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Sensazione Saccardi

Stanno avendo un certo successo e vengono dalla Sicilia: sono il Laboratorio Saccardi

di Ivan Carozzi - mercoledì 5 luglio 2006 - 8413 letture

Alla tv vedi calci di punizione, televendite e gente che dice di essere vergine. Un giorno forse ci vedrai anche loro, il Laboratorio Saccardi. Laboratorio Saccardi non è il nome di una famiglia di orafi vicentini o una pasticceria. Loro sono un collettivo artistico, fondamentalmente pittorico, sono tutti nati al crepuscolo degli anni ’70, sono palermitani e sono in quattro, e già questo dato sarebbe sufficiente a porre una prima domanda: come si fa a dipingere in quattro? Ma sarebbe soltanto la più inutile delle domande. C’è dell’altro nella giovane storia del Laboratorio.

Per esempio, c’è che ballando al ritmo degli 883 stanno scalando il mercato italiano dell’arte contemporanea. Perché? Lasciamo un istante le caratteristiche estetiche e formali dei loro lavori (stile scientificamente infantile, figure senza ombre, come vampiri, e campiture di colore piatte e volutamente stolide), sono i contenuti, piuttosto, che spingono i loro quadri verso zone di significato che hanno trovato un segreto punto di contatto con il gusto del pubblico. E infatti stanno avendo un certo successo, stanno facendo parlare di loro, anche se molti ancora non li digeriscono. Il laboratorio è un’artista ipercitazionista, che compulsa lo star system dell’arte degli ultimi cento anni, e che si nutre delle forze inferiori della cronaca, nera o bianca che sia: hanno ritratto Osama Bin Laden, Lapo Elkann, la scena del delitto di Cogne, la maglia dell’Inter e un estintore che si alza nella polvere e nella tragedia assoluta di Piazza Alimonda. L’unico episodio dove si possa leggere non il solito ghigno diabolico, ma forse una certa partecipazione emotiva.

E’ così?

No, anzi, probabilmente è quello più distante da noi. La politica non ci appassiona, c’interessa come una delle tante dimensioni dell’esistente.

Un passo indietro: come e quando vi siete conosciuti?

In Accademia, anche se due di noi si frequentavano già al liceo. E’ nato tutto per gioco, si giocava a fare il disegno più brutto. Ma la verità è che Saccardi esiste da sempre.

Come si fa a dipingere in quattro, ovvero come vi distribuite il lavoro, come funziona?

Non esiste una vera divisione dei ruoli. Spesso ci insultiamo durante il lavoro e non funziona mai niente durante il lavoro e odiamo definire quello che facciamo ’un lavoro’. Poi, quando manca soltanto un giorno alla mostra, tutto, magicamente, inizia a funzionare.

State avendo un certo successo. Vi siete chiesti il perché?

No, mi chiedo piuttosto perché non lavoriamo ancora in televisione.

Forse avete toccato qualche corda giusta nell’immaginario...

Forse.

Non sarà un po’ limitante, per un artista, invaghirsi a tal punto della cronaca, dell’attualità?

Credo che sia divertente. O almeno lo è per noi. Poi se proprio vuoi una risposta colta, ti rispondo con una citazione, visto che vanno tanto di moda: “Vuoi essere universale? Descrivi il tuo cortile.” Parole di Luigi Pirandello.

Se la tv spettacolarizza tutto, il Laboratorio Saccardi che cosa fa esattamente quando ritrae Cogne o Lapo Elkann?

Si diverte.

Che significato ha, nel vostro lavoro, l’uso della citazione?

Non le definirei citazioni, ma piuttosto parodie, grosso modo come quelle che fa il Bagaglino su Canale 5, anche se i termini sono diversi.

Che rapporto avete invece con la mondanità artistica?

Quando possiamo frequentiamo feste e inaugurazioni, per conoscere qualcuno di famoso, per capire come mai lui è famoso e noi invece no.

A gennaio avete inaugurato una personale alla galleria ’Antonio Colombo’ di Milano. Che impressione vi ha fatto la città?

Quando siamo a Milano usciamo poco, guardiamo la tv in squallide pensioncine che spesso apprezziamo dal punto di vista estetico, e andiamo da FNAC a guardare le novità tecnologiche e la gente che entra ed esce, poi ci ubriachiamo. Credo che Milano sia un incrocio tra il circo Togni ed un casermone di Berlino est e che il Duomo con la faccia impacchettata ne sia veramente il simbolo. E poi c’è Mediaset...

Come si vive, invece, a Palermo?

A Palermo non si vive, si sta. Palermo è in disfacimento, ma non è necessariamente un male. Palermo è meglio di Milano, perché non ti aspetti niente da Palermo, perché Palermo ti dice: “Guarda quanto sono belli i palazzi antichi, guarda il mare....ok, ora non ti aspettare nient’altro!”

Anch’io, come voi, sono un grande fan di Max Pezzali, ma faccio fatica a spiegare la sua grandezza alla gente. Potreste farlo voi al mio posto?

Di Max Pezzali bisogna apprezzare i testi, ascoltare le canzoni, allora si scoprirà che non sono mai banali, la musica è semplice ed il motivetto ti si stampa in testa. Purtroppo molta gente è prevenuta nei confronti del pop italiano e preferisce quei quattro cantautori perdenti che da anni rimasticano le stesse cose.

Che rapporto avete con la musica, che cosa ascoltate in questo periodo?

Con la musica abbiamo un ottimo rapporto, suoniamo pure in un gruppo di polistrumentisti con i quali abbiamo realizzato un album di canzoni d’amore in stile sanremese. Ascoltiamo di tutto: da Zappa all’elettronica, fino al jazz anni ‘30. Ultimamente abbiamo riscoperto Venditti e Ligabue, ma il nostro musicista del momento è un certo Bob Log III, un bluesman del Mississipi.

Potete lanciare un messaggio, tipo a Iva Zanicchi, se volete...

Rifaresti ’Ok il prezzo è giusto’? Ti prego!

...si, ma qual’è, secondo voi, il vero personaggio del momento?

Non ce n’è uno solo, sono tre: Ricucci, Fazio e Paolo Di Canio.

Supponiamo che domani mattina l’arte e le immagini vengano bandite per decreto dal mondo occidentale. Come vi reimpieghereste?

Cercheremmo di pubblicare “Il figlio del vento”, un antologia di racconti che scrivemmo ben prima di diventare artisti. O magari ci faremmo chiamare Hank e diventeremmo dei barboni.

Un’ ultima domanda, un po’ ottocentesca: qual’è la vostra idea del bello?

Il bello e il brutto non esistono. Esistono queste cose: l’auditel, la classifica, il mercato, il pop, l’America, il Giappone, la Cina...

Buona parte dell’intervista è stata realizzata per telefono con Vincenzo Profeta, uno dei quattro Saccardi, mentre Vincenzo camminava per le strade di Palermo. Aveva la voce affannata, a un certo punto si è sentito qualcosa, come un paio di spari, e la sua voce aveva una strana intonazione, come se non fossero del tutto vere le cose che mi stava dicendo (’Guarda che tu l’hai capito il quadro sul G8’, mi ha detto di punto in bianco), e aveva quella particolare inflessione siciliana che ti lascia un senso di mistero, come se la verità non fosse altro che una parte della menzogna, come se questa intervista, insomma, fosse tutta da buttare.


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