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Se fai la guerra e non lo sai è peggio

Le notize sulla partecipazione degli italiani all’offensiva di primavera contro i talebani arrivano inaspettate dalla Spagna e in Italia si accende il dibattito

di pietro g. serra - martedì 20 marzo 2007 - 2585 letture

Da come si stanno mettendo le cose, temiamo che si stiano avvicinando giorni difficili per le nostre truppe in Afghanistan. Quanto è accaduto mercoledì scorso a Roma accresce la preoccupazione. L’agenzia di stampa spagnola Efe aveva diffuso la notizia che i militari di Madrid, insieme ad alcuni reparti italiani, stavano fornendo appoggio alle forze della Nato impegnate nell’operazione Achille contro i talebani nella provincia di Helmand. Subito, Franco Giordano e Oliviero Diliberto sono insorti. Il segretario di Rifondazione comunista ha preteso “un chiarimento immediato, perché sono contrario a qualsiasi forma di coinvolgimento delle nostre truppe in azioni di guerra”. Il capo dell’altro partito comunista non ha voluto essere da meno della concorrenza, invocando il governo a dire “in modo chiaro la verità”. Sono stati accontentati dal sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, che ha definito le operazioni normale “sorveglianza sul confine” per evitare che i talebani in fuga dall’attacco della Nato trovino riparo ad Ovest. Alfredo Mantica di An ha giustamente ribattuto che, in pratica, il governo ha confermato che gli italiani sono coinvolti nell’operazione della Nato.

Immaginiamo un agguato per uccidere una persona in una strada con una sola via di scampo: la vittima cerca di salvarsi imboccando quella strada, ma si trova davanti un secondo uomo che gli spara e lo ammazza. Se la vicenda finisse in tribunale, il giudice assolverebbe forse l’uccisore perché non è stato lui a dare il via all’aggressione? Nella provincia di Farah, confinante con quella di Helmand, spagnoli e italiani assolvono lo stesso compito: “sorvegliano” che i talebani non si mettano in salvo, sparandogli se ci provano. O forse l’esimio sottosegretario pensa che i nostri militari si limitino a convincere, con buone parole, i guerriglieri a tornare indietro per farsi ammazzare, secondo prassi, dai soldati con regole di ingaggio idonee? Il problema non è solo lo “sconfinamento” dal Sud: secondo molti osservatori la guerriglia, per diminuire la pressione, potrebbe presto aprire un altro fronte nelle regioni sotto il controllo italiano, di cui già ci sono state le prime avvisaglie. A quel punto, i nostri soldati, sotto il fuoco nemico, dovranno contattare Giordano e Diliberto per chiedergli istruzioni? La voglia di ironizzare cessa di fronte al pensiero che numerose vittime da entrambe le parti provocherebbero, probabilmente, la caduta del governo il quale si regge sul sottile filo della bugia sulla missione di pace. Le nostre truppe si troverebbero in guerra senza la legittimità politica per combattere. Si rischia, in piccolo, un altro Otto Settembre, con i soldati sbandati in assenza di ordini precisi. Se il centrodestra votasse il sostegno al nostro contingente, probabilmente chiederebbe una maggiore libertà di azione per i soldati e, di conseguenza, Prodi difficilmente riuscirebbe a rimanere in sella, aprendo così una crisi politica complicata.

Accodandoci all’ipocrisia dell’esportazione della democrazia, l’Italia si espone a rischi assurdi. Abbiamo evitato di partecipare alle invasioni di Afghanistan e Iraq, ma quando abbiamo erroneamente ritenuto che il peggio fosse passato, non abbiamo avuto il coraggio di rifiutare a Washington l’appoggio delle nostre truppe. Ci siamo inventati missioni di pace in Paesi devastati dalla guerra, cercando di correre i minori rischi possibili, ma non rinunciando alla vanità di sventolare la bandiera e alla piaggeria di mostrarci fedeli allo “storico alleato”. Ciò non ci ha evitato di subire perdite dolorose, ma è servito, in qualche misura, a far credere al Paese che i nostri uomini facessero le crocerossine, le bambinaie, gli ingegneri, i muratori, i filantropi: tutto tranne quello che, di solito, fanno i soldati.

Purtroppo, in questo equivoco è caduto anche Daniele Mastrogiacomo, fatto prigioniero mentre si trovava nel territorio controllato dai talebani allo scopo di intervistarne i comandanti. Al coraggioso inviato di “Repubblica”, di cui ovviamente auspichiamo la liberazione, non è venuto in mente che, in tutte le guerre precedenti a quelle di questa fase unipolare, sarebbe stato assurdo per un giornalista di un Paese coinvolto nel conflitto pretendere di entrare in territorio nemico per raccogliere notizie. Noi occidentali ci riteniamo sempre “diversi”, ma dovremmo imparare a ragionare un po’ sulla base della reciprocità: pensiamo che il redattore di un sito internet della guerriglia afgana o irachena possa intervistare, in tutta libertà, i generali statunitensi? Forse, anche Mastrogiacomo ha finito col credere al fatto che i guerriglieri afgani percepiscano gli italiani come uomini di pace. Il giornalismo nelle nuove “guerre ineguali” si trova di fronte a dilemmi di ardua soluzione. Gli inviati hanno di fronte la scelta fra starsene chiusi negli alberghi ad aspettare le veline degli statunitensi, come fa la stragrande maggioranza, o accettare la condizione di “embedded” e vedere solo ciò che i comandi permettono oppure cercare autonomamente le notizie, esponendosi a rischi enormi. In realtà, anche chi si muove in zone pericolose rischia di capire poco delle battaglie tecnologiche intraprese dagli Usa, con missili e bombe che partono da migliaia di chilometri di distanza. La grande stampa, inoltre, ha celebrato l’elezione presidenziale di Hamid Karzai, nell’ottobre 2.004, come il trionfo della democrazia e come l’annunzio di una pace prossima, mentre sono stati piccoli giornali come il nostro e siti internet di controinformazione ad ammonire che la guerriglia afgana era pronta per nuove offensive. Verrebbe da concludere che, per gli inviati di guerra, non vale la pena rischiare così tanto per così poco, ma poi ci viene in mente che di alcuni crimini delle forze di occupazione, come quello di Falluja, abbiamo saputo pur sempre grazie a testimonianze giornalistiche. Le avventure militari statunitensi configurano scenari inediti nei quali politici, soldati e giornalisti non sanno ancora muoversi con regole precise, anche se chiamarle con il loro vero nome di guerre sarebbe già un primo passo per decifrarle.

Roberto Zavaglia


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