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Scrivere di Gaza

Scrivere su Gaza e della Palestina, metafora di resistenza, oppressione e ingiustizia, per me oggi più che mai è un atto etico che diventa politico.

di Massimo Stefano Russo - domenica 3 agosto 2025 - 874 letture

Scrivere su Gaza e della Palestina, metafora di resistenza, oppressione e ingiustizia, per me oggi più che mai è un atto etico che diventa politico. Mi coinvolge, mi emoziona e nello sconvolgermi arriva a emozionarmi e finisce per commuovermi, per il dolore e la sofferenza che trasmette.

Scrivere, pensare, riflettere, avere in mente e immaginare cosa sia vivere a Gaza e lo stare in terra di Palestina per quel che mi riguarda rappresenta qualcosa di veramente difficile, un gesto diventato ancor di più problematico da quando pochi giorni fa entrato casualmente in collegamento di conoscenza diretta e ascolto di quella realtà drammatica.

Da settimane posto su LinkedIn delle "interviste immaginarie" dove avvalendomi di ChatGPT cerco di dare testimonianza e voce a quella realtà, nel farla conoscere. Mi rivolgo e faccio parlare paesi sconosciuti, dimenticati, cancellati dalle stesse mappe geografiche, intellettuali, artisti del passato, gente comune negli anni tragicamente uccisi, vittime della violenza e dei conflitti perpetrati in questi lunghi anni. Pochi mi leggono, hanno altro da fare e a cui pensare, qualcuno sporadicamente mette un consiglia e raramente commenta. D’altronde LinkedIn è questo, cosa aspettarsi?

Al primo posto sotto l’escamotage del mettere insieme per condividere il lavoro sta il marketing che si traduce in pubblicità centrata su di sé e i propri interessi. (Una forma di narcisismo autoreferenziale che in tempi di influencer fa sempre bene). Eppure, può capitare di essere chiamati direttamente in causa e ricevere domande e richieste di aiuto vitale. Così come mi è capitato.

L’appello mi viene direttamente da una ragazza che leggendo l’intervista immaginaria a Gisha pensa che da parte mia possa venire un aiuto concreto e reale che le permetta di uscire dall’inferno della striscia di Gaza. Una speranza, un sogno che nei fatti si traduce in una mera illusione. Nascere e vivere nella striscia di Gaza è un tormento, un trauma drammatico, oggi ancor più di ieri, nel mettere quotidianamente a rischio la propria vita e cercare in tutti i modi di sopravvivere.

La nascita in terra di Palestina, il trovarsi a vivere a Gaza può essere e diventare una colpa?

La domanda che ostinatamente e in modo ossessivo continuo a pormi e ripetermi.

Qual è il senso di parlare, di scrivere di Gaza?

Il chiacchiericcio di intellettuali e politici che si fa mormorio, brusio mi infastidisce, ancor di più quando diventa un parlare sconclusionato e viene urlato attraverso i media e i social.

Da parte mia si tratta di far sapere, conoscere, narrare e raccontare, un accadere che non possiamo ignorare, perché anche noi, tutti, abbiamo delle responsabilità e siamo chiamati a rispondere di quanto sta accadendo. Cosa fare oltre al dire, come poter dare aiuto e sostegno concreto?

Bisogna recuperare in primo luogo l’umanità, ciò che ci accomuna e possiamo dobbiamo condividere con gli altri, sin dalla disponibilità accogliente che sa confortare e dare forza. Anche se ciò non basta e non ci si può, né si deve fermare solo a questo, rappresenta pur sempre un avvio, un inizio importante che serve a prendere coscienza e far sentire la propria vicinanza.

Da parte mia, lo stare in silenzio mi risulta difficile, l’indifferenza come stile di vita a propria salvaguardia non mi appartiene e per questo, con molta difficoltà, cerco di prestare attenzione a ciò che mi circonda e nella misura del possibile, pur difettando di senso pratico, di farmene carico e prendermene cura, a maggior ragione quando si tratta di qualcosa di significativo e veramente importante.

Refaat Alaeerer poeta palestinese ucciso da un attacco aereo israeliano ha lasciato detto: “Ogni mattina, se riesco ad aprire gli occhi, scrivo, scrivere mi ricorda che esisto”.

Cosa vogliono fare i potenti di Gaza possiamo solo pensarlo e con orrore dichiararlo e porre la questione: “terra bruciata”?

La cancellazione politica passa anche attraverso la delegittimazione narrativa; va sottolineato come più di due milioni di abitanti vivono in una striscia di terra, dominata dalla disumanizzazione.

Cosa vogliamo, possiamo fare noi per Gaza dove risulta impossibile entrare e soprattutto uscire?

Abbiamo il diritto e ancor prima il dovere di parlare di Gaza e difenderla, senza nasconderci nel dire che quanto lì accade per quanto orribile, non ci riguarda, non ci tocca direttamente.

Abbiamo il diritto e ancor prima il dovere di parlare di Gaza e difenderla, senza nasconderci nel dire che quanto lì accade per quanto orribile, non ci riguarda, non ci tocca direttamente.

L’assedio è sempre qualcosa di terribile che diventa e si fa condizione insopportabile e insostenibile, soprattutto nel negare i bisogni essenziali a partire da quelli alimentari per intaccare persino il diritto di potersi muovere liberamente.

Dobbiamo attivarci e manifestare perché questa carneficina abbia fine. Si aprano dei corridoi umanitari per permettere il passaggio agli sfollati, la cui condizione di esuli va riconosciuta e difesa per garantirne rifugio e salvezza. Il pensiero riflessivo che si traduce in parole chiama in aiuto a soccorrere la scrittura. Un esercizio che arriva ancor più a sostenere in momenti difficili.

Trovarsi a Gaza è una discesa all’ inferno con tutto l’orrore e il terrore inenarrabile. Gaza mette paura, da Gaza si può solo scappare e come potrebbe essere altrimenti? Che dire a chi chiede una mano per una via di fuga?

Scrivo mail, mando messaggi in rete, telefono, ma senza risposta alcuna... Difficile persino farmi ascoltare e sento su di me l’impossibilita dell’agire in tutto il suo diventare impotenza.

Continuerò a cercare contatti e fare quello che posso, mantenendo i collegamenti con chi si è rivolto a me e in me confida: che almeno le parole facciano sentire il sostegno, la vicinanza e il conforto per continuare ad andare avanti.


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