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Scuola in Italia: Dispersione e inclusione

L’analfabetismo di ritorno in Italia è dramma sociale in crescita e riguarda il 30-35% della popolazione adulta (16-65 anni). I numeri sono impietosi, quasi la metà della popolazione con titolo di studio.

di Salvatore A. Bravo - domenica 12 aprile 2026 - 319 letture

Con 5 anni di anticipo, sui tempi dell’Agenda 2030, il Ministero dell’Istruzione e del Merito può dichiarare raggiunto l’obiettivo sulla dispersione scolastica, che le statistiche indicano notevolmente ridotta, essa è all’8,2%.

Sarebbe interessante scorporare da tali numeri i dati riguardanti i ragazzi disabili per comprendere quanto la scuola riesca ancora ad aver cura degli ultimi e dei più fragili come la natura etica umana vorrebbe. Articoli e dichiarazioni trionfanti si susseguono, dunque, al fine di valorizzare il risultato a fini politici.

Come sempre i numeri non rilevano la qualità del successo raggiunto, ma si limitano a registrare le statistiche. La dispersione scolastica, lo dico da docente, non è solo esterna, abbandoni precoci e interruzioni di frequenza, ma è anche interna. Molti alunni risultano iscritti e raggiungono il traguardo del diploma anche con votazioni discrete, eppure non pochi di loro li potremmo inserire all’interno della dispersione scolastica. L’alunno che frequenta la scuola e non acquisisce, fino al diploma, le competenze (parola del pedagogese) della letto-scrittura e del calcolo ed è incapace di orientarsi sulla cartina geografica come sulla linea del tempo è nei fatti “disperso pur essendo formalmente incluso”. Non sono infrequenti i casi di pubblici concorsi nei quali i candidati mostrano di non conoscere l’ortografia, talvolta sono anche laureati.

La domanda a cui si dovrebbe cercare di rispondere riguarda dunque la relazione reale tra istruzione elargita dall’offerta formativa (termine con cui la scuola è trasformata in un mercatino) e reale integrazione nella società democratica. Limitarsi ai numeri è una forma di “ideologia” finalizzata al semplicismo acritico.

Frequentare la scuola, mi spiace, non è garanzia di inclusione, per essere tale è necessario che le conoscenze di base siano solide al fine di poter consentire la partecipazione consapevole alla vita democratica dello Stato. Se quasi tutti i giovani sono distanti dalla politica una delle ragioni è la loro ignoranza politica e culturale. Non capiscono il mondo in cui vivono, poiché mancano di conoscenze e socialità di qualità. La scolarizzazione dovrebbe implicare la capacità di contenere e conoscere le proprie passioni e pulsioni, in realtà il lassismo generale tende invece a favorirle.

Un adulto titolato, ma incapace di ascolto, attenzione e con conoscenze linguistiche e interpretative deboli non solo è nei fatti un escluso, ma specialmente non percepisce le manipolazioni mediatiche e linguistiche, le quali per essere smascherate necessitano di un percorso formativo di qualità.

La scuola italiana ormai costola del mercato produce, in media, diplomati e laureati che vivono la scuola come mezzo per affermarsi nella lotta fra titolati e come luogo di socializzazione, vero succedaneo della famiglia e della comunità entrambe devastate dal mostro policefalo del capitalismo. I numeri sono solo quantità, dunque, mentre la realtà è intessuta di variabili molto più complesse.

Ancora una volta si vuole ignorare la realtà e la si sostituisce con la fredda consolazione dei numeri. Le scuole sono aziende che possono perdere la direzione se non raggiungono i 900 alunni, per cui in tempo di depopolamento si fa l’impossibile per evitare di “perdere alunni” e a tal fine si offre al “cliente” una scuola esemplificata e leggera nella quale il tempo scuola è interrotto da innumerevoli attività funzionali a formare non l’uomo, non il cittadino ma il cliente flessibile e adattabile.

A dimostrazione di ciò ci vengono incontro le statistiche le quali rilevano che l’analfabetismo di ritorno in Italia è dramma sociale in crescita e riguarda il 30-35% della popolazione adulta (16-65 anni). I numeri sono impietosi, quasi la metà della popolazione con titolo di studio, diploma e laurea, ciò malgrado le fragili strutture acquisite con il tempo evaporano e ciò è in linea con la “società liquida” e “senza qualità”.

Affinché si possa ottenere una formazione reale bisognerebbe eliminare la “scuola azienda” che produce l’eguagliamento nell’ignoranza e offre titoli con estrema facilità, tanto poi il futuro sarà determinato dal censo di appartenenza e non certo dai meriti e dall’impegno. Si spera sempre che qualcuno degli alunni migliori possa testimoniare nel deserto dei titolati la luce della formazione e possa rendere visibile la passione per la cultura e per gli studi senza i quali la società degrada a totalitarismo del mercato. A noi l’impegno di andare oltre i numeri per comprendere oltre il fenomeno della quantità la verità del sistema in cui siamo e soffriamo.


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