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Storie di ordinaria collusione: sciolto il Comune di Orta Nova nel Foggiano

La prevalente economia agricola porta con sé, in virtù delle attività delinquenziali dei mafiosi locali, reati quali il caporalato, lo sfruttamento della manodopera straniera

di francoplat - martedì 22 agosto 2023 - 1060 letture

Un paese di circa 17000 abitanti, nel Basso Tavoliere, a vocazione agricola, inserito in un contesto depresso dal punto di vista socio-economico e azzannato dalla mafia locale, una delle componenti della cosiddetta “quarta mafia”, che comprende la “Società foggiana”, la criminalità cerignolana, quella sanseverese e i gruppi criminali garganici. Più nello specifico, Orta Nova è sotto il dominio del clan Gaeta, che vanta stretti legami parentali con una delle “batterie” della Società foggiana e nato come ramo della criminalità organizzata cerignolana. Non solo, quella ortese è una mafia capace di intessere relazioni criminali con altre consorterie, come dimostra lo sventato tentativo di rapina al caveau di una banca nel Bresciano insieme a esponenti della ‘ndrangheta, della criminalità di Cerignola e di quella garganica e barese.

La prevalente economia agricola porta con sé, in virtù delle attività delinquenziali dei mafiosi locali, reati quali il caporalato, lo sfruttamento della manodopera straniera, i reati ambientali e, più in generale, quelli ascrivibili alle agromafie. Nel complesso, è una mafia aggressiva, quella foggiana, assurta, almeno stando alle parole dell’allora Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Federico Cafiero de Raho, al ruolo di «nemico numero uno dello Stato italiano». Era il 2020, la mafia provinciale aveva già all’attivo una considerevole carriera criminale. Si tratta di una mafia organizzatasi tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, inizialmente come emanazione delle mire espansionistiche della Nuova camorra organizzata che aveva dato vita alla Nuova camorra pugliese, nella quale presero immediatamente il controllo della situazione i criminali foggiani. Un’organizzazione senza un vertice unico e con i gruppi locali tesi a perseguire le rispettive attività illecite, ma capaci di trovare elementi di interconnessione e di mutua assistenza e, inoltre, in grado di tenere insieme le tradizionali attività delinquenziali – a quelle già richiamate, si affiancano infatti il traffico di stupefacenti, il contrabbando, il commercio di armi, le estorsioni – con tipologie di reato più moderne e in linea con quelle di altre consorterie criminali: infiltrazione nel mercato legale e, per ciò che qui interessa, il condizionamento profondo delle pubbliche amministrazioni.

La vicenda che riguarda Orta Nova è contestualizzabile proprio in questa cornice, perché, con decreto del Presidente della Repubblica del 18 luglio 2023, il Comune è stato sciolto per tangibili infiltrazioni della cosca locale nella pubblica amministrazione e affidato a una commissione straordinaria per 18 mesi. Su queste stesse pagine, nel novembre dello scorso anno, si dava conto della legge relativa allo scioglimento degli enti pubblici a seguito dello svuotamento dell’autonomia gestionale e organizzativa dell’istituzione, asservita ai voleri e/o alle pressioni delle mafie. In quell’occasione, si faceva notare come la Puglia annoverasse il 6% del totale nazionale degli enti commissariati. In particolare, restringendo il focus sulla provincia foggiana, negli ultimi otto anni sono stati sciolti i comuni di Monte Sant’Angelo, Mattinata, Manfredonia, Cerignola e Foggia, il capoluogo. Solo per dare conto della pregnanza del problema, si ricorda che circa l’8% della popolazione italiana, ossia 5 milioni di abitanti, è vissuto e vive in comuni sottoposti a decreto di scioglimento.

Ora tocca a Orta Nova. Qualche giorno fa, testate locali e quotidiani nazionali hanno dato visibilità alla vicenda, in virtù di un dato, per così dire, pregnante, ossia l’asservimento del sindaco alla famiglia mafiosa dominante, i Gaeta. Il fatto in sé è rilevante: a seguito dell’uccisione di Andrea Gaeta, figlio del presunto boss locale, il Questore vieta la celebrazione di funerali pubblici, per i quali erano stati lo stesso sindaco, Domenico Lasorsa, e il presidente del Consiglio comunale, Paolo Borea, a intercedere presso il prefetto, che aveva però ribadito la necessità di mettere in atto le disposizioni questorili. Ignorando queste ultime, il sindaco decide di proclamare il lutto cittadino con esposizione della bandiera a mezz’asta listata a lutto e invitando i commercianti del territorio a interrompere le attività in concomitanza delle esequie. E partecipa ai funerali, porgendo al clan le condoglianze di tutta la cittadinanza ortese, accompagnato da Borea. Si ritornerà sui due.

Tutto ciò accadeva il 9 settembre dello scorso anno. Ad aprile di questo, il sindaco rassegna le dimissioni, il Consiglio comunale viene sospeso e, ora, commissariato. Non prima, però, che fosse insediata una commissione di indagine la cui analisi della gestione dell’ente da parte dei pubblici poteri di Orta Nova portasse a galla degli elementi «concreti, univoci e rilevanti (…) su collegamenti diretti e indiretti degli amministratori locali con la criminalità organizzata di tipo mafioso e su forme di condizionamento degli stessi». Su quelle pagine, peraltro, è vergato nero su bianco che l’amministrazione comunale di Orta Nova viveva in una condizione di «succubanza psicologica» nei confronti del clan Gaeta operante nella città.

L’indagine è reperibile in Rete, è firmata dal Prefetto di Foggia, Maurizio Valiante, e presenta in circa ottanta pagine l’esito del minuzioso controllo operato sul Comune di Orta Nova. Si tratta di materiale da cui sono stati espunti con un omissis tutti i nominativi degli interessati dall’inchiesta prefettizia, ma che illumina adeguatamente il contesto e le relazioni torbide fra amministratori e mafiosi, l’uso, per così dire, elastico delle procedure amministrative, le aree di interesse del clan locale morbidamente confezionate per lui dai pubblici poteri ortesi, quanto meno di una parte di essi.

Merita una qualche attenzione questo documento, perché tra le pieghe di una certa, inevitabile secchezza burocratica si fa largo un racconto quotidiano e ordinario di ordinario svillaneggiamento della legge, dei diritti collettivi, delle risorse pubbliche, della cosiddetta democrazia, intesa come volontà comune in difesa degli interessi di parte. Attraversando quelle ottanta pagine, la celebrazione dei funerali del giovane Gaeta appare soltanto uno dei tanti oltraggi alle regole comunitarie, peraltro non limitato alla sola manifestazione della deferenza dei poteri istituzionali ai poteri mafiosi in occasione del rito funebre. Perché, addentrandosi nelle osservazioni di Valiante, si scopre, ad esempio, che, pochi giorni dopo le esequie, lungo una strada provinciale campeggiava un cartellone metallico abusivo, lungo due metri e alto un metro, su cui erano presenti diverse foto del defunto e una scritta: «È per te questo bacio nel vento / te lo manderò lì con almeno altri cento». La rimozione del cartellone a opera della polizia trovava, come sottolinea il prefetto, assenti i pubblici amministratori, né tanto più presenti si erano dimostrati a fronte di un ulteriore manifesto, rinvenuto nel marzo successivo su un’altra provinciale, recante la scritta; «Ovunque sarai – ovunque sarò in ogni gesto io ti cercherò. Andrea vive». Discorso analogo un mese dopo, lo striscione ricomparve dopo la rimozione, l’ente pubblico nicchiava o si dava per assente e ancora assente sarà, in questo tira e molla tra forze dell’ordine e mafiosi, quando, tre giorni dopo, il cartellone si materializzò nuovamente, stavolta sul terreno di un gestore di onoranze funebri che aveva offerto l’apposizione dello striscione gratuita. Contattata dalle forze dell’ordine, la polizia locale dichiarava la propria incompetenza a gestire il problema e il sindaco si trincerava «dietro un ossequioso silenzio» (corsivo nel testo).

Quale migliore attestazione di quello che si definisce “controllo del territorio”? Omertà, favoreggiamento, deferenza, rispetto per i poteri dominanti e abrasione del senso dello Stato. E la storia non finisce qui, non si limita, come si è detto, alla morta del giovane Gaeta. Perché dalla relazione citata si evince che l’inchino del sindaco si accompagna a un «generale disimpegno istituzionale che di fatto ha consentito una “compiacenza” dell’Ente per imprese contigue a realtà mafiose accertate, in cui ritorna assordante l’eco del clan Gaeta». Quali imprese? Quelle che investono il sindaco stesso o la figura del presidente del Consiglio comunale, Borea, di cui la relazione sbozza un ritratto inquietante, denso di rapporti parentali e amicali con esponenti della mafia locale e non, in perenne compagnia del cognato pregiudicato e di un altro criminale legato al clan Gaeta. In loro presenza e con la presenza legittimante del sindaco Lasorsa, si è discusso del bando di gara per il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani di Orta Nova. In tal senso, la relazione prefettizia definisce Borea «una sorta di “cavallo di Troia” per l’infiltrazione della mafia nella gestione della res publica».

E a Lasorsa e a Borea, vanno poi aggiunti altri consiglieri comunali, tra i quali l’ex sindaco ortese, già indagato per truffe ai danni delle assicurazioni, e ancora il vice-sindaco, Mara Ghezza, avvocatessa cugina di un fiancheggiatore del clan Gaeta, e alcuni assessori comunali, i quali insieme tessono una tela di ragno parentale e di cointeressenze economiche e compagnie elettive che danno testimonianza della storia stessa della mafia locale egemone, dalle sue origini cerignolane ai suoi legami con una “batteria” della Società foggiana (Moretti – Pellegrino – Lanza). Il quadro si arricchisce, inoltre, di alcuni dipendenti comunali, a partire dalla responsabile del settore economico-finanziario e personale – sorella di una figura storica del clan Gaeta e convivente con un membro della polizia locale con precedenti per porto abusivo d’armi e ricettazione – e per la cui assunzione i criteri selettivi sono stati confezionati ad hoc dall’ente comunale che, anziché ostacolare i tentativi di colonizzazione degli interessi mafiosi, li ha inequivocabilmente favoriti. E ancora e già nel lontano 1991, veniva inserita nella polizia locale l’attuale vice-comandante, pure in questo caso con una buona dose di aggiustamenti delle procedure selettive – non aveva, fra le altre cose, il possesso della patente B – non incomprensibili se si considera che la stessa è inserita in un contesto relazionale in cui «troneggia storicamente» la figura del boss locale, con la cui consorte la vice-comandante si fa ritrarre ordinariamente sui social, manifestando intimità e reciprocità. Senza contare, poi, che il servizio di scuolabus era affidato a un soggetto contiguo ad ambienti mafiosi, con precedenti per porto abusivo di armi e attività venatoria con mezzi vietati e, di recente, arrestato per fabbricazione e detenzione di materie esplodenti.

Questo è il quadro, tutt’altro che completo, della pubblica amministrazione ortese; ovviamente per ciò che concerne quelle figure di rilievo o comunque inserite nell’apparato gestionale con rilevanti e indubitabili contatti con il clan dominante. Se dagli attori si passa agli atti, ecco che si dispiega dinanzi al lettore la curvatura degli interessi dei Gaeta e la loro longa manus sull’ente comunale: dai lavori per la costruzione di una R.S.S.A. ai servizi cimiteriali, dai lavori di completamento del sistema di illuminazione e di videosorveglianza nella villa comunale alla gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata e, ancora, all’attività amministrativa in materia edilizia e urbanistica. Sarebbe lungo entrare nelle specificità di ogni illecito, ma vale la pena sottolineare, a livello generale, che la relazione prefettizia ascrive al Comune di Orta Nova la «costante disattenzione per le cautele antimafia» previste dalla legge. Detto con altre parole, i Gaeta determinavano, di fatto, gli orientamenti nelle materie sopra indicate, decidendo dove e a chi avrebbero dovuto essere destinati i soldi pubblici: ovviamente a sé stessi e agli amici o agli amici degli amici.

Vale almeno la pena evocare l’atteggiamento del sindaco dinanzi alla questione dei beni confiscati alla mafia, atteggiamento che si è tradotto nella sostanziale inerzia verso la questione, sia non rispondendo a una richiesta del prefetto che chiedeva lumi relativamente a tali beni nel comune ortese, sia non presenziando a una conferenza indetta, nel novembre 2022, dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata per valutare la disponibilità dei comuni stessi ad acquisire tali beni. Incisivo è il commento del prefetto nella più volte citata relazione, che ritiene simbolico il comportamento di indifferenza degli amministratori locali e che assume un valore non equivocabile: da un lato, cioè, l’Ente rinuncia alla presa in carico di un patrimonio pubblico da destinarsi per usi sociali e, dall’altro, conferma «l’esistenza di “intoccabili” nel Comune di Orta Nova».

La relazione prosegue, traccia vicende e fatti, più o meno eclatanti, ma tutti riconducibili a un denominatore comune, l’egemonia indiscussa del clan e l’asservimento, interessato e partecipe o meno, dei pubblici poteri. Come precisa il prefetto, sottolineando che tale situazione precede la disciolta realtà comunale, i fatti in questione evidenziano un contesto politico-amministrativo «in cui si assiste a una vera e propria “decomposizione” del munus pubblico, asservito a rapporti tenuti a titolo personale con esponenti della criminalità organizzata».

Non c’è bisogno di aggiungere altro. Orta Nova non è la penisola, ne è solo un segmento, piccolo, ma non per questo meno rappresentativo di una quotidianità che fatichiamo a ricordare, che derubrichiamo come caso isolato o lontano, che ignoriamo o che inseriamo nel cassetto dell’antropologia mafiosa del Sud, di un certo Sud. Certo non è facile dimenticare sindaco e presidente del Consiglio comunale recarsi dal prefetto, perché il figlio del boss venga onorato, da morto, dalla cittadinanza. Lasorsa e Borea, come Totò e Peppino in veste tragica, Totò, Peppino e la malavita – mi perdoneranno De Curtis e De Filippo per l’indebito accostamento –, due maschere tanto contemporanee, due uomini che indossano quella banalità del male così banale da apparire abitudine e, come tale, da risultare digeribile, quasi naturale. Con buona pace degli ortesi – quanti? – che avrebbero volentieri evitato che le condoglianze al piccolo feudatario violento fossero porte a nome loro.


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