Senza doveri… senza verità
La Francia in questi giorni sta abolendo l’obbligo dei coniugi nella forma del “dovere” ai rapporti sessuali. In apparenza ciò sarebbe giusto, ma...
La violenza è metamorfica, usa le maschere del “politicamente corretto e del consenso”; siamo in un momento storico, in cui smascherarla è operazione ardua. Vi è una violenza evidente e legittimata dal potere con la retorica dei diritti e con la manipolazione dei fatti e una violenza capziosa, la più diffusa e la più subdola, la quale necessita la vigorosa fatica del concetto per individuarla.
La violenza subdola per essere tracciata e resa concetto presuppone “il pensiero forte”. L’attacco frontale ai contenuti e lo scivolamento verso la barbarie dello spettacolo consentono ai sudditi di fruire passivamente della propaganda, non si hanno griglie etiche e categorie concettuali per individuare l’inganno mediatico.
La Francia in questi giorni sta abolendo l’obbligo dei coniugi nella forma del “dovere” ai rapporti sessuali. In apparenza ciò sarebbe giusto, ma dietro tale riforma del matrimonio si cela lo stereotipo dell’uomo stupratore e la volontà di disarticolare la relazione solidale e la convivenza che ne consegue. Il “dovere” è associato alla costrizione, mentre il “dovere” tra coniugi è la pratica della cura a cui si è obbligati moralmente e liberamente, in quanto si è contratto un vincolo etico. Una relazione non regge, se si fonda solo su diritti, anche un rapporto amicale per essere reale necessita di vincoli etici implicanti diritti e doveri voluti e liberi. Anche nel matrimonio i doveri sono liberi e voluti, altrimenti non sono doveri ma altro. Si cela la volontà di distruggere dietro la rappresentazione scenica che associa il “dovere alla violenza”.
La sinistra ancora una volta applaude al dovere abolito e ignora volutamente la condizione dei lavoratori e tace sul neocolonialismo francese.
La violenza evidente, invece, nei suoi effetti, ma presentata e rappresentata come necessaria fa largo uso del “pensiero astratto”. Si estrapolano gli avvenimenti dai contesti, si oscura la fitta rete di eventi e di interessi oligarchici che hanno condotto all’esito fatale, in tal modo l’opinione pubblica si schiera in modo meccanico con l’orientamento dato agli eventi dai media e dalla politica. Un esame più attento svelerebbe la manipolazione, ma decenni di sottomissione e di destrutturazione della preparazione culturale e politica hanno prodotto cittadini in buona parte dogmatici e perfettamente adattati alla “caverna dell’informazione”.
La normalità della violenza nascosta è la “grande macchina del dominio liberale e liberista” che macina le sue menzogne con le buone parole. Il grande inganno è sempre con noi.
La famiglia è ormai fluida, i corpi medi sono desertificati, l’unica comunità ancora esistente è la scuola. La scuola è, ora, il punto nevralgico della destrutturazione dei caratteri e della formazione. Vi sono istituzioni che per loro finalità sono i luoghi della riproduzione della violenza celata.
L’aziendalizzazione regna sovrana, il timore, in un contesto sociale di contrazione di nascite ed iscritti di perdere direzione e posti di lavoro, sta conducendo all’inclusione formale e non sostanziale. L’inclusione, termine del pedagogese politicamente corretto, è sostanziale, se la formazione si traduce in solide strutture concettuali e metodologiche e in contenuti che consentono di pensare la realtà storica per poter trascendere le contraddizioni che la minano. La prassi è l’obiettivo formativo dell’inclusione sostanziale.
L’inclusione sostanziale non è il “volo di un moscone”, secondo la felice espressione di Giorgio Gaber, essa per essere tale necessita della chiarezza dei fini formativi, deve avere al centro l’alunno. La libertà è partecipazione e solo una lunga formazione critica può educare alla partecipazione politica.
La scuola è istituzione etica, in quanto prepara a vivere la libertà relazione.
Come Aristotele ha ben detto nella metafora della mano e del corpo, la mano staccata dal corpo precipita nel non senso. La libertà è la difficile arte della partecipazione comunitaria. La centralità dell’alunno significa porre attenzione e cura allo stesso, naturalmente ogni prassi educativa è tale, se sostenuta dal corpo sociale che se si assume il rischio dei “no educativi”, i quali hanno lo scopo di evidenziare i “limiti nei contenuti e nella metodologia” per poterli risolvere. Si richiede, in tal modo all’alunno, consapevolezza e disciplina del pensiero, solo in tal maniera la formazione struttura e consolida caratteri capaci di porsi in discussione e di disporsi all’ascolto.
Il tempo attuale è, invece, segnato dall’inclusione formale, all’alunno non si chiede nulla o si chiede poco, contenuti e metodi di indagine sono sostituiti dal numero delle attività e dalla semplice presenza passiva, in quanto il frenetico attivismo costituito da certificazioni e progetti conduce ad una sostanziale passività creativa. Al centro vi è il mercato e l’azienda scuola, anziché l’alunno.
L’inclusione formale evita accuratamente di indicare i limiti all’alunno, che rafforza di conseguenza, sempre più spesso, un falso senso di onnipotenza e un sostanziale disprezzo verso l’istituzione. Il cliente ha sempre ragione, per cui ci si inchina al cliente temendo di perderlo. In tale contesto la “cura” che l’istituzione dimostra nel non voler procedere mostrando i limiti e nel non volersi assumere la responsabilità nel caso l’alunno sia ricalcitrante all’impegno, non è che indifferenza aziendalistica ammantata di belle parole.
Tutto ciò accade e si consolida in un contesto sociale senza padri e senza madri. L’attacco alla famiglia come luogo di oppressione ha tale finalità. I docenti che vivono la scuola come istituzione etica sono segnati a dito come “retrogradi e inadatti al tempo felice della somma ignoranza”. L’inclusione formale diviene, pertanto un semplice stazionare nei locali delle scuole nei quali si socializza senza imparare nulla di profondo e vero.
L’istituzione formativa per eccellenza rischia di diventare per molti alunni, spesso i più deboli e soli, un “non luogo”, in quanto la formazione consiste nel depotenziare le capacità critiche e di attenzione per sostituirle con l’abbaglio tecnologico. I caratteri diventano liquidi e gli alunni vivono il tradimento quotidiano da parte delle istituzioni etiche. L’inclusione formale prepara il suddito analfabeta del futuro. Suddito titolato e che pertanto, non ha la percezione della sua ignoranza, si affida al sistema che lo ha allevato con fiducia religiosa, benché viva quotidianamente le sofferenze di un sistema che nega la natura umana. Non riesce a dare un nome e un significato al disagio interiore e non riesce ad immaginare la possibilità di un altro sistema a misura di essere umano che per natura è razionale e sociale. La caccia al colpevole è così aperta, di volta in volta il sistema inventa artificialmente i colpevoli del male dietro cui si schermisce.
Nelle scuole aziendalizzate e cannibalizzate bisognerebbe ricordare ciò che Aristotele scrive nel Libro Primo della Metafisica:
“[980 a] Tutti gli uomini tendono per natura al sapere. Lo segnala il loro l’amore per le sensazioni, amate per se stesse, indipendentemente dall’utilità, preferita tra tutte la vista, non solo in vista dell’azione, ma anche senza intenzione pratica. Il motivo è che, mostrando la molteplicità delle differenze, la vista fa acquisire più delle altre sensazioni [nuove] conoscenze”.
Le istituzioni che negano la ricerca della verità e non sostengono la naturale predisposizione degli esseri umani tutti verso la conoscenza di sé e del mondo non possono che essere, malgrado loro, gli avamposti dell’anti-umanesimo che rischia di travolgere i più fragili e di preparare il totalitarismo dell’ignoranza e delle guerre. La solitudine dell’essere umano senza doveri liberi e razionali è la condizione che rende possibile al dominio di fondare deserti interiori nei quali nulla più cresce. Fortunatamente l’essere umano riserva sorprese…
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