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"Scurije" di Assunta Finiguerra

Assunta Finiguerra e l’impronta di Giuda in “Scurije” (LietoColle, 2005)

di Maria Gabriella Canfarelli - giovedì 15 settembre 2005 - 5328 letture

Una rabbia si condensa, e si scioglie, in versi feroci scritti col sangue, con nervi e tendini: il corpo teso sino allo sfinimento, il corpo della scrittura calda di umori trova la sua pronuncia esatta.

E’ “Scurije”, scuro, nel dialetto sanfelese di Assunta Finiguerra, pubblicato da LietoColle nella collana Il Graal, certo non casuale riferimento al sangue del costato di Cristo che la leggenda dice raccolto in una coppa, calice mistico del sacrificio dell’innocente.

E proprio al sacrificio e al dolore è dedicato questo libro, dopo “Se avrò il coraggio del sole” (1995), “Puozze arrabbià” (1999 ) “Rescidde” (2001 ), “Solije” (2003) di questa poetessa dialettale lucana, riconosciuta dalla critica autrice autonoma e indiscutibilmente autentica nel ricco panorama dei dialetti d’Italia, presente nell’antologia Nuovi Poeti Italiani a cura di Franco Loi per i tipi Einaudi.

Voce potente che chiama in causa il mondo nella lingua primeva, nei suoni dell’origine: la vitalità di questa poesia, la sua pronuncia musicale (con traduzione dell’autrice, che ha scelto il dialetto quale dicitura autentica rispetto alla narrazione quotidiana e al piano delle speranze in campo) balza prepotente a ogni verso, apre la porta del buio e ne illumina la densità con la vena umorale che canta il coraggio, la rabbia, la battaglia della vita per la vita, e addita le ipocrisie e il perbenismo.

La poesia di Finiguerra ha il timbro dell’orgogliosa distanza da tutti i dati certi, rifugge da facili pietismi, nutre piuttosto l’amaro miele della solitudine d’una umanità dolente cui non rimane che darsi in prima persona per cercare di comprendere, dare senso alla vita o “vvedé a reazione de Dije / quanne s’accorge ca cchiù nun sò ije / ma nu zémmere cu còre d’agnelle”(vedere la reazione di Dio / quando s’accorge / che non sono più io / ma un capro con il cuore di agnello).

L’ostinazione del capro (espiatorio) cui è contrapposta la mitezza dell’agnello (la sua obbedienza) è certo una cercata contraddizione, e tuttavia la sola condizione possibile dell’essere al mondo, quando l’io si dibatte nell’assunto dicotomico eterno vita/morte che Finiguerra risolve in equivalenza, in somiglianza del contrasto, come già nelle opere precedenti. La nuda esistenza di “Rescidde”(Scricciolo) e l’emblematica Solije (Solitudine) pregna della irriverenza più asciutta, qui è risolta nell’inquieto presagio di un attacco a tradimento, d’una spoliazione improvvisa; l’impronta di Giuda attraversa e segna una corporalità avida di vita autentica, di “pianure di speranza” in un crescendo di constatazioni amare cui fa da argine una dignità vibrante e sdegnosa:

“Toglietevi dai piedi / ho tanta forza da spostare pietre / (...) / debole e forte sono allo stesso tempo / (...) / Sono ferri di cavallo che vendemmio / e tovaglie di lino per il sudore / anche se nei capelli fanno il nido / mosche, zanzare e qualche calabrone / Toglietevi dai piedi che da nessuno /voglio un sorso d’acqua perché non scende / una siepe di salici ho in gola / e una stella che fa luce ai denti”; non diversamente l’amore, chiamato a rispondere delle sue proprie responsabilità, è sviscerato nel duplice aspetto di sacro e profano, è luce e tenebra, “cantico parabola e litania / sentenza porno di un santo tribunale / illuminante liquido spermale”; amore che è “sangue di giuda”, “tempesta di sabbia” di cui “parla la bocca tutti i giorni”, amore che è soprattutto tormento, malessere: “ Ca nu jorne t’aggia preferite a morte / adda èsse a cunduanna mije quotidiane / adda èsse n’ògne scarnacciata a mane / e n’uocchje cavutate senza luce” (D’averti un giorno preferito a morte / sarà la mia condanna quotidiana / sarà un’unghia scarnita della mano / e l’orbita di un occhio senza luce), malessere che esplode in malattia.

Ed ecco ancora il segno di Giuda, il sacrificio che passa per il tradimento, e Finiguerra scrive: “infango la tovaglia di lino / che tirai fuori per l’ultima cena / quando mi diede il bacio di condanna / e trenta lire per risarcimento”. L’identificazione con Cristo, nascita e morte (Mi hanno uccisa la sera di natale / in una piazza crocifissa dai venti ), condanna ( “mi hanno bruciata perché ero una strega “), e rinascita (“ e dopo tanti secoli...ancora vivo / (...) / ho il dominio sulle notti e il velo / per risposarmi con un mattutino”), si accompagna ai riti ancestrali con cui esorcizzare il male: amuleti, erbe, la fertile luna, per abbondanza di un cuore in rivolta che Finiguerra dedica ad alcune delle grandi madri della poesia - Plath, Cvetaeva, Achmatova, Rosselli - evocandole dall’assenza mortale: “Amelia e Anna, Marina e Sylvia / quando verrò preparatemi un letto / (...) / Da te Sylvia sorella mia di gogna / una chicchera vorrò di latte caldo / Amelia (...) / approntami una coltre di narcisi / (...) / A te Anna (..) / un lapis chiederò e un quaderno / (...) / ..tu Marina / chiedi per me alle stelle un candelabro / e nello squarcio del cuore (...) / brucia se c’è ancora eco di vita “.


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