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Si può valutare la qualità urbana di vita?

Il vero giudice di una vita urbana cui attribuire un livello di qualità è colui che ogni giorno si sposta tra uffici, ambulatori, prende un caffè, cerca un po’ di tranquillità. È per lui che dovrebbero essere pensati gli spazi condivisi: non per intrattenerlo a tutti costi ma per offrirgli vivibilità, soluzioni. Pace.

di Silvia Zambrini - lunedì 4 agosto 2025 - 541 letture

Come per la qualità di vita in generale, la qualità urbana si misura attraverso dati oggettivi, in questo caso costruiti sulla base dell’esperienza quotidiana dei cittadini. Residenti stabili, temporanei e pendolari stabiliscono il livello di vivibilità degli spazi urbani. L’intenzionalità all’origine di disagi fini a se stessi, il non sapere quando hanno inizio e quando finiscono, caratterizzano l’attuale malessere urbano con conseguenze anche in ambito economico.

Il concetto di qualità della vita in generale implica una misura di gradimento rispetto alle aspettative esistenziali di ciascun individuo. In ambito urbano tale soddisfazione dipende dalle possibilità di fruire serenamente dello spazio pubblico e di godere della tranquillità dello spazio abitativo: quest’ultimo, pur essendo privato risente in parte dei rumori di raduni mondani e altri disagi che provengono dalla strada.

Oggi lo spazio pubblico tende a restringersi attraverso barriere fisiche tra cui gli arredi della commercializzazione, i parcheggi abusivi. E invisibili attraverso gli impatti delle tecnologie sonore. In tal senso la qualità urbana può essere valutata su un piano tangibile riferito alla fruibilità di marciapiedi, piazze, aree verdi, e intangibile relativo alla sfera relazionale, sociale che avvolge l’individuo ovunque: è emblematico, a tale proposito, come l’esposizione forzata a stimoli sonori (unica reale condizione di esproprio di questa dimensione) sia divenuta consuetudine in sempre più contesti pubblici.

Una volontà precisa è all’origine di chi provoca gli attuali disagi rispetto a quelli della città caotica per tradizione: suoni e musiche diffusi con altoparlanti, forti schiamazzi in occasione di assembramenti mondani, effetti ansiogeni da traffico aggressivo, interpretano il desiderio di intrattenere, o di far sentire la propria presenza; attraverso rumori non necessari (diversamente da quelli di una sirena d’ambulanza, di un cantiere).

La consapevolezza che molte fonti di disturbo siano frutto di scelte deliberate, l’imprevedibilità di situazioni come quelle di movida che può verificarsi ovunque e protrarsi anche oltre la chiusura del locale che ha causato l’assembramento, alimentano un senso diffuso di frustrazione e risentimento da cui dipendono conflitti famigliari, professionali: vivere nei centri abitati, o frequentarli abitualmente, vuol dire alzarsi al mattino, svolgere mansioni di responsabilità, interagire con parenti, colleghi ecc.

La presenza di parchi, monumenti e altre attrattive, non garantisce, di per sé, un’elevata qualità della vita urbana. In assenza di servizi adeguati l’affluenza massiccia di turisti e visitatori si traduce in cattiva vivibilità e degrado come anche per il parco qualora insediato da attività risonanti.

Di fatto, una città realmente vivibile si riconosce nella cura degli spazi di quiete, nella sicurezza di un traffico a misura di pedone e ciclista, nell’assenza di ostacoli concreti o acustici che interferiscano con le normali attività di lavoro, tempo libero e riposo... tutte cose poco appariscenti in confronto all’erigersi di grandi strutture o altre inventive. Ed è così che la vita all’interno di spazi privati, blindati, acusticamente isolati, tende a sostituirsi a quella che un tempo animava lo spazio pubblico (ora spesso percepito come ostile) secondo un segnale allarmante di disaffezione verso quello stesso territorio che in certi momenti attrae chi viene da fuori.

Le ricadute sulla qualità di vita in senso lato non mancano perché la minore frequentazione degli spazi comuni comporta una riduzione dei servizi, chiusura delle attività commerciali, perdita di posti di lavoro: un circolo vizioso che compromette la coesione sociale e alimenta un senso di fallimento rispetto a quelli che erano gli obiettivi esistenziali dell’individuo aldilà del suo ruolo di cittadino. E il vero giudice di una vita urbana cui attribuire un livello di qualità è colui che ogni giorno si sposta tra uffici, ambulatori, prende un caffè, cerca un po’ di tranquillità. È per lui che dovrebbero essere pensati gli spazi condivisi: non per intrattenerlo a tutti costi ma per offrirgli vivibilità, soluzioni. Pace.


Questo articolo è stato diffuso anche da Fana.one.



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