Scusate non ce la facciamo più
L’ennesima tragedia della solitudine si è consumata a Roma. Gli inquirenti hanno ritrovato una dozzina di lettere con relative disposizioni nella casa nella quale si è consumato l’omicidio-suicidio...
L’ennesima tragedia della solitudine si è consumata a Roma. Gli inquirenti hanno ritrovato una dozzina di lettere con relative disposizioni nella casa nella quale si è consumato l’omicidio-suicidio. Le lettere che marito e moglie hanno lasciato per spiegare l’omicidio-suicidio che ha tragicamente cancellato le loro vite e la vita di Bianca figlia disabile della coppia, sono riassumibili in un’unica frase lapidaria:
“Da soli non ce la facciamo più”.
La tragedia si è consumata il 31 agosto a Roma, nel quartiere di Pietralata. Alle 13 del lunedì 31 agosto i corpi di Valentina Pambianco, Luca Abbasciano e la piccola Bianca sono stati trovati senza vita nella camera da letto della loro abitazione. La famiglia era seguita dai servizi sociali e la condizione di Bianca per la coppia era una sofferenza continua.
La disabilità, malgrado i proclami in stile spot pubblicitario del sistema, ancora oggi è solitudine. L’inclusione, parola politicamente corretta, che tanto piace ai media, è solo fragile sostegno economico. Conosciamo i tagli che colpiscono i già magri investimenti nelle politiche di inclusione. E questo è sicuramente una parte del problema. In un contesto sociale competitivo e muscolare, in cui la forza e la potenza della ricchezza sono idolatrate con l’adorazione maniacale dei corpi sani, perfetti e performativi, non c’è inclusione reale per i disabili e per coloro che ne hanno cura.
Si immagini un genitore con poche risorse finanziarie e sociali che deve elemosinare e attendere per l’assistenza, e nel contempo guarda con preoccupazione il futuro del figlio disabile in una realtà che ben conosce e vive e nella quale non c’è spazio per i disabili. In tanta ansia e in tanta panica preoccupazione qualcosa si spezza nella psiche e il desiderio di fuggire da tale realtà prende il sopravvento.
I giorni si susseguono piatti e dolorosi. In questo ritmare del dolore, tutto è cupo e senza senso. La paura diventa terrore e panico quotidiano, si resta incardinati in un dolore che non conosce la carezza della speranza. La morte diviene l’unica soluzione. Proviamo sempre ad immaginare per capire e non certo per giudicare, se il futuro è fosco e il presente è senza pietà, non c’è da sperare nei servizi sociali, non c’è da sperare nella comunità, perché nei fatti non esiste. La comunità dovrebbe essere una grande famiglia nella quale si è accolti quotidianamente, perché al centro vi è la persona concreta, la quale senza la relazione affettiva è solo un atomo astratto disperso tra immagini e parole di cui si sperimenta il niente che celano. Le parole non corrispondono alla realtà, e l’inclusione nella realtà è solo marginalità sociale. In questo clima di disperazione, terrore e solitudine la morte appare l’unica soluzione.
Le tragedie della solitudine sono innumerevoli e dovrebbero indurci a interrogarci sul perché accadono. Esse svelano l’ipocrisia dell’inclusione senza fondamenti etici e senza progettualità e mostrano senza inganni, come se cadesse il velo di Maya, la verità dell’intero sistema sociale con la sua disumanità malamente nascosta dal vetro opaco delle belle parole.
La legge di bilancio 2025 2027 prevede tagli ai settori chiave delle politiche sociali. Gli ultimi sono sempre più soli e poveri e l’indigenza non può che far aumentare sensibilmente il senso di disperazione che può facilmente convertirsi in violenza per uscire di scena da una realtà che offre solo solitudine, precarietà e disprezzo verso coloro che non sono competitivi e vincenti. L’inclusione è dunque solo una parola che rimbalza nei media dietro la quale c’è il nulla sociale ed etico. La tragedia di Roma ci parla di noi. Non è solo la loro tragedia ma la “nostra tragedia”.
La rimozione delle tragedie sociali dal dibattito pubblico e la loro riduzione a semplice descrizione dei fatti sono il segno di una democrazia sempre più oligarchica e darwiniana incapace di pensare il male che alberga in essa per essere superato con la coscienza collettiva dello stesso. La solitudine e il silenzio politico sono dunque speculari, sono due volti del male che ci avvolge.
La solitudine di tanti corrisponde all’indifferenza delle classi dirigenti che continuano la loro corsa verso un doloroso nichilismo senza prospettiva.
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