Storia economica secc. XVIII-XIX

Sintesi del testo di Giuseppe Di Taranto, Introduzione alla Storia economica, in AA.VV., Storia dell’economia mondiale (secc. XVIII-XX), seconda edizione, Monduzzi editore, Bologna 1996
di Pina La Villa - venerdì 1 dicembre 2006 - 7199 letture

Giuseppe Di Taranto, Introduzione alla Storia economica, in AA.VV., Storia dell’economia mondiale (secc. XVIII-XX), seconda edizione, Monduzzi editore, Bologna 1996

Capitolo secondo – I sistemi economici

Le origini

Sistema economico è l’insieme delle forme istituzionali, dei rapporti giuridici, della strutture sociali e delle modalità di organizzazione della produzione che regolano l’attività economica dell’uomo.

Da questo punto di vista è possibile distinguere nella storia il succedersi, alle origini, delle formazioni comunitarie (proprietà collettiva della terra e lavoro e distribuzione su base individuale-familiare, clan e villaggio; non esistono rapporti mercantili di scambio. Attualmente in Africa fra le popolazioni Bantu, ashanti, Haussa) tributarie (la casta dominante percepisce un tributo dai contadini e questo genera un surplus, alto nel caso dell’antica Cina e dell’antico Egitto, basso nel caso degli Aztechi o degli Incas) schiavistiche (lavoro degli schiavi che produce un certo surplus, che si unisce a quello derivante dall’esportazione.Città stato della Grecia, Impero romano), e, più recenti e complessi, i sistemi feudale, capitalistico e collettivistico.

L’economia medievale

Il sistema economico feudale dell’Europa centro occidentale, nel periodo compreso tra l’ottavo ed il tredicesimo secolo, è stato definito come una organizzazione della produzione fondata sulla combinazione di terra signorile e lavoro servile, finalizzata all’uso dei beni prodotti. (Il sovrano cedeva la terra al feudatario, quest’ultimo ai suoi vassalli in una struttura gerarchizzata che giungeva fino ai servi della gleba, che erano tenuti a prestazioni lavorative ordinarie e straordinarie sulla pars domininica del feudo - cioé la terra che apparteneva direttamente al signore (domimus) e a pagare un censo per l’uso della parte massaricia del feudo, il manso, che i servi coltivavano e nella quale abitavano). Fino al secolo XI, il feudalesimo si configurò come un’economica chiusa, basata sull’autoconsumo, sugli scambi in natura, e sull’assenza di rapporti mercantili fondati sulla moneta. Questo sistema, in assenza di un mercato, impediva la creazione di un surplus (cioé la parte di produzione non consumata) e la commercializzazione, ed era soggetto a continue carestie ed epidemie.

Alcuni mutamenti si verificarono intorno al secolo XII quando, con la cessazione delle invasioni barbariche, la popolazione dell’Europa occidentale entrò in una fase accelerata di crescita che durerà fino alla peste della metà del XIV secolo.

Questi mutamenti introdussero alcuni elementi di dinamismo nella produzione, nella distribuzione della ricchezza, nel commercio, ma soprattutto si poté assistere alla trasformazione della rendita in natura in rendita monetaria grazie al contributo dell’economia cittadina. Ma le città non erano l’elemento dominante. L’agricoltura rimaneva la base del sistema feudale.

La transizione al capitalismo. Il mercantilismo

Il sistema economico mercantile, o mercantilismo (XV-XVIII secolo), si fondava sul commercio su grandi distanze e sull’acquisizione di profitti monopolistici derivanti dalla differenza dei costi e del valore d’uso dei prodotti tra le diverse aree geografiche. In pratica è il sistema che nasce dopo la scoperta dell’America e che mette in relazione l’Europa con l’Asia (spezie), con l’America (materie prime come il cotone), e con l’Africa (commercio degli schiavi).

La prosperità del mercantilismo dipendeva dal controllo che sulle relazioni di scambio era in grado di esercitare lo Stato: l’autorità centrale incamerava , attraverso la politica fiscale, parte della ricchezza accumulata dai mercanti, e la investiva per sviluppare il commercio stesso. Si trattava dunque di un sistema mercantile-tributario le cui premesse furono la ripresa del ciclo economico di lungo periodo, la costituzione degli stati nazionali, la colonizzazione che seguì alle grandi scoperte geografiche.

La popolazione e il commercio

La popolazione europea passa da 67 milioni nel 1500 a 100 nel 1700. Questo aumento è accompagnato da un’accelerata urbanizzazione e dall’accrescimento della domanda di prodotti agricoli (che viene soddisfatta e ampliata dal migliore uso dei fertilizzanti e da nuove colture e attrezzature). Gli scambi però erano limitati dal sistema di produzione medievale basato sulle corporazioni che erano adatte al commercio locale ma ormai inadeguate ad affrontare le trasformazioni dovute alla fine del particolarismo feudale (la nascita degli stati consentiva relazioni e scambi più ampi) e dell’universalismo della Chiesa (la riforma protestante che considerava il lavoro, la parsimonia e l’operosità valori fondamentali della vita terrena e strumenti per la stessa salvezza ultraterrena).Man mano che l’importanza degli scambi e la ricchezza che ne derivava aumentava, la Chiesa tolse il divieto dell’usura.

Ma per capire il sistema mercantilistico è soprattutto importante considerare la nascita e alcuni caratteri dello Stato moderno, che si impone nel corso del XVII secolo.

La nascita dello Stato moderno e l’affermarsi della borghesia vanno di pari passo. Secondo J.K. Galbraith, il mercante era emerso dalle ombre feudali e godeva di un crescente prestigio già nel XV secolo (per esempio a Venezia, Firenze, Bruges, Amsterdam e Londra). I grandi commercianti non erano una presenza influente nel governo: essi erano il governo. Ma furono le scoperte geografiche e i consistenti traffici che esse animarono a creare una vera e propria compenetrazione tra Stato e commercio e ad avviare verso la massima espansione il sistema mercantile. I traffici con l’Africa, con l’India e, successivamente, con il nuovo mondo causarono un cambiamento delle rotte e dell’economia internazionale, grazie all’importazione di prodotti fino ad allora in parte sconosciuti, di materie prime e, soprattutto, di metalli preziosi. Il consistente aumento di questi ultimi condusse mercanti e statisti a identificare la ricchezza nel possesso di oro e argento. A tal fine, i governi cercarono di intensificare le attività produttive rivolte all’esportazione (vendere all’estero significava venire in possesso di monete che allora erano fatte d’oro e d’argento) e di proteggere e stimolare il commercio verso l’estero attraverso la conquista di più vasti imperi coloniali e la concessione di condizioni di monopolio , per determinate rotte o traffici, a compagnie (per esempio la Compagnia inglese delle Indie orientali, che monopolizzava il commercio con l’Asia) che col tempo assunsero la forma di società anonime.

La politica mercantile fu diversa nei vari Stati:

la Spagna incamerava e conservava all’interno dello stato (tesaurizzazione) i metalli preziosi che importava dai suoi possedimenti nelle americhe (in particolare dal Messico) e stabilì che i beni venduti all’estero fossero pagati in moneta e quelli acquistati scambiati invece con prodotti nazionali (aspetto particolare del mercantilismo che viene chiamato bullionismo).

L’Inghilterra diede un forte impulso alla marina mercantile per incrementare, attraverso i noli (prezzo relativo al trasporto di merce) le proprie riserve di metalli preziosi. Inoltre l’Atto di navigazione del 1651 sancì il monopolio dei trasporti con le proprie colonie proibendo alle navi straniere di importare prodotti da esse.

In Francia il mercantilismo assume il nome di colbertismo, dal nome del ministro Colbert che fece una politica basata sulla stimolazione della produzione interna (manifatture nazionali che producevano merci di lusso da destinare all’esportazione) e sulla creazione di compagnie commerciali monopolistiche.

Da questi principi si discostò soltanto l’Olanda che concesse piena libertà di esportazione dei capitali. Ciò fu dovuto al fatto che, avendo una flotta che non temeva confronti, l’Olanda si era specializzata nella intermediazione finanziaria. Nella Borsa di Amsterdam si negoziavano azioni delle maggiori compagnie mercantili e titoli del debito pubblico di numerosi altri stati, mentre nella sua Banca dei cambi si accentravano depositi provenienti da ogni Paese. La sua moneta aveva corso in tutte le nazioni e ciò la pose al riparo dalla svalutazione che derivava invece in altri paesi dal fatto che veniva ridotta la quantità di metallo nelle monete per far fronte alle esisgenze del fisco. Anche se alcuni sostengono che la decadenza dell’Olanda fu dovuta al fatto che i suoi ricchi cittadini si limitarono a un certo punto a essere percettori di rendita finanziaria e quindi a non produrre né commerciare, in realtà la decadenza fu dovuta al fatto che man mano si affermarono la Francia e l’Inghilterra, soprattutto, alla fine del ’700, grazie al fatto che svilupparono le prime forme moderne di capitalismo.

Conclusioni

L’analisi dei mercantilisti fu carente. Essi confusero la ricchezza con la moneta e non compresero che il prevalere delle esportazioni sulle importazioni (bilancia commerciale attiva) e quindi l’incremento della quantità di metalli preziosi comportava l’aumento dei prezzi.

Ma è in Inghilterra ( Mun e Tucker) e in Francia che nasce una nuova concezione della ricchezza. In particolare in Francia quella dei fisiocrati (Quesnay e Turgot): primato dell’agricoltura in quanto unica forma di produzione in grado di creare surplus ( chiamato dai fisiocrati prodotto netto) mentre le altre forme non fanno altro che sommare valori già esistenti (i manufatti sono il prodotto della materia prima impiegata e del lavoro umano, mentre nelle produzioni agricole incide per esempio il clima, oltre che la fertilità della terra).

Ciò vuol dire che la nascente economia politica assimila la ricchezza alla produzione e al lavoro anziché alla moneta e allo scambio.

Il capitalismo industriale e la nascita dell’economia politica

Il capitalismo è un sistema economico caratterizzato dalla formazione e dall’impiego produttivo del capitale, dalla divisione internazionale e libertà del lavoro e fondato sull’impresa, sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sull’economia di mercato. Tutti insieme, questi tratti si presentano solo nella prima rivoluzione industriale.

Il commercio su grandi distanze aveva permesso alla borghesia mercantile di accumulare capitale. A questo commercio è legata infatti anche la nascita della banca che, secondo alcuni studiosi, è uno degli elementi più importanti del capitalismo sin dal Cinquecento. La progressiva accumulazione di capitale, il diffondersi di strumenti che ne assicuravano la tutela e ne valorizzavano ulteriormente la funzione spinsero il mercante ad allargare la propria azione alla sfera della produzione, prima domestica (lavoro a domicilio) poi manifatturiera. Già nel basso medioevo (XII-XV secolo) nelle città il dominio delle corporazioni dei mercanti su quelle degli artgiani aveva fatto sì che prendesse spazio la figura del mercante-imprenditore.

Il putting-out, che regolava la manifattura a domicilio dei panni di lana, segnò l’inserimento del mercante nell’ambito della produzione: il mercante vendeva al tessitore la materia prima per poi riacquistarla manufatta.

Il putting-out rappresentò anche un esempio di divisione internazionale del lavoro. Gli allevatori inglesi vendevano la lana agli imprenditori fiamminghi che la “davano fuori” (put it out) ai filatori e ai tessitori per la trasformazione in panno.

Quando le corporazioni reagirono al potere dei mercanti, questi concentrarono la produzione nelle campagne, dove il maestro era sostituito da un sorvegliante che vigilava sulle singole industrie domestiche. E fu nelle campagne inglesi che il putting-out introdusse uno degli elementi peculiari del capitalsimo moderno: il salario, pur se nella fattispecie di cottimo. A differenza del mercante delle Fiandre, che vendeva la lana grezza e acquistava i manufatti, l’imprenditore inglese era proprietario della materia prima e generalmente degli stessi strumenti della produzione. Il salario che egli erogava remunerava il lavoro contenuto nel processo di trasformazione del prodotto ed era in rapporto alla quantità di quest’ultimo. Nel domestic system (produzione a domicilio) i lavoratori diventano dei salariati a contratto, sempre più dipendenti dai capitalisti. Il factory-system – o sistema della manifattura – si diffuse quando i capitalisti accentrarono i telai nelle loro abitazioni o in edifici appositamente adibiti reclutando lavoratori liberi (cioé non appartenenti alle corporazioni che avevano la funzione di tutelare il lavoro). Il factory-sistem si diffuse in Inghilterra già a partire dal ’500, e negli altri paesi fu sorretto dalla politica mercantilistica. Ma non sempre aveva operai salariati, spesso era statale e non finalizzata al consumo di massa, mentre il sistema di lavorazione restava quello artigianale.

Quando, nella seconda metà del XVIII secolo, la rivoluzione industriale decretò la proprietà privata dei mezzi di produzione, la diffusione della meccanizzazione e del rapporto salariale e permise l’inizio del processo di massificazione dei beni, grazie all’ampliamento del mercato conseguente all’incremento della popolazione non soltanto inglese, la transizione alla fabbrica moderna poteva dirsi conclusa e, con essa, avviata la nascita del capitalismo industriale.

L’esigenza di manodopera a buon mercato determinò la dissoluzione del sistema corporativo, non più compatibile non solo con l’ampliamento del mercato ma soprattutto con la divisione del lavoro come metodo organizzativo interno alla fabbrica e strumento del commercio internazionale. Anche il processo di liberalizzazione della manodopera era stato già avviato in Inghilterra con lo Statuto dei fabbricanti nel 1563 e in Francia con l’editto di Turgot del 1776, ma trova piena attuazione con la rivoluzione industriale e in relazione anche con le affermazioni di libertà portate avanti dalle rivoluzioni politiche in America e in Francia alla fine del ’700. Libertà che per i capitalisti significava libera concorrenza, rifiuto dell’intervento dello Stato nell’economia, tutela della proprietà privata, uso non vincolato dei fattori della produzione.

La scuola economica classica elabora la teoria del sistema capitalistico.

Il concetto di libertà trova espressione nella filosofia giusnaturalistica (parola formata da ius= legge, e natura, cioé fondata sul diritto naturale che presuppone l’uomo libero e uguale per natura) e utilitaristica (l’interesse – l’utile - individuale porta all’interesse generale). Le droit naturel (Il diritto naturale) fu il fulcro della dottrina fisiocratica (Quesnay), basata sull’idea che solo la terra, l’agricoltura produce un prodotto netto: il surplus era la differenza tra la produzione agricola totale e le spese sostenute per ottenerla. Quanto necessario alla sussistenza dei lavoratori, sommato ai costi per la semina, era inferiore a quanto raccolto. Questa teoria aveva la sua espressione più importante nel motto laissez faire – lassaiz passer (libertà nella produzione e nella circolazione delle merci) contro le teorie mercantilistiche.

La legge degli sbocchi di Jean-Baptiste Say , derivate dalle dottrine di Adam Smith sostiene che l’offerta crea sempre la propria domanda: quanto maggiori sono la produttività e l’impiego dei fattori della produzione – capitale, terra e lavoro – tanto maggiore sarà l’offerta di beni sul mercato; poiché ogni fattore riceverà, per il suo utilizzo, un reddito monetario, sotto forma di profitto, interesse, rendita e salario, si genererà una domanda sufficiente all’acquisto di tutti i beni prodotti. Ciò implica che non ci sarà capacità produttiva inutilizzata, che l’economia funzionerà al suo livello massimo, o potenziale, e che non potranno verificarsi crisi generalizzate di sovrapproduzione. Il sistema dei prezzi garantisce sempre l’equilibrio del mercato.

Adam Smith - che Say fa conoscere in Francia - aveva indicato la fonte della ricchezza nel lavoro produttivo, agricoltura e industria ma non i servizi (terziario), e soprattutto nella divisione del lavoro, conseguenza della meccanizzazione.

Qualche decennio più tardi David Ricardo dimostrò i benefici della divisione internazionale del lavoro con la sua teoria dei costi comparati : due nazioni, con differente produttività del lavoro, potevano scambiarsi i loro prodotti con reciproco vantaggio se ciascuna si fosse specializzata nella produzione del bene il cui costo relativo risultava inferiore.

Con Ricardo si conclude la costruzione teorica, o meglio l’esaltazione del capitalismo industriale. L’economia di mercato, secondo queste idee, permetteva sempre di raggiungere, attraverso la libera concorrenza, l’equilibrio del sistema, che la produttività del lavoro permetteva di sviluppare grazie alla divisione interna e internazionale del lavoro stesso.

In realtà questa costruzione era funzionale al modello inglese, visto che essendo arrivata prima alla rivoluzione industriale l’inghilterra non aveva concorrenti negli altri paesi che si industrializzeranno successivamente. Anche quando il principio dei costi comparati restava valido e anche qiuando l’accresciuto aumento della produttività nel corso dell’ottocento permise la riduzione dei prezzi industriali, gli altri paesi restavano in posizione subalterna: esportavano derrate agricole ed importavano prodotti industriali che , per il loro contenuto tecnologico, avevano un valore elevato. Ciò determinava una ragione di scambi – rapporto tra l’indice dei prezzi alle esportazioni e quelli alle importazioni - favorevole all’Inghilterra.

Queste contraddizioni del capitalismo posero le premesse per l’elaborazione dell’economia marxiana e per l’attuazione del sistema collettivistico.

Il marxismo e le economie socialiste

La critica marxiana dell’economia poggia sulla teoria del valore-lavoro elaborata da Smith e da Ricardo.

Se il lavoro è finalizzato alla creazione di merci destinate alla vendita è necessario definire i criteri che determinano il valore di tali merci. Smirh distingue tra valore d’uso (riferito ai reali bisogni che esse soddisfano, es. il pane) e valore di scambio della merce (rappresentato dalla sua capacità di acquistare altri beni sul mercato, ad es. oggetti di metallo prezioso). Ricardo sosterrà che esistono merci che hanno un elevato valore d’uso ed un basso valore di scambio (l’acqua) e viceversa (i diamanti). Smith focalizzò la sua attenzione sul valore di scambio. Sostenne che dipendeva dal “potere di disporre del lavoro” ancor più che dalla quantità di lavoro necessaria a produrre una merce, e questo potere è esercitato dal capitale, che può impiegare “uomini industri” ai quali fornire materie prime e mezzi di sussistenza, al fine di ricavare un’eccedenza dalla “vendita del loro lavoro”. Il capitale comanda (compra) il maggior quantitativo possibile di lavoro, tale da poter remunerare, attraverso il valore del bene prodotto che incorpora detto lavoro, anche il profitto e la rendita, che si configurano come due deduzioni dal prodotto del lavoro. In una società capitalistica dunque il lavoro comandato è maggiore del lavoro contenuto, retribuito col salario.

Ricardo escluse la rendita quale componente del valore di scambio, perchè essa non rappresentava un reddito originario ma derivato. A differenza di Smith, per Ricardo il lavoro è la fonte del valore sia nelle società capitalistiche che in quelle precapitalistiche, distinguendo lavoro passato (indiretto, quello che ha formato il capitale) e presente (diretto).

Punto di partenza dell’analisi marxiana dell’economia è il materialismo dialettico. Si tratta di una teoria filosofica derivata da Hegel, il quale aveva sostenuto che la storia dell’uomo procede attraverso contraddizioni e conflitti che vengono via via affrontati e superati in costruzioni umane e storiche sempre più complesse e al tempo stesso consapevoli. L’uomo quindi fa la storia e ne segue le trasformazioni. Secondo il materialismo dialettico di Marx ogni forma di produzione comporta determinati rapporti sociali che costituiscono la struttura economica di un sistema e la cui natura è in funzione del livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive all’interno del sistema stesso. Su questa struttura si crea una sovrastruttura politica, istituzionale, giuridica, ideologica e psicologica che ne riflette le caratteristiche essenziali e che muta ad ogni cambiamento della prima. Marx ritenne il capitalismo solo una fase storica all’interno di un processo di sviluppo, perché caratterizzata da una contraddizione fondamentale: da un lato, esso era organizzato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, dall’altro, i suoi processi produttivi richiedevano rapporti sociali di tipo cooperativo, adeguati alle nuove forze disponibili (gli operai nella fabbrica). Questa divisione fra capitale e lavoro sarebbe sfociata nella lotta di classe e nel passaggio, attraverso una crisi violenta del capitalismo, ad una società socialista, caratterizzata dalla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e dalla socializzazione dei rapporti di produzione.

Con lo studio dell’antagonismo tra capitale e lavoro Marx riprenderà l’analisi del valore-lavoro di Smith e Ricardo e su questa costruirà la teoria del plusvalore, espressione economica dello sfruttamento operaio. Marx parte dalla distinzione di Ricardo tra lavoro diretto e indiretto per dire che il tempo di lavoro dev’essere quello socialmente necessario in condizoni di produzione normali. L’innovazione teconologica aveva portato a non poter determinare il tempo di lavoro concreto per produrre una merce. Occorreva quindi superare il concetto di valore del lavoro e ricondurre i diversi lavori concreti a lavoro astratto: il lavoro veniva quindi assimilato ad una qualunque merce e come tale poteva essere acquistato e venduto sul mercato. Dall’analisi del lavoro come merce Marx conclude che il capitalista non acquista lavoro ma forza-lavoro, cioé la capacità di lavoro di un operaio. Questa è remunerata dal suo valore di scambio, che è determinato dalla quantità di tempo di lavoro socialmente necessario a produrre i beni indispensabili alla sua sussistenza e riproduzione. Ma la forza lavoro può essere usata per un tempo superiore rispetto al tempo di lavoro che essa costa. Il plusvalore è appunto la differenza tra il valore d’uso e il valore di scambio della forza-lavoro.

Il plusvalore, di cui il profitto e la rendita sono l’espressione monetaria, è, in sostanza, la conseguenza della proprietà privata dei mezzi di produzione e del sistema di lavoro salariato, ossia della divisione in classi della società tra i detentori di capitale e il proletariato. Questa contrapposizione, che è la contraddizione fondamentale del capitalismo, condurrà “il proletariato a rivoltarsi e a conquistare il potere politico”, per creare una società socialista senza classi e incentrata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione.

Questo processo verrà accelerato dalla caduta tendenziale del saggio di profitto e dalle crisi di sovrapproduzione.

Per capire questa legge dobbiamo chiarire alcuni termini usati da Marx con degli esempi.

Poniamo che l’operaio lavori 8 ore. Il suo salario remunera, per il valore di scambio della forza lavoro, 6 di queste ore lavorative. Le due ore di differenza tra il valore d’uso (8 ore di forza-lavoro) e il valore di scambio della forza lavoro rappresentano il plusvalore. Marx elaborò un indice di sfruttamento operaio che chiamò saggio di plusvalore, dato dal rapporto tra l’ammontare del plusvalore ed il valore del capitale variabile impiegato, cioé i salari pagati (Pl/v). Poiché il capitalista non può appropriarsi il valoro operaio oltre un certo limite (plusvalore assoluto) egli aumenterà la produttività della manodopera tramite la meccanizzazione. In questo modo le 6 ore necessario alla remunerazione del salario diventeranno 5 e il capitalista otterrà un’ora di plusvalore relativo, oltre le due ore di cui abbiamo già parlato, in tutto quindi tre ore di plusvalore totale. Ciò vuol dire che si tenderà ad accrescere il grado di intensità capitalistica del sistema, che Marx espresse come composizione organica del capitale: rapporto tra capitale costante (materie prime, ammortamenti degli impianti e attrezzature) [c] e il capitale variabile [v] con la formula (c/v). L’acquisizione di plusvalore avverrà quindi sia direttamente tramite l’impiego della forza lavoro, sia indirettamente aumentandone la produttività mediante l’impiego di capitale costante. Quindi il saggio di profitto viene indicato da Marx col rapporto tra il plusvalore e la somma del capitale fisso e del capitale variabile (Pl/c+v). I rapporti tra questi fattori determinano la legge della caduta tendenziale del saggio del profitto. Ecco come: Se il capitalista vuole aumentare il suo plusvalore e ponendo che già il plusvalore assoluto sottratto agli operai sia il massimo, deve aumentare la produttività e quindi il capitale costante, ma, essendo la formula del saggio del profitto Plusvalore/c+v , se aumentano c e Pl diminuisce il loro rapporto, cioé il saggio tendenziale del profitto plusvalore. Nè possiamo pensare che il capitalista possa diminuire c perché deve aumentare la produttività se vuole vendere di più. Ancora una volta si manifesta la struttura contraddittoria del capitalismo: l’aumento del saggio di plusvalore causa la caduta del saggio di profitto.

Una delle conseuguenze di questa legge è il verificarsi delle crisi di sovrapproduzione. Infatti l’aumento del capitale costante, cioè l’aumento di capitale per sostituire la forza lavoro, da una parte accresce il numero dei disoccupati, dall’altra richiede l’ampliamento della scala di produzione e quindi una dimensione maggiore delle imprese. Ciò crea fenomeni di espulsione dal mercato delle imprese più piccole, e la trasformazione del regime di concorrenza in regime di monopolio. Si determina così una crisi di sovrapproduzione a causa dell’aumento dell’offerta di beni rispetto alla diminuzione del potere d’acquisto del sistema, cioé alla diminuzione della domanda.

Crisi e rinascita del capitalismo

In realtà già prima di Marx, che nella sua opera Das Kapital (Il Capitale) aveva parlato di crisi di sovrapproduzione, queste crisi si erano verificate (in Inghilterra dopo le guerre napoleoniche riduzione delle esportazioni per la miseria dei paesi importatori) ed erano state studiate (Say nel 1810 aveva detto che però esse non dipendevano dall’eccedenza dei prodotti inglesi ma dalla povertà delle altre nazioni).

Soprattutto l’analisi di Thomas Robert Malthus (1776-1834), indagando sulle cause che potevano condurre alle crisi di sovrapproduzione, aveva fatto un quadro che metteva in discussione le analisi di Smith e Ricardo. Secondo questi ultimi la capacità produttiva, cioé la quantità e produttività dei fattori, determina la produzione reale ed il reddito monetario nazionali, che in valore sono uguali tra loro. In armonia con la legge degli sbocchi, il valore della produzione, che corrisponde a quanto essa deve fruttare sul mercato una volta messa in vendita, deve essere uguale alla remunerazione dei fattori che in essa sono stati impiegati per ottenerla: salari, profitti, rendita ed interessi. Coloro che ricevono questi redditi decidono quanta parte spenderne in consumo e quanta risparmiarne. Il risparmio si tramuterà in investimento, che influenzerà la capacità produttiva la quale rimetterà in moto il ciclo.Il saggio di interesse, cioé il prezzo del capitale monetario, permetterà la trasformazione del risparmio in investimento. Per esempio, se i risparmi diventano superiori agli investimenti, diminuisce il saggio di interesse al quale gli imprenditori possono prendere a prestito il capitale. Ciò aumenta la possibilità di profitto ed incoraggia gli investimenti stessi.

Mentre per questi ultimi i fattori della produzione si equilibrano, per Malths ciò non avviene. In particolare Malths si chiede quale sia la causa della riduzione della capacità d’acquisto dei lavoratori. Se ad esempio i salari degli operai vanno in beni di consumo alimentano la domanda, ma non ci sarà margine per il risparmio. Del resto se le loro condizioni migliorano aumenta la manodopera e quindi diminuiscono i salari. Dal canto loro gli imprenditori per accumulare i capitali per l’investimento da una parte diminuiscono la domanda dei beni di consumo dall’altra , con gli investimenti incrementano l’attività produttiva e aumentano quindi l’offerta sul mercato. Per Malthus questo squilibrio può essere superato alimentando il consumo dei lavoratori improduttivi, cioé di quelli che offrivano servizi ma non partecipavano al ciclo della produzione. In pratica, anticipando in qualche modo l’analisi di Keynes e a differenza di Ricardo, Malthus ritenne che la domanda effettiva, cioé quella necessaria ad assorbire l’offerta dei beni prodott, poteva essere sostenuta anche con quelle attività, quali la riparazione di strade o l’attuazione dei lavori pubblici, i cui risultati non vengono venduti sul mercato, ma che permettono di ridurre il capitale da utilizzare nei lavori produttivi. Le somme potevano essere ottenute tramite una imposta.

Lèonard de Sismondi (1773-1842) spiega le crisi di sovrapproduzione dicendo che in una società industrializzata il capitale aumenta sempre più il suo valore nello scambio con il lavoro. Quindi la domanda di beni di massa era destinata a diminuire al contrario di quella alimentata dai capitalisti, che tendono a diventare sempre più ricchi. Per far fronte a questo problema Sismondi proponeva la fine del laissez faire, l’intervento dello stato per mitigare le cause e gli effetti delle crisi, e il ritorno a una società formata da piccoli imprenditori.

Come si può vedere queste analisi non erano adeguate a una realtà che sembrava andare sempre più verso le pervisioni di Marx. Come, per esempio, la cosiddetta “Grande depressione” iniziata nel 1873 e che indica la contemporanea caduta dei profitti, dell’occupazione, del commercio internazionale e dei prezzi agricoli. Altre crisi si manifestarono fra la “Grande depressione” e il crollo di Wall Street del 1929, ma, al di là dell’analisi di Marx, se non si voleva giungere alle sue conclusioni, mancavano analisi appropriate del problema.

Dopo il 1870 gli studiosi marginalisti o neo-classici spostarono l’analisi economica su problemi di teoria pura , tralasciando qualsiasi implicazione storica sulla formazione e distribuzione della ricchezza in relazione alle diverse classi sociali. La scarsità delle risorse ed i comportamenti individuali che riuscivano al ottimizzarne l’uso furono al centro della loro riflessione, che riprendeva i temi dell’economia classica, impostazione favorita anche dal periodo di sviluppo che andò dalla fine dell’ottocento al 1914 (rafforzamento dei mercati e stabilità monetaria). Essi quindi confermarono i postulati del pensiero liberista ma non tennero conto dei fenomeni di segno meno ottimista come la concentrazione delle imprese attraverso i trust e i cartelli.

La crisi del 1929 è da ricondurre alla situazione determinatasi in europa e negli Stati Uniti alla fine della prima guerra mondiale: molti stati avevano contratto debiti e altri si trovavano creditori, era stato distrutto buona parte dell’apparato produttivo, ma la riconversione, nel 1921, delle industrie belliche a scopi di pace generò una sovrapproduzione, la domanda diminuiva mentre l’offerta era ampliata dai meccanismi normali di ripresa del capitalismo. Questi effetti si manifestarono soprattutto negli Stati Uniti, dove le forme più avanzate della produzione capitalista (trusts, holding, organizzazione scientifica del lavoro e standardizzazione dei prodotti) generavano livelli particolarmente alti di produttività. La rigidità dei prezzi e dei salari aveva già portato i governi inglesi ad adottare programmi di lavori pubblici per diminuire la disoccupazione. Ma fu l’economista Keynes, fondatore della moderna macroeconomia con il suo libro Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta , a prefigurare i fondamenti teorici per la soluzione della crisi.

Insieme con i neoclassici Keynes sosteneva che la condizione necessaria per l’equilibrio econodmioc è l’uguaglianza tra risparmio e investimento. Ma mentre i primi analizzavano i comportamenti individuali, Keynes analizza la questione della domanda all’interno di processi macroeconomici come il reddito nazionale il consumo e il risparmio globali. Premessa della sua teoria è che il reddito complessivo è uguale alla spesa globale in consumi correnti ed investimenti e che il volume dell’occupazione è determinato dal livello del reddito. Quando quest’ultimo aumenta, il risparmio cresce sia in valore assoluto che percentualmente (propensione media al risparmio); la spesa in cosumo invece, pur incrementandosi in termini assoluti tende ad assorbire una quota decerescente del reddito (propensione media al conusmo). Ciò significa che il risparmio tende ad aumentare e quindi per raggiungere l’equilibrio tra risparmio e investimento saranno indispensabili sempre nuove occasioni di investimento. Il volume di quest’ultimo sarà determinato dal saggio di rendimento che gli imprenditori prevedono di ottenere, cioé dall’efficienza marginale del capitale, a confronto col saggio d’interesse che devono pagare per ottenere il denaro nevcessario agli investimenti.

In questa scelta , in cui gioca un ruolo la previsione sul futuro, è importante la componenete psicologica. Ecco perché, in una condizione di recessione dell’economia, come nel 1929 e negli anni successivi, ci fu una riduzione degli investimenti, che determinò anche una riduzione della spesa complessiva e quindi del reddito e dell’occupazione. Questo processo, che va avanti fino a quando l’uguaglianza fra risparmio e investimento non viene raggiunta, può essere interrotto solo dallo stato che, attraverso la spesa pubblica, può effettuare gli investimenti necessari ad aumentare il reddito e ad avviare un meccanismo contrario a quello che ha portato a ridurre gli investimenti. Nello schema keynesiano l’investimento ha un effetto moltiplicativo sul reddito.

Le teorie di Keynes fornirono ai governi strumenti adeguati sia per affrontare casi di gap deflazionistico (spesa effettiva inferiore a quella in grado di assicurare il pieno impiego) sia in caso di gap inflazionistico (domanda superiore all’offerta capace del pieno utilizzo dell’occupazione).

Gli aggiustamenti apportati in questo modo al sistema capitalistico resero più stabile lo sviluppo che si registrò pressoché ininterrotto dalla ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale fino agli inizi degli anni settanta, quando si abbattè sui paesi industrializzati una nuova crisi generata dall’aumento del costo delle materie prime, in particolare il petrolio. Questa crisi generò un rallentamento dello sviluppo e l’ampliamento della disoccupazione. Una crisi affrontata già agli inizi degli anni ottanta anche grazie alla funzione di ammortizzazione dei conflitti sociali e di lotta all’inflazione che il welfare state (nato appunto negli Stati Uniti grazie a Roosevelt e alle teorie keynesiane) ha permesso. Diversi i problemi oggi.

Capitolo III – I cicli economici Onde lunghe e onde brevi nell’attività economica

Clément Juglar, Le crisi commerciali ed il loro periodico ritorno in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, 1862: individuò in questi paesi onde brevi dell’attività economica che duravano dai sei ai dieci anni, contraddistinte da una fase di prosperità, da una crisi e da una conseguente recessione. Collegò questi fenomeni alla espansione e contrazione del credito e al livello del saggio di interesse. Nel 1923, Joseph Kitchin, basandosi sull’andamento dei prezzi all’ingrosso e dei tassi di interesse, riscontrò l’esistenza di fluttuazioni minori, o ipocicli, della durata di circa quaranta mesi, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Nel 1926 l’economista russo Nikolai Kondrat’ev dimostrò la periodicità di onde lunghe nell’attività economica con una durata compresa tra i 40 e i 60 anni, caratterizzate da una fase di rialzo e da una di ribasso dei prezzi. Le analisi di Kondrat’ev permisero all’economista Joseph Schumpeter di elaborare nel 1939 una teoria organica dei cicli di lunga e breve durata e degli ipocicli, fondata sul ruolo dell’innovazione nel processo di sviluppo economico. La diversa ampiezza dei periodi di gestazione e di assorbimento delle nuove tecnologie determina la lunghezza temporale delle fluttuazioni Le fluttuazioni di lungo periodo furono studiate anche da Gaston Imbert con una interpretazione simile a quella di Schumpeter. Simon Kuznets nel 1930 individuò degli ipercicli o secondary movements della durata di 18-20 anni.

Parleremo delle onde lunghe perché la storiografia ha dato loro più importanza rispetto a quelle brevi.

Secondo Shumpeter, i cicli lunghi di Kondrat’ev corrispondono alle successive rivoluzioni industriali che hanno dominato il processo di sviluppo capitalistico e che hanno trovato nell’innovazione la loro spinta propulsiva. Esse, inoltre, hanno comportato sistematicamente ampie trasformazioni della società. La rivoluzione industriale inglese (fine ’700-primi decenni dell’ottocento- macchina a vapore); la seconda rivoluzione industriale (fino al 1870- uso mobile della macchina a vapore e sviluppo dei settori ferroviario e della navigazione). La successiva rivoluzione ( fino al secondo conflitto mondiale- nuove forme di energia: petrolio ed elettricità).

All’interno di questi tre cicli, ciascuna fase di crescita è coincisa con un grappolo di innovazioni che ha determinato l’aumento degli investimenti, del reddito e della domanda globale, dei prezzi e della produzione. Inoltre in ogni periodo di crescita c’è stato un incremento della disponibilità di oro.

Le fasi di depressione hanno registrato sovrapproduzione, diminuzione delle occasioni di investimento, abbassamento dei livelli di attività economica, riduzione della produzione di oro e dei prezzi e in genere si sono verificate dopo le guerre.

La prima fase di depressione (1815-1849) fu successiva al blocco continentale e alla Restaurazione e fu provocata dalla discesa dei perzzi agricoli.

La seconda fase di depressione (1874-1796) ebbe inizio dopo la guerra di secessione degli Stati Uniti, quella franco-prussiana e altri conflitti.

La terza fase di depressione si ebbe all’indomani del primo conflitto mondiale.

I cicli brevi e gli ipocicli si inseriscono nelle fasi di espansione e di depressione delle onde lunghe. In media tre cicli Kitchin ( 40 mesi) formano un Juglar (da sei a dieci anni) e sei di questi ultimi un Kondrat’ev ( 40 o 60 anni). Essi provocano recessioni meno gravi se cadono nel periodo ascendente della fluttuazione lunga, perché beneficiano degli effetti positivi della crescita, e più profonde se cadono in una fase di depressione. La maggior parte di questi mutamenti dell’economia fu legata allo sviluppo ferroviario e ai massicci investimenti che esso comporta. Nel XX secolo riguarderanno invece settori quali l’elettricità le ferrovie urbane e le costruzioni navali.

Recenti interpretazioni delle fluttuazioni economiche

Crisi petrolifera anni settanta e nuovo interesse degli studiosi per i cicli economici. Mandel ha individuato una quarta onda lunga iniziata nel 1940 e originata dalla rivoluzione elettronica e dallo sfruttamento dell’energia nucleare. La fase ascendente è terminata alla fine degli anni sessanta. L’andamento ciclico dell’economia è sostenuto in tempi recenti anche da Rostow, Goldstein Solomou e altri. Un approccio diverso è sostenuto da Angus Maddison, che sostiene che non esistono prove sufficienti a favore delle onde lunghe. Semmai si deve parlare di fattori di disturbo che hanno generato rallentamenti a partire dal 1820 e i mutamenti che hanno provocato. Questi ultimi possono riassumersi nella progressiva riduzione di occupazione in agricoltura rispetto all’industria e ai servizi; nel crescente intervento pubblico nell’economia; nella sempre maggiore dimensione delle aziende; nella diffusione dei sindacati e nei mutamenti del sistema monetario internazionale. Anche lui parla di fasi ma sono appunto fasi di crescita interrotti da fattori di disturbo. Dopo il 1973 si è aperta una fase nuova del capitalismo.


Rispondere all'articolo - Ci sono 0 contributi al forum. - Policy sui Forum -