Statte, 6 aprile 2014: una marcia contro la morte

di Francis G. Allenby - martedì 8 aprile 2014 - 2209 letture

Domenica, alle nove del mattino, sotto un cielo plumbeo, mi sono unito a migliaia di altre persone, nella Bio-Piazza di Statte. La pioggia è arrivata, immancabile, fastidiosa, ad intermittenza e, proprio verso la fine, quando tutti avevano già fatto il loro intervento e dato la loro testimonianza, è diventato un vero e proprio diluvio. Ma per me la cosa che più contava era esserci. Con un tempo inclemente, un percorso di quasi 5 chilometri, nonostante tutte le apparenze, per me e stata una giornata straordinaria. C’ero, contro la disinformazione degli importanti mezzi di comunicazione di massa che hanno bollato, sbrigativamente, la manifestazione come ‘iniziativa ambientalista’: essa era, invece, una marcia contro l’ILVA (ma non solo contro di essa) per chiedere la sua chiusura definitiva. La chiusura perché siamo stanchi, e non ne possiamo più. Vogliamo chiudere con il passato: chiudere con l’ILVA, con l’Agip, con tutte quelle aziende che, venute da lontano, hanno deciso di sporcarci per sempre e toglierci la vita. Ce la tolgono con il degrado dell’ambiente, col ricatto del lavoro, rendendoci vigliacchi di fronte al loro dominio, alla loro supremazia incontrastata ed incontrastabile. C’ero, per urlare al resto della popolazione ed al mondo, quanto siamo stufi e che ne abbiamo fin sopra i capelli delle morti per cancro, per le forme leucemiche, per le neoplasie e per tutti i bambini malformati che stanno venendo alla luce in questi ultimi tempi. C’ero perché era importante, anche se le anime del movimento sono tante, anche se ognuno di noi la pensa e vede le cose in maniera diversa l’uno dall’altro: è questo il bello dell’essere liberi. Su una cosa, certo, eravamo d’accordo: che l’inquinamento fa schifo, che il veleno sparso nell’aria, i fumi tossici, il gas ci hanno riempito non solo i polmoni ed il sangue, ma ci hanno anche rotto l’anima. C’ero e ci sarò sempre perché una voce in più conta, perché tutti contiamo se siamo uniti. Qualcuno mi ha chiesto perché su GIRODIVITE, un giornale che nasce direttamente dall’esperienza de I SICILIANI di Giuseppe Fava, una testata che si è distinta per la sua lotta alla criminalità organizzata contigua al potere, io scriva contro l’ILVA. A costoro rispondo che di questo ho già parlato, e non solo una volta, ma che anche quando parlo dell’ILVA la cosa non cambia. Coloro che compiono misfatti all’ombra di una grande organizzazione sono sempre affini ai grandi poteri, perché il potere è contraddistinto dalla iniquità e dalla illegalità, sotto ogni latitudine. E poiché esiste questa equazione potere = illegalità è facile dedurre che quando si parla di ILVA si parla, anche e soprattutto, di potere e di arbitrarietà. È o non è un potere, anzi uno strapotere, quello di chi ti tiene per la collottola e ti costringe a respirare la sua immondizia, senza alternativa? È o non è violenza quella di chi, fregandosene altamente dei risultati delle analisi sull’aria e sugli ammalati che crescono in maniera esponenziale, continua imperterrito a deturpare e contaminare un intero territorio? E allora, come vogliamo chiamarlo tutto questo? Che nome vogliamo dargli? Di recente c’è stata una morte atroce, che però non è stata la prima, in tempi recenti: un bambino, Cocò, che è stato ucciso dalla mafia in maniera disumana. Non ci si può aspettare altro da bestie che non hanno cuore, certo. Tuttavia anche qui da noi di bambini ne muoiono tanti. Lo ha ricordato, con commozione, anche la giornalista Alda D’Eusanio nel suo intervento, sul palco montato vicino alla ITALCAVE. Ed i bambini che muoiono, muoiono per colpa dell’inquinamento, anche se molti si ostinano a negarlo. Se lo negano, negano l’evidenza e lo fanno in malafede, anche se qualcuno li ha investiti dell’autorità di dare il loro parere intoccabile in proposito. Ma delle loro parole non mi importa nulla. Proprio adesso, scrivendo questo pezzo, ho ricordato Giuseppe Fava, a cui di recente è stato dedicato anche uno sceneggiato televisivo (un po’ troppo breve, a mio parere, perché Giuseppe Fava meritava qualcosa di più). Ebbene Giuseppe Fava scriveva: “A volte basta omettere una sola notizia e un impero finanziario si accresce di dieci miliardi; o un malefico personaggio che dovrebbe scomparire resta sull’onda; o uno scandalo che sta per scoppiare viene risucchiato al fondo. (da I Siciliani, luglio 1983)” Ed è ricordando queste parole che non bisogna fermarsi. Mai. Anche se sembra che ci costi tanto.


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