parole parla un’epoca e si mostra in tutta la sua ferocia il tempo apocalittico che stiamo vivendo. Salvatore Toma sentiva aleggiare la morte e il niente nel suo quotidiano. Non una presenza spettrale ed evanescente, ma la morte era per lui il fondamento del suo tempo. Il capitalismo che si delineava a tinte sempre più fosche e con una capacità tecnocratica di cannibalizzare l’ambiente e la vita egli lo guardò, pensò e sentì con i suoi versi.
“La notte nera del capitale” è nel capodoglio spiaggiato e stanco che nel momento della sua massima fragilità è aggredito dai pescatori per farne scempio. Le lame che lo attraversano e sezionano irridono alla vita sconfitta e la riducono a gioco fino alla presenza abissale della divinità che li punisce rendendoli mendicanti e venditori di cianfrusaglie.
Gli esseri umani persa l’innocenza e l’empatico sentire oceanico sono solo mendicanti che tutto riducono a plusvalore. Sono puniti. Anche la loro natura si abbassa e si disperde. La luce solo per un attimo con la sua metafisica presenza li svelò nella loro feroce verità scolpita sui loro volti informi e disperati. Alla fine il poeta con l’ambivalenza che lo connota si augura che si possa vivere come falchi che mendicano distanti da tutto.
La grandezza morale porta ad una solitudine voluta, ricercata e necessaria. Chiunque osi interrompere il ciclo di morte e sangue non può che volare alto e sottrarsi alla violenza del mondo. Il falco è mendicante perché libero della gravità oppressiva del possesso che tutto macina nel suo tremendo annientamento delle vite. Per tornare ad essere falchi bisogna passare per l’esperienza della verità-luce che svela l’abisso del male che alberga nell’essere umano e nelle sue relazioni. Divergere dal male è possibile, coloro che osano inerpicarsi per tali sentieri ritroveranno se stessi nella solitudine dello spirito:
“Avanzava il capodoglio
nella notte nera
a gran velocità
enorme
aveva lasciato
l’immensità dell’oceano
per venire a morire sulla sabbia.
Sfrecciava tra i bagnanti
senza toccarli
senza nemmeno sfiorarli
non vedeva che la morte
davanti a sé il sonno eterno
il plagio irreversibile
lì fra le scogliere.
Ma una volta arenato
i pescatori gli tagliarono
il ventre con lame acuminate
lo rimorchiarono al largo
giocavano con l’idea
di veder l’acqua tingersi di rosso
divertendosi a corrompere usurpare
la purezza invincibile del mare.
Allora dalla vicina scogliera
un dio superbo un po’ demone
sottoforma di mantello
volò nell’aria
catturò i vigliacchi
li frustò allo svenimento
li rese mendicanti
spogli di tutto
venditori per le vie del mondo
di collane ciondoli souvenirs
quadretti raffiguranti
corpi marini balenotteri
squali scene segrete
del profondo mare.
Il cielo inabissò
nel vuoto più completo
solo una luce strana violenta
riservata ai grandi eventi
serpeggiò nell’aria
per un attimo illuminò l’oceano
e gli uomini si tinsero
dei loro veri volti
crudeli spaventosi
ineguagliabili belve
senza forma e senza speranza.
Io spero che un giorno
tu faccia la fine dei falchi,
belli alteri dominanti
l’azzurrità più vasta,
ma soli come mendicanti”.
[Quad. XIX, 11 ]
La poesia, oggi, vive la sua notte oscura, perché è inutile e dunque per il capitale è uno scandalo. Ciò che è inutile è sottratto al mercato, resiste alle transazioni e dunque il mercato prontamente rimuove ciò che dimostra che esso non è tutto. Salvatore Toma fu un grande poeta del nostro tempo rimosso dall’industria culturale che predilige solo ciò che il mercato prescrive.
Leggere i suoi versi al limite del fiabesco e della critica sociale significa volare alto e guardare dall’alto l’unità indivisa del male che tutto pervade e a cui ci si può sottrarre con lo sguardo acuto dei falchi che nuotano nel blu della libertà. Chi è il poeta? Sono le sue parole a definirlo nel Canzoniere della morte:
“Il poeta esce col sole e con la pioggia
come il lombrico d’inverno
e la cicala d’estate
canta e il suo lavoro
che non è poco è tutto qui.
D’inverno come il lombrico
sbuca nudo dalla terra
si torce al riflesso di un miraggio
insegna la favola più antica”.
La poesia è scandalo, è libertà perché tocca la vita e la vive in pienezza.
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