Senza più Leoncavallo (in ricordo di Fausto e Iaio)
Il 21 agosto 2025 sono state eseguite le operazioni esecutive di sfratto e sgombero del centro sociale, notificate inizialmente per il 9 settembre, ma anticipate con un’ordinanza del questore.
Il 21 agosto 2025 sono state eseguite le operazioni esecutive di sfratto e sgombero del centro sociale Leoncavallo di Milano, notificate inizialmente per il 9 settembre, ma anticipate con un’ordinanza del questore. In questo modo Milano è salva, la Lombardia è salva, anzi tutto il Nord italico sono salvi. Termina la scandalosa stagione dei centri sociali in Italia, unico movimento culturale esistito negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, per la gioia di fascisti, nazisti e piddini, famiglie "perbene" osservanti del sacro ordine dell’Uomo Bianco e delle sue gloriose armate civilizzatrici. La junta milanese di Sala & c. può inserire anche questo fiore nel suo occhiello.
Per chi si fosse perso le puntate precedenti, ricordiamo cosa è stato il Leonvacallo a Milano.
Il Leoncavallo: Archetipo dell’Autogestione milanese
Il Leoncavallo è uno storico centro sociale autogestito di Milano, fondato nel 1975 e considerato l’archetipo dei centri sociali italiani. Dagli anni 2000 si è autodefinito Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito (o Leoncavallo S.P.A.). La sua storia è segnata da continui spostamenti di sede, inizialmente in via Leoncavallo nel quartiere Casoretto, poi brevemente in via Salomone, e infine in via Watteau.
La prima occupazione, avvenuta il 18 ottobre 1975, fu di un piccolo stabile in via Mancinelli. Fu opera di "comitati di caseggiato", collettivi antifascisti della zona e Avanguardia Operaia, con la partecipazione di esponenti di Lotta Continua e Movimento Lavoratori per il Socialismo, rappresentando un’ampia gamma di ideologie. L’edificio abbandonato, inclusa un’enorme magazzino di oltre 3.600 m² affacciato su via Ruggero Leoncavallo, divenne la sede fino al 1994.
Il centro si radicò fortemente nel quartiere, con una significativa componente operaia. Tra le prime attività, dopo la pulizia e il restauro, vi furono concerti, laboratori artistici, una stamperia per controinformazione, un teatro, la realtà femminista "Casa delle donne" e la "Scuola Popolare". Dal 1978 al 1980, trasmise anche la radio libera Radio Specchio Rosso.
Un momento cruciale fu la lotta all’eroina nelle periferie milanesi. Il 18 marzo 1978, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci (Fausto e Iaio), frequentatori del centro, furono uccisi a causa delle loro indagini sul traffico di droga nel quartiere. I loro funerali, due giorni dopo il sequestro Moro, videro la partecipazione di 100.000 persone. Da questo evento nacque il gruppo delle "mamme del Leoncavallo".
Verso la fine degli anni Settanta, il Leoncavallo subì le fratture interne al movimento, radicalizzate dalla lotta armata. La progressiva riconversione industriale della periferia milanese portò il centro a perdere la sua identità operaia, con i movimenti giovanili e studenteschi che ne divennero sempre più protagonisti.
A metà degli anni Ottanta, il Leoncavallo si aprì a nuove subculture giovanili, inclusi collettivi punk ed ex-occupanti del centro sociale Virus, dando vita all’Helterskelter, che organizzò concerti di artisti internazionali e fece del centro un punto di riferimento per la musica indipendente.
Un evento spartiacque fu il tentato sgombero del 1989. Il 16 agosto, la società immobiliare Cabassi, che aveva acquistato l’area, tentò lo sgombero con l’intento di demolire l’edificio per costruire uffici e negozi. Gli occupanti opposero una resistenza inaspettata che sfociò in violenti scontri, con l’uso di lacrimogeni e molotov. Lo sgombero portò alla devastazione interna del centro e a numerosi arresti. Questa resistenza divenne un formidabile volano di aggregazione giovanile e fu la base della nascita del movimento dei centri sociali in Italia. Nonostante la distruzione, l’area venne rapidamente rioccupata.
Dopo lo sgombero del 1989, si verificò una frattura interna tra chi vedeva il Leoncavallo come parte di un movimento più ampio e chi desiderava una realtà politica con leader riconosciuti, come Daniele Farina. Nonostante una iniziale pratica di violenza di piazza, culminata negli scontri del Primo Maggio 1991, il gruppo di Farina ripiegò verso posizioni nonviolente e si avvicinò al Partito della Rifondazione Comunista.
Nel 1994, la storica sede di via Leoncavallo fu definitivamente abbandonata. Gli occupanti, in linea con le nuove posizioni nonviolente, concordarono uno sgombero con resistenza passiva e furono assegnati temporaneamente in via Salomone. Durante questo periodo, i militanti del Leoncavallo iniziarono a utilizzare le tute bianche come "non divisa" per le azioni di resistenza passiva, un simbolo che divenne distintivo del movimento delle Tute Bianche fino al 2001.
Dopo un breve periodo senza sede, l’8 settembre 1994, fu occupata un’ex cartiera in via Watteau. Il nuovo spazio, molto più ampio, fu strutturato come un "piccolo quartiere". Nel 1998, i centri sociali vicini al Leoncavallo presentarono la "Carta di Milano", un documento politico che sintetizzava le rivendicazioni del movimento "tute bianche", segnando una propensione al dialogo con i partiti e una rottura con le aree anarchiche e dell’Autonomia. Temi come il reddito di cittadinanza, l’antiproibizionismo e la critica alla criminalizzazione dei migranti divennero centrali nell’attività politica. Daniele Farina stesso fu eletto in consiglio comunale e poi in parlamento nelle liste di Rifondazione Comunista. Nel 2006, i murales della sede di via Watteau furono persino riconosciuti come arte da Vittorio Sgarbi.
Nonostante i tentativi di regolarizzazione e le trattative per un affitto, la posizione del centro sociale a via Watteau è rimasta illecita per anni, con numerosi sfratti accumulati. A novembre 2024, il Ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire i proprietari per il mancato sgombero. Recentemente, il 21 agosto 2025, sono state eseguite nuove operazioni esecutive di sfratto e sgombero.
Il Leoncavallo è stato promotore di innumerevoli iniziative politiche, musicali e culturali, tra cui la fiera gastronomica autogestita La Terra Trema, rassegne di concerti come Freego! e Sound Ciak!, e festival come Game Over Milano. Ha anche organizzato eventi musicali di grande risonanza fuori Milano.
Per una storia dei Centri Sociali in Italia
La storia dei centri sociali in Italia inizia dagli anni ’60 con il progetto di spazi per il decentramento e l’aggregazione, ma si sviluppa principalmente negli anni ’70 e ’80 con il movimento operaio e i circoli del proletariato giovanile, evolvendosi poi negli anni ’90 verso forme autogestite e controculturali, come quelle legate al punk e all’hip hop. Dagli anni ’90, un coordinamento nazionale ha facilitato la comunicazione tra i centri sociali occupati, che hanno continuato ad essere luoghi vitali per la diffusione di idee e per la creazione di reti alternative, mantenendo la loro importanza anche nell’attuale dibattito politico.
Le origini (anni ’60 e ’70)
I centri sociali hanno radici nelle esperienze dei circoli del proletariato giovanile e negli anni ’60 e ’70 hanno rappresentato un tentativo di decentramento e di sostegno alle comunità locali.
Inizialmente, sono stati visti come spazi in cui i comitati di quartiere potevano trovare un impulso e un sostegno per la loro operatività, come documentato nella rivista "Centro sociale".
L’espansione e l’autogestione (anni ’70 e ’80)
Dalla metà degli anni ’70, con l’avvento del movimento degli autonomi e di Autonomia Operaia, i centri sociali si diffondono ulteriormente in tutta Italia, spesso nascendo da occupazioni di spazi abbandonati.
La "convivenza" tra spazi occupati e spazi liberi
La fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 vedono la nascita di un coordinamento nazionale che riunisce la maggior parte degli spazi autogestiti, promuovendo incontri e bollettini per scambiare informazioni e esperienze.
Negli anni ’90, i centri sociali diventano fondamentali per la diffusione delle controculture, in particolare del movimento punk e hip hop, che li utilizzano come spazi di espressione e organizzazione.
I centri sociali hanno continuato a funzionare come luoghi di aggregazione, con attività culturali e sociali, e quali punti di riferimento per la discussione e la proposta di progetti alternativi.
La fine delle esperienze alternative
Con lo smantellamento di qualsiasi forma di opposizione politica in Italia, a partire dal 1992, anche i centri sociali subiscono il "fine vita" dei movimenti. Sotto il governo Meloni, nel nuovo clima post-epidemia e di pre-guerra è possibile smantellare le ultime tribù rimaste, senza colpo ferire e senza alcuna reazione da parte di una società ormai asfittica e esangue.
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