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Sempre meno democrazia in Italia

Decreto Sicurezza: tutela dell’ordine pubblico o compressione del dissenso? Una riflessione sul nuovo equilibrio tra diritto a manifestare e libertà democratiche

di Laura Tussi - domenica 28 giugno 2026 - 337 letture

Con l’entrata in vigore, il 25 aprile 2026, della Legge 24 aprile 2026, n. 54, il cosiddetto Decreto Sicurezza, il Governo guidato da Giorgia Meloni ha introdotto uno dei più incisivi interventi degli ultimi anni in materia di ordine pubblico, sicurezza urbana e gestione delle manifestazioni.

Secondo l’esecutivo, il provvedimento nasce dall’esigenza di rafforzare gli strumenti di contrasto alla criminalità, alla violenza urbana e ai fenomeni di illegalità, garantendo maggiore tutela alle forze dell’ordine e una risposta più efficace ai problemi della sicurezza. Ma fin dalla sua approvazione il decreto è stato oggetto di forti contestazioni da parte di giuristi, costituzionalisti, organizzazioni per i diritti civili e movimenti sociali, che vi leggono un significativo irrigidimento dell’apparato repressivo dello Stato.

Tra le disposizioni più rilevanti figurano l’introduzione del reato di possesso ingiustificato di coltelli e strumenti da punta o da taglio fuori dalla propria abitazione, punibile con pene fino a tre anni di reclusione e con la confisca obbligatoria; l’inasprimento delle sanzioni nei confronti di chi blocca strade o linee ferroviarie durante le manifestazioni; restrizioni più severe per alcune forme di protesta; misure volte ad accelerare gli sgomberi degli immobili occupati abusivamente; un rafforzamento degli strumenti di contrasto allo spaccio di stupefacenti, ai furti con destrezza e ai reati predatori; infine, un ampliamento delle tutele legali e dello scudo penale per appartenenti alle forze dell’ordine e ai militari sottoposti a indagine per fatti avvenuti nell’esercizio delle loro funzioni.

È soprattutto quest’ultimo insieme di disposizioni ad aver alimentato il confronto pubblico. Per molti osservatori il decreto modifica sensibilmente il rapporto tra autorità dello Stato e diritti di cittadinanza, incidendo in particolare sulla libertà di manifestazione, sul diritto di protesta e sulla gestione dell’ordine pubblico.

Le critiche si concentrano sul rischio che le nuove norme producano effetti particolarmente rilevanti nei confronti degli studenti impegnati nelle mobilitazioni, dei movimenti sociali, degli attivisti e, in alcuni ambiti, anche dei cittadini stranieri, ampliando gli strumenti repressivi disponibili nei confronti del dissenso.

È in questo quadro che si inserisce la riflessione di Laura Tussi, che interpreta il decreto non come un semplice intervento tecnico in materia di sicurezza, ma come parte di una dinamica politica più ampia.

In effetti, il rapporto tra istituzioni e movimenti di opposizione attraversa oggi una fase di crescente tensione, alimentata dall’instabilità economica, dall’aumento delle disuguaglianze e dalla difficoltà della politica di offrire risposte condivise ai conflitti sociali.

In questa prospettiva, l’inasprimento degli strumenti repressivi viene letto non come manifestazione della forza dello Stato, bensì come il segnale di una crescente difficoltà delle classi dirigenti nel mantenere il consenso e nel governare le trasformazioni della società.

In proposito va osservato come, nella storia dei conflitti sociali, i provvedimenti repressivi tendano inizialmente a colpire le componenti più organizzate dell’opposizione – tradizionalmente individuate nei movimenti radicali, nei sindacati conflittuali e nelle avanguardie politiche – per poi estendersi progressivamente a una platea sempre più ampia di cittadini quando il dissenso assume dimensioni di massa.

Da questo punto di vista, il rafforzamento degli strumenti sanzionatori rischierebbe di alimentare una crescente polarizzazione sociale, incrinando l’immagine di neutralità delle istituzioni democratiche e rafforzando, nei movimenti di protesta, la convinzione che lo Stato intervenga soprattutto a tutela degli equilibri economici e politici esistenti.

La Sinistra individua un punto di svolta nelle mobilitazioni nate in solidarietà con il popolo palestinese. A suo giudizio, queste manifestazioni hanno rappresentato molto più di una presa di posizione sulla politica internazionale: hanno costituito un momento di convergenza tra differenti forme di disagio sociale, coinvolgendo studenti, lavoratori, associazioni e movimenti.

Proprio questa capacità di aggregazione viene interpretata come uno degli elementi che avrebbero contribuito ad accentuare la risposta repressiva delle istituzioni. Tale risposta non risulta soltanto funzionale alla tutela dell’ordine pubblico, ma costituisce anche un tentativo di contenere una mobilitazione ritenuta capace di mettere in discussione gli attuali equilibri politici.

Naturalmente, questa rappresenta una chiave di lettura politica, che si confronta con quella sostenuta dal Governo. L’esecutivo ribadisce infatti che il decreto ha come obiettivo esclusivo quello di garantire maggiore sicurezza ai cittadini, tutelare le forze dell’ordine e prevenire episodi di violenza durante le manifestazioni.

Il confronto resta quindi aperto e investe una questione fondamentale per ogni ordinamento democratico: quale debba essere il punto di equilibrio tra il diritto dello Stato a garantire l’ordine pubblico e il diritto dei cittadini a manifestare il proprio dissenso.

È un interrogativo destinato ad accompagnare ancora a lungo il dibattito pubblico italiano, perché non riguarda soltanto il contenuto di una legge, ma il modello stesso di democrazia, di partecipazione e di libertà che il Paese intende perseguire negli anni a venire.


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